Interessante il quesito che ci pone Riccardo da Padova, lettore attento e preparato. E' ragionevole - ci chiede il nostro amico Riccardo - considerare il fitting testuale di Jean Jacques Apollinaire come ante litteram rispetto alla più recente metodologia Einhornn & Finkle? E se sì, quali le analogie? Quali i punti in comune?
Beh, rispondere in poche righe non è certo impresa facile. In primo luogo, caro Riccardo, occorre operare una netta distinzione di intenti, ancor prima che di modus operandi. Cosa non di poco conto se desideriamo bypassare il solito, banale, vecchio errore commesso da taluni sedicenti epistemologi - veri e propri avventurieri, io li definirei piuttosto -, Righetti in primis. Contesto storico quindi. Mai, mai da sottovalutare laddove si desideri approntare una analisi anche solo squisitamente tecnica. Guai.
Detto questo, le differenze sono molteplici e di entità assolutamente non trascurabile, ma è vero anche che esiste una linea sottile, un minimo comune denominatore che ha portato più di uno studioso, da Stodal fino alla nostra Lanari, a credere che sì, l'influenza apollineriana sul metodo Einhornn & Finkle sia stata enorme, nonostante le reiterate smentite da parte dei due demiurghi statunitensi.
Buffo, estremamente buffo il tentativo di arrocco da parte dei due studiosi poichè anche un neofita si renderà presto conto che il Crivello di Einhorn non solo è una approssimata imitazione del Crivello di Eratostene, furbescamente smussata all'occorrenza, ma ancor di più va a ricalcare passo passo i punti nodali della scansione progressiva apollineriana (teorizzata ventisette anni fa!) in una squallida - e mi assumo la responsabilità di quello che dico - operazione di mirroring. E' bene chiarirlo questo aspetto, e da subito, a mio avviso. Più di una rivista di settore è incorsa in svarioni del genere.
Certo, Aynor opera sette scansioni consequenziali e Apollinaire ne fa solo tre, con cut-off predeterminati, ma che significa? Lo conosci il detto molto fumo e poco arrosto, caro Riccardo? Beh, non ti nascondo che già dalla prima volta in cui mi sottoposero il fascicolo Finkle & Einhorn, a tratti faticavo a respirare. Sul mio capo incombeva una cappa opprimente e fastidiosa. Lugubre. Fosca. Un po' la stessa sensazione che avverto quando mi imbatto in un Righetti ad esempio (ancora lui, l’avventuriero) il quale da mesi va ripetendo come una triste marionetta la stessa grottesca filastrocca: che la congettura di Aynor è innovativa, rivoluzionaria, che aprirà senz'altro nuovi orizzonti nel campo del fitting testuale... Poveretto. Ma davvero. Son trentanni che quell'orizzonte è spalancato, per la mistocchina fritta! Andiamo! Finiamola con questi luoghi comuni! Quello che mi dispiace è che Righetti (e poi la smetto di citarlo, chè ogni volta mi procuro una stomatite aftosa) sembra crederci veramente. Non so davvero cosa gli passi per la testa. Forse ha qualche problema di salute, non so, non capisco. Bontà divina, come diavolo si fa dico io? Come si può pensare anche solo per un minuto di equiparare la sequenza finkleriana al modello di Abbot? Come è possibile mettere sullo stesso piano concetti antitetici quali il Grande Magnete e il Bosone di Higgs, solo perché magari ne ha sentito parlare al telegiornale della sera? Che castroneria è mai questa? Ma ci rendiamo conto? E’ paradossale. Non puoi ogni due per tre tirarmi fuori il Rasoio di Occam, così, pour parlè, soltanto per dar aria ai denti. Quando Righetti non sa cosa dire tira fuori il Rasoio di Occam, oh, stanne sicuro caro Riccardo. Si sente fico, lui e il suo Rasoio. Si sente importante, lui e il suo rasoio. Non sa fare una “O” col bicchiere però c’ha sempre un fottutissimo Rasoio di Occam a portata di mano, ‘sto cialtronazzo. E l’ho nominato ancora, mannaggia a me.
In ultima analisi: per sostenere certe tesi o si è degli squilibrati o si è in malafede, anche se io propendo per un cinquanta e cinquanta, onestamente. E questo è quanto.
Non conosco il tuo percorso, amico Riccardo da Padova, non so quali studi tu abbia portato avanti ma su una cosa converrai con me: c’è ancora tanto da lavorare. C’è tanta ignoranza, tanta, troppa in questo ambito, anche in coloro i quali si spacciano per esperti o massimi conoscitori. Occhio, Riccardo. Occhio. Antenne dritte e diffida sempre da certi personaggi, specie se ti spiattellano in faccia un Rasoio. Fuor di metafora: non permettere che ti rapinino il cervello! In particolar modo mi riferisco a Righetti se non l’hai capito.
Avrei voluto scendere più nel dettaglio per farti comprendere meglio alcuni passaggi importanti della scansione apollineriana, che come avrai intuito non reputo affatto, affatto e ancora affatto inferiore a quella partorita dai due pur stimabili colleghi americani. Ma il problema è che mi sono decisamente già dilungato troppo, è tardi, sono stanco e soprattutto mi è venuto un terribile mal di bocca, caro il mio bel Riccardino. Stomatite. Accidenti a te e a Righetti.
chicotrapella - venerdì, 19 settembre 2008 | Permalink | commenti (3)
tags: cultura, riflessioni, autori, stroncature, dibattiti, malafede, tecniche pratiche

La conferenza, dunque. Mi chiedevate della conferenza. Sì. La conferenza c'è stata. Oh, c'e stata eccome la conferenza.
Inconsueta, spiazzante, illuminante. Semplicemente imperdibile. Memorabile. Grandiosa. Magneticamente parlando.
La conferenza.

Lungamente ho indugiato, meditando le parole più opportune, soppesandole una ad una come l’orafo attento che finanche la più minuta pietra soppesa, nell'arduo compito di equilibrare l'oblio e la conoscienza, la storia ed il mito, la finzione e la realtà, pazientemente, docilmente, sulla bilancia fragile di ciò che tutti noi chiamiamo vero.
E' quello che - per intenderci - le antiche popolazioni caucasiche definivano kit-ty, ancor prima dello yin e dello yang orientale, del bambulè, prima ancora dello zornik slavo, che è poi lo stesso concetto che ritroveremo secoli dopo in Tatouches o nello stesso Apollinaire, così come in Toodles e in Pintossi, perchè no, passando dal leggendario uovo della Bakeries fino ad arrivare ai giorni nostri e al più moderno deburrage di Piazzi, o alla asfittica caducità dell'Io di un Montagna, tanto per fare qualche esempio.
Si tratta di una ricerca, è evidente. Sarà banale, certo, ma è proprio per questo che non è facile trovare le parole.
Ne parlavo anche con Emmanuelle Blanchot, la cara amica editorialista del Du Pareil, la ricorderete. Siamo stati anche in disaccordo su questo. Come no. Ci siamo scontrati, ruvidamente, schiettamente come da prassi, ma sempre con reciproco rispetto. Ci mancherebbe. Sapete bene quanto io la stimi. Emmanuelle è sempre stata la più liberale, o libertina che dir si voglia, tra noi due, mentre su questi temi il sottoscritto non ha mai nascosto la propria vena vetero-difensivista, al limite del passivismo se vogliamo (prendetela come un timido, goffo tentativo di autocritica da parte dello scrivente). E la nostra personalissima ricerca è dunque continuata, incessante, a tratti estenuante, da quel giorno sino ad oggi. Nessun mistero, dunque, sulla mia prolungata assenza. E' stata una assenza ponderata e vigile, dettata da una parolina piuttosto in disuso al giorno d'oggi: responsabilità. Non so se la conoscete.

E se pensate che sia stato un lavoro facile vi sbagliate della grossa. Quante discussioni, quante battaglie in quell'umida garconnière parigina! Quella donna è di una tenacia sorprendente. Ha la stessa tenacia dei vent'anni, non ci si crede. Lei lo yin ed io lo yang, come ai bei vecchi tempi dell'università e della contestazione. Il nero ed il bianco, il bianco e il nero, faccia a faccia, mossa dopo mossa, in una lotta posizionale continua, senza fine. Io arroccato sulle tesi di Jean Jacques; lei, spregiudicata, a declamarmi Borrini, sprezzante, sfrenata, Borrini e ancora Borrini, senza ritegno alcuno. Sul Borrini, lo ammetto, sovente ho vacillato. Poi, finalmente, sulla Bakeries il primo punto d'incontro. A seguire un piccolo impasse sul Bolognini, un intoppo senza troppe conseguenze a dire il vero (le soliti incomprensioni sull'allegoria del cagnone, un film già visto). Una strategia sottile la sua, dopo tutto, ma al contempo anche prevedibile, se alle spalle hai un solido background. Per dire: sul Montagna non mi sono spostato di un millimetro, così come sui dettami umanistici di Stefano Carpano. Una roccia, una roccia. Ho tenuto duro alla grandissima. Di Cacciot poi non ne parliamo, ci saremo stati su almeno un mese. Altri quindici giorni solo per farle capire che no, neanche per idea, cosa diavolo vuol dire che l'attivismo viennese è stata un'invenzione degli americani? Non sta nè in cielo nè in terra, bambina mia, mi dispiace. Scriverai anche sul Du Pareil dei miei balogi, ma fondamentalmente dell'attivismo viennese e di Fortini non ne sai una cippa, tecnicamente parlando. Ah, l'ha detto anche Righetti? Come sarebbe a dire l'ha detto anche Righetti? Se Righetti è quel Righetti che conosco io, beh, me la faccio addosso dalle risate, bellezza. Puoi spazzarti il naso col tuo Righetti. Su e giù, avanti e indietro, più e più passate, con una nonchalanche d'altri tempi. Lo trovi anche sui libri di testo ormai, che Righetti è un vecchio rincoglionito. E' una verità universalmente riconosciuta. E' un dogma, un dogma della critica contemporanea. Bavoso e rincoglionito. Secco. Lo insegnano nelle scuole, pensa un po'. Lo insegnano ai ragazzini di quattordici anni, quindi non me la vendere, dolcezza, cambia proprio argomento, fammi la cortesia, che con me non attacca. Pensa te.

Come dicevo è stata dura un bel po'.
Tra l'altro è stato proprio il giorno seguente alla disputa sul Righetti, se ben ricordo, che ella, la signora Emmanuelle Blanchot, stimata editorialista del Du Pareil, cara amica di vecchia data, mi ha cordialmente piazzato un micidiale uno-due sulla teoria del deburrage.
Sbam, sbam. Così. Di colpo lei. Senza preavviso. Per poi, non sazia, rincarare la dose. Sbarabam, bam, sba-bam! - con una determinazione inaudita, paragonabile forse solo ad una scarica di lopez nel basso ventre, lopez a mitraglia, se possibile, sempre sulla questione del deburrage di Piazzi. Un'esperienza dolorosa, invero.
Per farla breve: l'ha spuntata lei (ma di poco). E mi sono fatto convincere... Oh, les femmes!
Così eccomi qui. Fosse stato per me, lo dico sinceramente, avrei taciuto. Ma una promessa è una promessa, bisogna saper accettare anche le sconfitte, essere uomini fino in fondo, mantenere una certa signorilità, un certo aplomb, e poi basta ginocchiate nei testicoli sinceramente.
Pertanto, come si dice in questi casi: quod scripsi scripsi, amici miei, miei cari, amatissimi apprendisti orafi. E' tempo che anche voi approntiate la vostra brava bilancietta, per soppesare con cura le vostre piccole, fragili verità. Questo l'insegnamento più grande della magnifica, magnanima, magnerrima, ma soprattutto magnetica conferenza marsigliese con strascichi parigini. Ognuno di noi ha il suo kit-ty dentro di sè: basta trovarlo.
Fucina Trapella augura a tutti voi una proficua ricerca, già da domattina.
 
 
 
P.S. Stiamo cercando un pianista per la piece di novembre che si terrà come di consueto al Centro Serroni, col Mercuriale e tutta quanta la gang di Cassiopea. Chi è interessato si faccia avanti. Questo banner aspettattè.
chicotrapella - mercoledì, 10 settembre 2008 | Permalink | commenti (13)
tags: iniziazioni

chicotrapella - martedì, 08 luglio 2008 | Permalink | commenti (71)
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Forse sono io, siamo noi ad essere sbagliati. Non so più.

Forse è il nostro modo di lavorare, di fare divulgazione, di esser sempre in prima linea, di esser sempre troppo onesti, troppo trasparenti. Forse è questo, sì. Forse la blogosfera che ci immaginiamo non esiste, o non è mai esistita. Forse noi non viviamo lo strumento blog nel modo corretto, proprio come leggevo in giro da qualche parte un paio di giorni fa, su un sito di certo molto più autorevole del nostro, e con dei commentatori di gran lunga più preparati.

Forse, anzi sicuramente, abbiamo ancora tanto da imparare per saperci muovere bene in questo strano mondo così sdrucciolevole e fittizio, che per sua stessa natura non ci sarà mai del tutto congeniale credo, e che anzi, ancora oggi, non nego ci risulti oltre modo stretto.

Quello che è certo è che fa male.

Fa male perchè ci hai messo dell'impegno, ci hai investito del tempo, delle risorse, hai speso parole, hai preso contatti, ci hai messo la faccia, ti sei sbattuto, ti sei fatto un mazzo tanto. E per cosa?

Per aprire Shiny Stat, ancora una volta, dopo mesi e mesi da quel durissimo sfogo, e trovare questo:

 

- foto veline senza mutande

- le veline nude senza mutandine

- brigitta bulgari + diego conte + video scandalo

- melissa satta nuda

- melissa satta + paris hilton + britney spears = un paio di mutande in tre

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- mi farei la lecciso + ho dei problemi?

- se è vero che il tronista della de filippi si è trombato una pornostar coi capelli di megaloman

- se il video di brigitta bulgari e diego conte è veramente casuale come dicono + se gli asini volano per davvero

- se è vero che ninna erre è un fake di buona fattura

- se è vero che ninna erre maneggia: uovo

 

Fa male credetemi. Fa molto, molto male.

Fa venir  voglia di mollare tutto.

Soprattutto - ed è questa la cosa più sconcertante di tutte - se certe parole, prima d'ora, non ti eri mai nemmeno sognato di scriverle, se certi argomenti qui non sono mai stati nemmeno sfiorati, se il sottoscritto ignora la quasi totalità dei suddetti argomenti e, non ultimo, se certe immagini o certi filmati (come tra l'altro si può vedere dalla foto che allego in calce) non sono mai, mai, mai state pubblicate da queste parti, e voi lettori ne siete testimoni e che Dio vi aiuti. Evidentemente esiste una richiesta talmente folle e disperata da travalicare finanche le basilari leggi dell’informatica. Ci troviamo di fronte ad un fenomeno preoccupante, allarmante, da non sottovalutare affatto. E’ l’apologia della patonza come tragico sintomo dell’irreversibile decadenza di una nazione. Dev’essere questo.

Non saprei che altro dire se non che sono disgustato. E basta.

Speriamo in tempi più felici.

 veline senza mutande

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


P.S. Domani parto alla volta di Marsiglia, per una importante conferenza sul Grande Magnete. Ve ne riferirò al mio ritorno, naturalmente se avrò ancora voglia di perder la salute per questo dannato spazio web. Ora come ora non so, devo essere sincero. Sono tremendamente depresso.

Au revoir,

C.T.

chicotrapella - martedì, 01 aprile 2008 | Permalink | commenti (9)
tags: cultura, britney spears, blogosfera, mutande, trasparenza, veline


Si è spenta ieri, serenamente, all'età di sessantasette anni, la scrittrice emiliana Susanna Sollazzo. La notizia è stata resa nota solamente in tarda serata, dopo il ritrovamento del corpo da parte della sorella Giovannina nella vecchia abitazione di Bagnarola di Budrio, dove Susanna era nata e cresciuta, anche se l'ipotesi più plausibile rimane quella di una dipartita notturna, avvenuta nel sonno, presumibilmente intorno alle quattro, quattro e trenta, nella quiete familiare e dolcissima di quella stessa campagna da lei tanto amata.

Saggista, poetessa, educatrice, ma soprattutto romanziera dallo spirito indomito, ardito, piratesco, la Sollazzo ha tracciato un solco profondo e personalissimo nella narrativa contemporanea, esplorando a fondo il tema della libertà intellettuale rapportata alla sfera del più crudo intimismo, non limitandosi solamente a scandagliarne finanche i più remoti recessi, bensì sperimentandone gli effetti in prima persona, a schiena dritta, in un vissuto quanto mai tormentato e burrascoso (quattro matrimoni alle spalle e innumerevoli relazioni, con personaggi illustri e meno illustri, da Francois Rebellin, allora ministro degli esteri belga – della quale fu amante segreta per tre anni – a Giuseppe Guidoni, il salumiere del Lippo). Non a caso Susanna Sollazzo è stata definita l’Erica Jong della pianura padana, anche se, ad essere sinceri, pur essendo effettivamente le due donne coetanee, questa definizione parrebbe più che mai limitativa, soprattutto in considerazione del fatto che il suo romanzo d’esordio “L’educanda” è datato 1973 (un anno prima dell’uscita di “Voglia di volare” della Jong).

E’ decisamente più corretto parlare quindi di caposcuola piuttosto che di adepta o, ancor peggio, di emulatrice (grave errore in cui cadde per esempio Righetti – ancora lui – in quella sconsiderata analisi che mi premurai di demolire punto per punto una decina d’anni fa, se la memoria non m’inganna).

Quella della Sollazzo è un’opera complessa che va giudicata in un contesto sociale ben delineato, è un’opera scomoda per certi versi, certamente coraggiosa, che continuamente sperimenta se stessa dopo aver sperimentato se stessa, e ancora e ancora, in un loop talvolta estenuante ma assai proficuo, per infine mai ritrovarsi. Romanzi come “La signora del maneggio”, “La portaborse”, “Il turibolo del piacere”, “La mossa dell’aeroplano” o “Sotto il segno della verga eretica” hanno rappresentato una sorta di baluginio miracoloso in quella che era l’arida brughiera letteraria degli anni sessanta/settanta in Italia; di notevole impatto anche la saggistica, da quel famoso “Punto G: sempre dritto” del 1969, che tanto scalpore suscitò in ambito femminista – impugnato dal movimento forse fin troppo frettolosamente, a dire il vero, senza averlo metabolizzato a dovere –  fino al recentissimo, scanzonato ed irriverente (ma anche terribilmente attuale) “L’arte del soffocotto”, vero e proprio memoriale che la Sollazzo ci ha voluto regalare come summa della propria esperienza umanistica ma soprattutto umana, in una sorta di preziosissimo libro-testamento paragonabile forse solo al Baldassini per quanto riguarda la profondità di dettaglio.

Ci piace ricordarla così allora, proprio come lei avrebbe desiderato. Non solo come donna, non solo come scrittrice e non solo come grande nave scuola per quelle decine, centinaia di giovani scrittori (e non solo) che hanno potuto godere, negli anni, dei suoi molti insegnamenti. No. Noi vogliamo ricordarla principalmente come amica.

Grazie Susanna, grazie.

Ci mancherai.

chicotrapella - mercoledì, 05 marzo 2008 | Permalink | commenti (7)
tags: cultura, autori


Dicevamo della primavera lionese del ’75. Guardate, non ho nessun problema a ribadirlo: il dirompente spirito insurrezionalista emerso in queste ultime settimane ha tanto a che spartire con quella che fu – e non lo dico solo io, intendiamoci, lo dicono tutti, da Toodles a Fabozzo - una delle tre più importanti prese di coscienza collettive del ventesimo secolo. Non so prevedere se gli esiti di un tumulto interiore di tale portata si riveleranno i medesimi di allora (non sono il mago Otelma), tuttavia non mi sento di negare quella che è l’evidenza di un legame, di un filo sottile che parrebbe annodare misteriosamente tra di loro gli eventi in un bizzarro gioco di corsi e ricorsi storici, un magique tressage verrebbe da dire, quasi a significare che il passato è poco più che mera illusione di fronte ad un presente così incalzante, così ineffabile, così transeunte.

E’ l’aprile del 1975. Il giovane Jean Jacques Apollinaire – ormai lo sapete meglio di me – ha già abbandonato la sua condizione di eremita, è già sceso a Parigi, ha già incontrato Laplace e sta gettando quelle che saranno le basi della Sociètè du Abstracion Eclairè, la congrega letteraria che fonderà ufficialmente nel ’76. Un paio di mesi prima, in compagnia dello stesso Laplace, Apollinaire si era recato a Lione (città natale dell’amico) per incontrare Burneau e Fortaine e discutere insieme del progetto.

I quattro dimorano nella vecchia casa di Burneau, fatiscente edificio al 2 di Rue Saint Gobain, nel cuore pulsante del ghetto. Il clima sociale non è dei migliori. La tensione è palpabile. Il malcontento si respira nell’aria. Centinaia di persone versano in condizioni di povertà e di disagio insostenibili, condizioni aggravate dall’odiosa imposta sull’acqua, voluta dal governo e responsabile, tra l’altro, del diffondersi di molteplici epidemie dovute alla scarsa igiene personale. Il quartiere è una bomba pronta ad esplodere.

Apollinaire vive dapprima questa situazione da spettatore. Si rende perfettamente conto della gravità del contesto sociale che lo circonda, certo, ma avendo vissuto per anni come randagio tra i randagi, solo come un cane a casa di Dio, lassù in cima ai Pirenei, fondamentalmente se ne sbatte. E continua a sbattersene bellamente fino al giorno in cui incontra Valèrie, per puro capriccio del destino, da Sàndròn, rinomato caffè della Lione bene.

Valèrie è una donna bellissima, colta e sensibile, ma soprattutto Valerie è l’amante segreta di Guillarme Lapin, alto funzionario del governo francese di istanza a Lione. Lapin è uomo tanto potente quanto ambizioso ed infido. Tra Valèrie e Jean Jacques, inevitabilmente, esplode incontenibile la passione, ma è una passione minata dall’ombra lunga di Lapin, che incombe sugli amanti come la più opprimente delle cappe. Lapin non è stupido, tutt’altro, è assai scaltro, e così ben presto fiuta la tresca. La sera del 27 marzo finge di partire per Parigi e fa pedinare Valèrie da un paio di scagnozzi. La serata si conclude più in fretta del previsto con due costole rotte e una frattura al metacarpo sul conto di Jean Jacques, che viene poi legato, imbavagliato e gettato nel Rodano a rinfrescarsi le idee. Valèrie fugge sconvolta, ma nel farlo viene tragicamente investita da un’autovettura. Viene quindi portata all’ospedale in condizioni gravissime.

Ma Jean Jacques, si sa, ha la scorza di un rinoceronte. Scampa miracolosamente alle acque del Rodano e riemerge incazzato come tredici. Purtroppo per lui però ha due costole rotte e il metacarpo fratturato, così fa due passi e si accascia mestamente al suolo.

Si sveglierà due giorni dopo a casa Burneau, con una pezza in fronte e completamente madido di sudore.

Il pensiero va a Valèrie, ma subito l’amico Fortaine lo mette al corrente della situazione, avendo appreso dai giornali dell’incidente misterioso occorso alla ragazza. Nello stesso giornale, in prima pagina, campeggia il volto sprezzante di Guillarme Lapin – del tutto estraneo alla vicenda, almeno per l’opinione pubblica – il quale annuncia l’ennesimo rincaro dell’acqua a danno dei quartieri popolari della città.

E’ davvero troppo. In quello stesso istante, mentre Valèrie ancora lotta tra la vita e la morte, Apollinaire concepisce la sua vendetta.

Ancora malconcio si reca al vecchio palazzo del municipio sulla place des Terreaux, con un bigliettino in mano. Lo consegna ad una anziana segretaria raccomandandosi di recapitarlo personalmente al signor Lapin. Poi torna di corsa a casa Burneau. Scrive di getto una sorta di manifesto-lampo che divulga in ogni via, in ogni vicolo, in ogni cupo anfratto della banlieu, un manifesto in cui invita la popolazione non solo a non pagare mai più le tasse, ma anche a non utilizzare più una sola goccia d’acqua in segno di protesta, e in cui indica in Lapin il massimo responsabile dei soprusi. La lettera è a firma dalla fantomatica “congrègation du malnètt”, sotto il cui misterioso nome, naturalmente, si celano Apollinaire, Laplace, Burneau e Fortaine.
In quel mentre Lapin apre il biglietto, e subito schiuma di rabbia. In esso sono riportate queste dure, durissime parole: “Avec tien il souille de l'eau on ne laverai pas ma saleté ne pas mon cul”. Traducendo sommariamente: “Con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culo”. Niente firma in calce, se non uno scarabocchio che recita “per Valèrie”. Il messaggio è fin troppo esplicito: quel barbuto bastardo l’aveva fatta franca…
Ora Lapin è inquieto, molto inquieto. Passa una notte insonne pensando che Apollinaire potrebbe spifferare tutto; potrebbe screditarlo, rovinare il suo matrimonio, rovinare la sua carriera… Potrebbero persino incriminarlo per il pestaggio. Non può permetterlo.
Il mattino seguente bussano alla porta dello studio di Guillarme: è il suo consigliere, Philippe. Non ha buone nuove. Nella banlieu la situazione è critica. La popolazione, riunita nel nome della congrègation du malnètt, sembra essersi svegliata da un atavico torpore, e pare pronta a reagire. Lapin non sa che fare. Medita se affrontare di persona Apollinaire. Capisce che il momento è giunto. Ma non prima della seconda, terribile notizia di Philippe…
Sono le 22:37 del 31 marzo 1975 quando Guillarme Lapin, scortato da una quindicina di gendarmi, si reca al numero 2 di Rue Saint Gobain. Il volto è teso, cupo ed impenetrabile come non mai. E’ determinato e pronto ad ogni evenienza. Sotto il gabardin cela una calibro nove.
Giunti ai piedi di casa Burneau, i gendarmi intimano Apollinaire e gli altri inquilini di uscire dalla casa e di consegnarsi alle autorità per provata attività criminosa e sovversiva.
Di tutta risposta due chiappe pelose fanno bella mostra di sé dalla finestra. Ed ecco che contemporaneamente, dal terrazzo, cala anche uno striscione gigante: “con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culo!”.
La folla accorre a capannello e l’ilarità è grande, grande quasi come il diffuso malcontento. Ma Lapin d’un tratto squarcia il silenzio urlando: “Esci farabutto! Vieni fuori! Lei è morta, ed è morta per colpa tua!
Non l’avesse mai fatto.
Il volto scavato e barbuto di Apollinaire si sostituisce alle rosee chiappe, ed è un volto segnato dalla rabbia e dalla disperazione. In quell’istante ripensa alle belle serate passate con Valèrie, alle passaggiate giù a valle, in riva al fiume, a quella sera a cena, da Laurent, a lume di candela; al suo corpo morbido e profumato, che ora non era più.
“NOOOOOO!” grida di dolore nella notte.
Poi sparisce per un attimo, e al grido di “ho detto che con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culooo!!!” ricompare brandendo alto sulla testa un bidet in ceramica, per poi gettarlo nel vuoto, giù dalla finestra, come impazzito.
Un gendarme viene colpito e cade al suolo esanime. Qualcuno spara un colpo. Un grido, poi un altro. Le guardie che fanno irruzione, la folla che avanza e che li blocca… poi un bidet che vola da una finestra – era quello di Luc, il vicino omosessuale di Burneau – poi un altro, un altro, e un altro ancora… Lapin spara nel mucchio, ma capisce di non avere scampo, così fugge, fugge disperatamente, fino a quando un bidet – quello della signora Marie sembra, l’ex prostituta cognata di Burneau, almeno secondo le ricostruzioni successive – lo centra in piena nuca, ferendolo a morte.
Nell’infuocato inferno di quella notte, Apollinaire si ritrova da solo, in un bagno mai così disadorno, a versare le sue lacrime più amare. Lapin ha pagato, ma non è servito a niente. Valèrie è perduta per sempre. Nulla sarà più come prima.
Chino con la testa tra le mani, l’uomo non ode nient’altro che i suoi muti singhiozzi, mentre là fuori, di voce in voce, di mano in mano, di banlieu in banlieu, di città in città, di regione in regione, sotto un’incessante pioggia di ceramica, si sta consumando la sua rivoluzione.
Fu a partire da quella notte che, in segno di rispetto, il bidet venne bandito da tutte le abitazioni e gli edifici pubblici, in un gesto spontaneo voluto dal popolo e compiuto affinchè non si potesse dimenticare.
Che l’arroganza non paga. Che l’uomo nasce libero. Che le rivoluzioni partono sempre dal basso. Ma soprattutto per non dimenticare lei, la dolce Valèrie, il suo sacrificio, il suo amore spezzato.
E fatemi un piacere: la prossima volta che date dei merdoni ai francesi, anche voi, pensateci due volte adesso.

chicotrapella - martedì, 19 febbraio 2008 | Permalink | commenti (19)
tags: cultura, mutande


La Delinking Week è stata veramente intensa. Intensa e fruttifera, sotto tanti punti di vista, specie per voi amici bloggers. Il coraggio è stato premiato, ancora una volta, trasformando l'impossibile in possibile, il sogno in realtà, la realtà in magia, la magia in sogno. Ed ecco che il germe della speranza ha attecchito, dapprima timidamente, poi sempre più con forza, con tenacia ed appassionato ardimento, crescendo piano e sbocciando infine in quella che io definirei una straordinaria presa di coscienza collettiva, una croissance cognitive davvero sorprendente di questi tempi, che per certi versi mi ha addirittura ricordato la primavera lionese del ‘75. Sorprendente, sorprendente è la parola giusta. Sono fiero di voi.

Il pachidermico convoglio-titanic non è ancora al sicuro, no, eppure venerdì scorso ho avvertito distintamente un vigoroso colpo di timone. Credo che ognuno di voi l’abbia avvertito. La nave ha ondeggiato a lungo, paurosamente, nel buio, ma ora siamo qui, ci siamo, ci siamo ancora e venderemo cara la pelle, potete scommetterci; rimarremo saldamente abbarbicati alla speranza con tutte le forze delle quali disponiamo, caparbi come mai, affinchè la speranza stessa non affondi insieme a noi, insieme all’ultimo di noi.

E’ una grossa responsabilità, me ne rendo conto. E’ una sfida che la Fucina si sente di accettare per non tradire se stessa e la propria identità. Abbiamo ragionato a lungo in questi giorni, e una volta di più vorremmo rassicurare i tanti che ci hanno scritto allarmati paventando un improvviso cambio di programma nella nostra linea editoriale. No, amici, niente affatto. Non temete. Non ci vedrete né cospargerci di miele né cantare Mariah Carey, né ci udirete gemere in un’umida vasca da bagno. So che a qualcuno piacerebbe ma noi non lo faremo. Non a breve termine almeno. No. Noi non ci svenderemo al primo offerente. Non tradiremo la nostra missione. Non twitteremo, giammai, noi non twitteremo. Non scriveremo su Grazia, non affronteremo il tanto discusso tema peperoni, pur consapevoli del fatto che il tema peperoni, oggi, tira come una bestia e ti consente frotte di accessi facili. Tutto ciò a noi non interessa. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, con grande umiltà. Continueremo a divulgare e a fare cultura senza mutande e lo faremo con lo stesso identico spirito del primo giorno, credetemi, potete state tranquilli. Non cambieremo. Rimarremo noi, rimarremo Fucina, fino alla fine.

 

p.s. Per chi desidera approfondire l’argomento se ne parla a lungo anche qui.

chicotrapella - lunedì, 11 febbraio 2008 | Permalink | commenti (4)
tags: riflessioni, manifesto, servizio, blogosfera, mutande, trasparenza

"Non ti illudere, amico mio, e risparmiati quelle sciocche telefonate! Lei non ti riceverà. Mai. Chè esiste un solo modo per prendere un appuntamento con la Storia. Aspettarla sotto casa, la sera, con un'agenda nuova in mano".
J. J. Apollinaire, Lettere ad un amico, 1973

Oggi signori, oggi, 8 febbraio 2008, al termine di questa lunga e intensa settimana, lo possiamo dire: quell'agenda nuova, alla Storia, gliela abbiamo consegnata noi.

Tutti noi. Insieme.

Vecchie pagine si stanno già accartocciando sotto i nostri occhi, ora, nello stesso istante in cui sto scrivendo queste parole. Posso vederle.
Pagine logore, consunte, polverose come il più remoto dei passati, quando il passato, in fondo, era solo ieri.
Pagine tristi, pagine scure, pagine fatte di peperoni e di vasche da bagno.

Al loro posto, meravigliose pagine bianche.
Pagine che non hanno ancora conosciuto la parola fine, ma che perfettamente sanno quale è l'inizio.

E l'inizio è questo, ecco, voi ci siete innanzi.
Voi lo scriverete. Voi lo state già scrivendo.

Non chiedetemi dove ci condurrà il cammino, non fatelo, non saprò rispondervi.
Quello che so è che il viaggio è incominciato, e che oggi, 8 febbraio 2008, da oggi e nei giorni a venire, quel cammino passa di qui.

Ma soprattutto, di qui.

Felice delinkaggio a tutti voi.

chicotrapella - venerdì, 08 febbraio 2008 | Permalink |
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Delinking Day, meno uno.

chicotrapella - giovedì, 07 febbraio 2008 | Permalink |
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Delinking Day, meno due.

chicotrapella - mercoledì, 06 febbraio 2008 | Permalink |
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