È possibile disgiungere un’emozione (così come un’intuizione, un vissuto, un’idea) trasfigurandola in direzioni diametralmente opposte ma allo stesso tempo così inevitabilmente complemetari tra loro, tanto da dilatare quella stessa emozione di partenza, travalicandone i confini?

Secondo Nevio Scannabucci – pittore, scultore, poeta, scrittore fiorentino – sì.

Da circa quattro anni, insieme ai ragazzi del Progetto Golem, l’eclettico Nevio sta portando avanti questo tipo di discorso con la forza e l’entusiasmo di sempre, uniti ad una sagacia tecnica particolarissima maturata nei lunghi anni di attività.
Grande esperienza dunque: esperienza che l’artista toscano – tenetevi forte –  metterà presto a disposizione della Fucina!

Proprio così.

L’intento è appunto quello di integrare proficuamente l’arte pittorica con una serie di suggestioni poetiche trasversali (ma non solo), al fine di innestare un meccanismo virtuoso di crescita condivisa e condivisibile del quale poter fruire, tanto a livello di singolo quanto più di comunità viva e pulsante. Una sorta di modello di Todeau, in pratica.

E’ un bell’impegno, una bella sfida, certo…

Una sfida che faremo il possibile per vincere: qui naturalmente, insieme, alla Fucina Trapella.
chicotrapella - mercoledì, 31 gennaio 2007 | Permalink | commenti (7)
tags: generale, collaborazioni
Oggi vorrei proporre il seguente brano, tratto da “Tricromia dell’opaco”, l’ultima visionaria – ma allo stesso tempo così eccezionalmente strutturata – creazione di Stefano Maria Carpano. Considerando la vasta quantità di spunti che offre, mi pare un’ottima base per avviare una bozza di discussione.
Buona lettura.
 
“…Adattarsi non era mai stato facile. Come un solido catalizzatore organico, avrebbe dovuto accellerare una reazione chimica, possibilmente uscendone inalterato. Ecco cosa avrebbe dovuto fare. Se solo ne fosse stato capace! Al limite decellerare lentamente… Errori che si commettono, banalmente, nell’età dell’inganno.
La sua collera ora è scarlatta, come il campo di battaglia di Wurth, sul colle scuro, e si autoalimenta in maniera inconvertibile, fagocitando il suo ego. Scende con Eveline dalla rupe più alta, senza fretta. Lei lo fissa, ma lui distoglie lo sguardo. Non è il momento. Il pensiero è altrove.
Mi sono sempre chiesto il motivo per cui Adam Lester parli continuamente della notte, specie di quella berlinese. Dopo il primo contatto col sesso, forse, ha calibrato ogni intento. Anche Raul lo sa, avendo aperto quella porta tempo addietro.
Fa freddo. Raggiunta la brughiera si sfiorano le dita, ma è solo un istante. Da lì tutto sembra più sfumato, come quei paesaggi dipinti ad ovest di Molberry. Timori. Fremiti. E’ un blow-by emozionale.
I vermi conoscono le meccaniche del tempo, facendone parte integrante. Si muovono con coscienza di causa e si nutrono di esperienze. Raul ne è sempre stato affascinato. Si ferma un attimo, scava avidamente con la mano, quasi ad afferrarne il senso. Che gli scivola via, puntualmente, ancora una volta. Lei non capisce.
E’ un problema di inadeguatezza, come dicevo. Di cronicità posizionale, di enzimi.
Ed ecco che una larva si posa sulla gamba di Eveline, fuori da ogni calcolo. Raul alza gli occhi, entrando nei suoi. Forse Lester, dopotutto, aveva ragione…”
chicotrapella - lunedì, 22 gennaio 2007 | Permalink | commenti (12)
tags: letture
J. J. Apollinaire nasce ad Avignone nel 1942 e rappresenta tuttoggi il massimo esponente dell’astrazionismo di ricerca, scuola di pensiero (e d’azione) che vede il suo massimo sviluppo nella seconda metà degli anni settanta. Cresciuto in una famiglia benestante, all’età di soli quindici anni Apollinaire ripudia le proprie origini spinto da quello che più tardi definirà le foyer imperissable, un ardore insopprimibile che lo condurrà ben presto ad una vita tempestosa, spesso ai margini della società civile. A ventunanni, dopo una reclusione di sei mesi nelle gelide carceri di Nizza, Apollinaire, già duramente provato nel corpo e nella psiche, si ritira in un minuscolo borgo nei pressi di Rennes le Chateau, sui Pirenei, sotto falso nome. Lì rimarrà per nove lunghi anni, nell’anonimato e nella solitudine più totale, tanto che la sua famiglia, persa ogni speranza, lo crederà morto. Apollinaire vive quel periodo completamente da eremita, senza alcun contatto con il mondo, intraprendendo un viaggio interiore durissimo che sorprendentemente, ma anche tanto dolorosamente, ricucirà un po’ alla volta quel lacerante strappo con la realtà circostante.
L’Apollinaire artista sboccia qui, si può dire. Ed è una vera e propria rinascita, una purification.
Tutto a un tratto le oscure pieghe dell’animo umano si schiudono al suo passaggio, rivelandone i colori nitidissimi. Il fuoco non è sopito, affatto, ma è pronto a trasmutare prodigiosamente in linfa creativa.
Tanto che nel gennaio 1973 Apollinaire si sente maturo per compiere il grande passo. Si trasferisce così a Lione dove incontra Laplace, il quale legge un suo manoscritto ed immediatamente ne rimane affascinato. Lo stesso Fortaine, nel ’75, si dichiarerà pubblicamente suo “discepolo di penna”, in una lunga intervista apparsa sul Lire, nientemeno, accolta con grande clamore dall’ala più conservatrice del panorama letterario francese. Nel ’76 Apollinaire fonda la Sociètè du Abstracion Eclairè, avvalendosi di preziose collaborazioni quali Fortaine e Burneau, e posando di fatto la prima pietra del movimento, davvero inamovibile, ovverosia S’èvanouir pour renaìtre, il grandioso romanzo-manifesto che svela con prepotenza la burrascosa cosmogonia interiore dell’autore. La celeberrima Cerchia dei Lionesi deve tutto a quest’opera maestosa, tutto, e persino in Italia l’influenza del pensiero Apollineriano comincerà a farsi sentire, neanche un anno dopo, proprio grazie all’incorreggibile Mauro Ciocco (peraltro mio caro amico), autentico e raffinato segugio dell’arte dotta di casa nostra.
Nel corso di quasi un ventennio di meticoloso, oserei dire maniacale lavoro di ricerca, Apollinaire ha toccato una vastità di campi impressionante, con una coerenza d’intenti davvero illuminata: dalla riacquisizione fattuale della sintassi alla distorsione controllata del tessuto narrativo; dall’epurazione prammatica del dittongo (integrando il metodo Opàl) fino alla traslazione dei piani dialettici; dalla stratificazione puntuale della parola alla contro-massificazione attiva della forma, stravolgendo totalmente i canoni di Batràce.
So di non sbagliare nell’affermare che finanche i frutti dei nostri laboratori, i frutti più succosi, quelli raccolti nel biennio ’95-’96 vale a dire, sono maturati per mezzo di solide radici; radici che imprescindibilmente, ancora oggi, vanno ad attingere nello smisurato, generoso, fecondissimo terreno che il grande maestro J. J. Apollinaire ha così duramente approntato.
Per noi.
chicotrapella - martedì, 16 gennaio 2007 | Permalink | commenti (6)
tags: cultura, autori
La linea guida che vorremmo adottare in questo spazio condiviso – come del resto è intuibile dal sottotitolo – il vero e proprio empreinte de sorte, lasciatemi dire, è racchiusa principalmente in questa espressione.
Percorsi entropico-evolutivi di significato.
Per chi ha già avuto modo di seguire alcuni dei nostri laboratori questo termine non risulterà del tutto nuovo… già nel suo primo trattato sulla meme, nel ’97, il prof. Putrelli infatti tratteggiò i contorni di uno scenario che all’epoca appariva ancora piuttosto impalpabile ai più, ma che parallelamente alcuni seppero riconoscere come un credibile estuario venturo della riscoperta. Stiamo parlando della corrente denominata “Alchimia Poetica Entropica” naturalmente (forse la ricorderete come A.P.E.), che il professore con tanta dedizione ha cercato di portare avanti nel corso della sua attività e che a quasi dieci anni di distanza è e rimane ancora così fortemente attuale.
Partendo da questa base (solidissima) siamo andati avanti, passo dopo passo, sviluppando un’idea che di per sè stessa era già in movimento, riplasmandola di volta in volta, non senza rischi, non senza audacia, si potrebbe dire rincorrendola in divenire.
Come un prisma di Reinn l’approccio è mutato, svelando nuove ed inaspettate facce semantiche a seconda delle prospettive, riflettendo a tratti maestosi squarci di verità, da acquisire e rielaborare, in una sorta di reflusso virtuoso che tende ad assottigliarsi sempre più, facendosi carico del fardello più grande di sempre, ovvero la memoria, nel tentativo di carpirne l’essenza.
In questo contesto mi preme sottolineare che, a differenza di altre moderne traiettorie di pensiero, il nostro metodo non intende tagliare fuori la poetica, al contrario! Noi vogliamo cibarci di poetica, non la ripudiamo affatto, anzi, la consideriamo un prezioso viatico senza il quale non sarebbe nemmeno immaginabile disporre delle energie necessarie per scardinare le arrugginite inerzie del passato, di questo passato.
Ovviamente la poetica rimarrà sempre un mezzo, un punto di appoggio per la vivida contaminazione… ma per ora non mi dilungherò oltre, avremo sicuramente modo di approfondire ancora l’argomento.
 
C. Trapella
chicotrapella - mercoledì, 10 gennaio 2007 | Permalink | commenti (4)
tags: generale

Questa appendice web nasce così, in sordina, senza proclami, ma al contempo con l’umiltà e l’impegno che da sempre ha caratterizzato il filone del “laboratorio dei significati” - così come era stato concepito nel 1979 a Bologna, sviluppato poi negli anni grazie all’impegno di un gruppo di giovani e coraggiosi autori d’avanguardia, da De Silvio a Borrini, veri precursori, fino ai più recenti e non meno encomiabili Ciocco e Bastelli - un lavoro di sottobosco, per così dire, tanto faticoso per certi versi quanto necessario, un vera e propria fucina appunto, atta a riscoprire/riscrivere le nostre radici umanistiche dall’interno, continuando a scavare e riemergere, scavere e riemergere, senza sosta, in un viaggio incessante (talvolta claustrofobico) ma dagli esiti tuttora sorprendenti.
Molte strade sono state battute, alcuni sentieri sono stati abbandonati o necessitano tuttora di un esame critico, attento, mai pregiudiziale. Il tempo dell’ibridazione dialogica e dei Montagna parrebbe concluso, sorpassato, questo è bene chiarirlo da subito e con pacata franchezza. In tanti sono a sostenerlo, me compreso. Tuttavia, ne sono convinto, ciò non esclude un riesame serio della macchina dell’antimanierismo così come era stata concepita alle origini, della non-struttura cognitiva, assolutamente, e muoversi (prudentemente) a ritroso per scandagliare passo dopo passo le possibili vie di fuga della forma, per come noi la conosciamo oggi, senza scendere a compromessi con l’estetica fine a sé stessa, potrebbe risultare vantaggioso ed interessantissimo. Oserei dire vitale.
E’ un tragitto serio, certamente tortuoso, perché no, ma che qualcuno, prima o poi, doveva obbligatoriamente decidersi ad intraprendere.
Come scriveva G. M. Olorin:
 
Pagine bianche, varchi d’infinito. Recinti immanenti, parole non dette. Respiro silenzi, in attesa di ogni cosa. Inseguirò l’estrema essenza, per svelarne le radici. Non viviamo forse di questo? Domande. Che esigono risposte.
 
Auguriamoci un buon viaggio, ne abbiamo bisogno.
 
Carlo “Chico” Trapella
chicotrapella - lunedì, 08 gennaio 2007 | Permalink | commenti (2)
tags: generale