A seguito delle roventi polemiche scatenate dal precedente post, polemiche senza dubbio costruttive, certo, ma in parte anche contaminate, spiacevolmente contaminate devo dire da dosi massicce di astiosità, illazioni gratuite e malafede, sento il bisogno di precisare un paio di cose importanti. Molto importanti. Ne va dell’intera credibilità del progetto-Fucina.
Premetto che non mi esprimerò ulteriormente sulla questione Grande Magnete, non per ora almeno. Gli animi sono ancora fin troppo infuocati ed io non sarò così sciacallo da cavalcare questa onda emotiva per un mio tornaconto personale a livello di visibilità, no davvero.
Tuttavia vorrei fosse chiaro, una volta per tutte, ciò che deve aspettarsi o non aspettarsi il lettore da questo nostro blog, e cosa noi dobbiamo al lettore in termini di servizio, al fine di evitare sgradevoli fraintendimenti futuri.
 
E allora per prima cosa, con estrema serenità, a nome della Fucina tutta desidero dirti questo, carissimo lettore-avventore: che se sei in cerca di informazione spicciola, disimpegnata, da bar sport, questo non è il posto che fa per te. Sono desolato. Non ti deprimere però, mi raccomando, non arrenderti così facilmente caro avventore un po’ superficialotto. Che di bar sport il mondo è pieno, pullula; guarda: ce n’è uno proprio lì all’angolo. Quindi vai, accomodati pure. E fatti una bella sorsata di tragico niente alla mia salute.
Però dopo, per cortesia, evita di presentarti qui, sbronzo, a pisciarmi le tue mediocri sentenze sulla moquette del salotto.
Caro avventore, sei per caso in cerca di facile pubblicità per il tuo imperdibile, fantasmagorico blog? Okay, in fondo non c’è niente di male, lo capisco, è più che legittimo il desiderio di condividere con gli altri le proprie idee e la propria interiorità. Del resto a chi non interesserebbe sapere dettagliatamente che ieri, subito dopo che avevi litigato così furiosamente con la tua fidanzata perché ti eri dimenticato di videoregistrarle l’ultima puntata di Uomini e Donne hai deciso di prenderti finalmente del tempo per te stesso e hai fatto quella rilassantissima passeggiata al mercato rionale dove tra l’altro sei riuscito finalmente a reperire quella rarissima statuetta del presepe proprio quella del pastore albino che pensavi di non trovare mai ma proprio mai mai mai più? Certo io non me la sento di escludere a priori l’esistenza di un qualche squilibrato che desideri veramente sapere tutto questo.
Però ti prego, se puoi, almeno, cerca di non venire qui a chiedermi di votarti al tal-concorso del tal-tizio del tal-sito, spudoratamente, senza alcun ritegno. Altrimenti fallo, fallo pure. Ma sappi che la cosa migliore, la più bella che ti potrà accadere è che io non ti voterò. Tutto il resto (leggi: il modo più efficace per fartela pagare frantumandoti quel briciolo di reputazione che ti è rimasto) lo valuteremo, e attentamente, di volta in volta.
Caro il mio avventore birichino nonché porcellone, sei forse tu in cerca di una frizzante emozione virtuale, di un effimero squarcio di piacere che, per quanto fuggevole, ti aiuti ad emergere dalle grigie miserie della tua vita quotidiana? Bravo. Ma Fucina Trapella non è il sito che fa per te, fattene una ragione. Qui non troverai immagini di Paris Hilton nuda, né foto di Britney Spears senza mutande, né video di Paris Hilton e Britney Spears nude e senza mutande. E a dirla tutta temo che non le troverai nemmeno col cappotto. Così come non troverai quei filmati girati a scuola col telefonino, quelli tanto di moda al giorno d’oggi, quei video che stai cercando da giorni e giorni con copiosi rigagnoli di bava alla bocca – ma guarda come ti sei ridotto – , quelli in cui gli studenti del liceo se la fanno con l’insegnante che se la fa con la preside mentre altri studenti arrapati filmano la bidella che si tocca pensando a Britney Spears nuda insieme a Paris Hilton senza mutande. O era il contrario, non ricordo. Ma io dico: ci rendiamo conto a che punto siamo arrivati?
Ricapitolando: qui non troverai nessuna foto, immagine, video, filmino o filmato che dir si voglia che possa riguardare gente nuda o in atteggiamenti compromettenti e/o promiscui, deprecabili, fini a sé stessi. In altre parole se sei in cerca di materiale che abbia a che fare con il sesso inteso come pornografia, con la pornografia intesa come sesso, con Paris Hilton intesa come nuda o con Britney Spears intesa come senza mutande – era lei quella senza mutande mi sa – e tutto questo magari lo stai cercando gratis – eh beh certo, gratis, perché abbiamo pure il braccino corto – se stai cercando tutto questo dicevo, allora sappi che qui alla Fucina Trapella non lo troverai.
Non solo. Sarà lo stesso staff di Fucina Trapella a farsi carico personalmente e con discrezione del delicato compito di informare tua moglie, o chi per lei, a proposito delle tue scorribande proibite sul web.
Caro il mio bel avventore.
Già. Avrei tante altre cose da dirti, ma forse è il caso che mi fermi qui.
Anzi no.
Perché io lo so come sei fatto. Tu pensi di poter venire qui a criticare tutto, tutto quanto, tipo che so, ne dico una, il template. Sì, proprio quello che stai osservando in questo momento con quell’aria da infelice.
Ti fa vomitare, non è vero?
Beh, ci stiamo lavorando. Scusa tanto se non siamo dei perdigiorno come te, fannulloni che non fanno altro che stare al pc, a mettere insieme tag, a dispensare links, a testare tools. Il tuo template è più fico del nostro, e con ciò? Qui si bada ai contenuti. Non mi parlare di template, allora, non mi parlare di template di wordpress, che sono meglio dei template di bloggers, che sono peggio dei template di splinder, che assomigliano ai template di ‘sto cazzo, di ‘sto grande, grandissimo, beneamato cazzo. Non parlarmi di template. Non so neanche come si scrive la parola template, amico, se il plurale è template o templates, pensa un po’. E poi basta: ho detto non me ne parlare.
Chiedo scusa se ho alzato leggermente i toni, spero che nessuno se ne sia avuto a male. E’ che certe cose mi mandano al limitatore, sul serio, mi offuscano la ragione e purtroppo non so che farci; è più forte di me, chiedo venia. Come ad esempio quel brutto modo di fare che avete voi bloggers, o almeno alcuni di voi – i più meschini – di sfoggiare ad arte un campionario collaudato di trucchetti di una bassezza disarmante, pietosa, al fine di convogliare presso di voi i visitatori più sprovveduti, seminando qua e là manciate e manciate di parole-esca quasi foste vili bracconieri senza scrupoli, miserabili cacciatori di frodo dell’attenzione altrui, indebitamente carpita, impunemente sottratta.
No, non si fa così.
Fucina Trapella prende le distanze da questa folle giostra, da questo squallido teatrino, ed eccomi qui a ribadirlo a gran voce.
 
In ultima analisi, ecco perché il nostro amato lettore-avventore, esule e naufrago nello sconfinato quanto sconfortante oceano del nulla, sa di poter trovare in Fucina Trapella un approdo diverso, accogliente, costituito da solide fondamenta.
Egli sa che potrà bussare con fiducia alla nostra porta e ad accoglierlo sarà il bello, l’arte, la cultura. Ma anche e soprattutto la sperimentazione, la ricerca, l’approfondimento. Sentieri non battuti per giungere allo sviluppo, oserei dire alla esaltazione ultima della sensibilità collettiva ed individuale, con impegno, perché no, anche con fatica.
Perché questa rimane pur sempre una Fucina, non dimentichiamocelo: da focina, ovvero officina, ma allo stesso tempo anche da focus, focos, vale a dire un luogo dove si suda e si lavora, dove si produce, si plasma, si forgia, sospinti da un fuoco creativo che tutto infiamma e monda, monda e infiamma, vigoroso ed instancabile.
Ed è anche un avamposto. Posto-avanti. Sì, prima di tutto perché siamo ben consapevoli di quanto sia necessario anticipare i tempi, se non si vuole poi correre il rischio di rimanere impantanati nelle torbide paludi del vecchio. Ma soprattutto perché c’è una guerra in atto. Una guerra sommersa, probabilmente, ma non per questo meno drammatica. Il nemico è alle porte! Sveglia! Appiattimento culturale, omologazione del pensiero, povertà di contenuti, queste le sue infide armi. E noi siamo chiamati a resistere.
Ecco perché c’è bisogno di un avamposto. Ecco perché c’è bisogno di Fucina Trapella.
 
Bene. Dovrebbe essere tutto per ora.
Mi scuso per la lunghezza dell’intervento, d’altronde capite anche voi quanto fosse indispensabile. Spero di aver dissipato eventuali dubbi e perplessità. Non mi aspetto un unanime consenso popolare, sarebbe sciocco ed utopistico da parte mia, anzi, lungi da me. Quello che mi auguro, piuttosto, è di aver contribuito a creare un clima di interscambio formativo decisamente più mite e disteso, che ci consenta di continuare a camminare insieme nella maniera più proficua possibile.
Se sapremo lavorare in questo modo, con grande pacatezza e senso di responsabilità, sono sicuro che presto potremo permetterci di riaffrontare anche il discorso Grande Magnete.
 
C. Trapella
Ricevo e pubblico integralmente e senza censura questa, ehm, stravagante e-mail inviatami da un ignoto lettore di Fucina Trapella.
In calce la mia articolata risposta personale.
E a voi le conclusioni del caso.
Mah.
 
Carissimo Carlo “Chico” Trapella,
sono ad informarti che la blogosfera sta implodendo.
Forse te ne sarai già accorto da solo, o forse no. Non è importante. Non cambia le cose. E’ un dato di fatto. Sta implodendo.
Il blog da me generato ne è la prova, anzi, di più, ne è il primo evidente e drammatico sintomo irreversibile. Una sorta di fisiologico ed inevitabile compimento degli eventi, che nemmeno stupisce, tant’è che a volte, lo ammetto, nutro il sospetto che Esso si stia scrivendo da solo.
Ed in effetti trattasi di un blog per sua stessa natura autosufficiente.
Un blog che basta a sé stesso, sì, perché di fatto non esiste nulla di cui abbia necessità.
Non ha bisogno di compiacimento, né del suo autore né di quello altrui. Non ha scadenze, non ha tempi prestabiliti, non ha aspettative di alcun genere. Niente di tutto questo. Non gli servono i commentatori, figuriamoci, ché i commentatori – parlo di quelli reali naturalmente – sono fin troppo prevedibili e superati, oltre ad avere quel brutto vizio di aspettarsi qualcosa in cambio. Non ha bisogno di essere linkato e se ne fotte dei ranking o come diavolo si chiamano. Se ne strafotte anche di quelli, proprio così, hai capito bene. La parola magica è fottersene. Tienila a mente mi raccomando. Ciliegina sulla torta, ha la bella abitudine di pulirsi – virtualmente, resta inteso, e sempre con molta classe – il culo con spessi fogli di netiquette, se mi è consentito il doppio francesismo.
Lui esiste. Esiste e si autoalimenta.
E se ti stai chiedendo qual è l’URL in questione sappi che non importa, che non serve a niente, che è tempo sprecato. Quando sarà il momento sarà Lui a trovarti, puoi starne certo.
Caro Chico, siamo di fronte al futuro. Camuffato da beffa globale.
Rivolta innanzitutto a te, Trapella (ed è per questo motivo che ho ritenuto opportuno informarti), a te o meglio a quella schiera di intellettualoidi tuttologi, noiosi, saccenti, cazzari e petulanti che in qualche modo tu rappresenti. Spero che non te la prenderai più di tanto, amico mio, perché in fondo questa presa in giro, ti assicuro, è dai toni bonari, seppur dissacranti e disincantati; sappi che non è altro che un mezzo, uno strumento come un altro per generare altre beffe, più nascoste, più sottili, e poi altre, e chissà quante ancora: beffe a chi si prende troppo sul serio, agli autoreferenziali, ai presunti grandi della blogosfera, ai commentatori zerbino, a quelli distratti, banali, qualunquisti o opportunisti, a chi sostiene di scrivere per sè stesso, a chi si illude di scrivere per gli altri, a chi non ha nient’altro di meglio da fare. A me stesso.
L'argomento trattato è il Niente. Nudo e crudo. Maestoso. Incontestabile. Esattamente come avviene nella stragrande maggioranza dei blog del resto (e in questo aspetto, devo ammetterlo, si scade fin troppo nel conformismo), con la differenza che qui il Niente si esalta e si sviscera nella sua interezza. Chiunque può contribuire alla sua grandiosa edificazione, anche se, come spiegavo, non è strettamente necessario. Quello che importa è che ogni parola, ogni singola parola esistente troverà a tempo debito la sua collocazione in Esso, incastrandosi perfettamente e sapientemente come in un immane, grottesco puzzle che tutto attrae a sè. E un giorno quello che chiamate ranking non avrà nemmeno più ragione di esistere, una volta fatto a pezzi, frantumato per sempre dal Grande Magnete. Non c'è confine. Non c'è limite. Se non uno: l’ultimo atto del processo di implosione. Che arriverà prima o poi, sta già arrivando, è alle porte.
E tutto fagociterà, tutto, comprese queste poche deliranti righe.
 
Carissimo lettore misterioso, purtroppo ho capito ben poco dei tuoi sconclusionati ragionamenti. Ma una cosa è certa: quel poco, non l’ho trovato divertente.
Amico mio, curati.
Con i miei migliori auguri di un futuro sereno,
C. Trapella
chicotrapella - giovedì, 12 aprile 2007 | Permalink | commenti (63)
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Se è vero che la realtà – come affermò una volta il grande Dave Wilcox – è lo specchio tridimensionale del tempo, e che il tempo non è altro che la traduzione non scritta della realtà, beh, la questione del “formale”, intesa proprio come percezione e riedizione degli umani accadimenti, non può che diventare prioritaria in un’ottica di fruttuosa evoluzione dialogica. Tutto ciò lo sperimentatore lo sa bene, l’ha sempre saputo bene, tanto da generare nel corso degli anni una varietà di filosofie d’approccio impressionante, a partire proprio da quel Jeremy Brown che nel 1944, insieme alla moglie, la talentuosa ricercatrice statunitense Lexi Sharpe, partorì il primo rivoluzionario metodo di fitting testuale a coordinate permanenti, conosciuto anche come il metodo images, o il metodo pattern.
Basato sull’identificazione a valle del tessuto nominale (e qui stava l’autentica rivoluzione), il metodo images ha annoverato proseliti un po’ in tutto il mondo, specialmente in Francia e nel Regno Unito, ma anche tanti feroci detrattori di stampo tradizionalista, Blanchottiani per lo più (i cosiddetti passatisti), i quali, autoproclamatisi sostanzialmente come guardiani dell’ortodossia, si opposero al metodo lanciandosi in una contro-campagna intellettuale serratissima (ai limiti del boicottaggio) che però, nel corso degli anni, si rivelò destinata ad una inesorabile, inappellabile, tragica sconfitta.
Tragica sconfitta che si consumò anche e soprattutto grazie all’attecchimento, profondo, di alcuni cardini Browniani nel vissuto di alcuni maestri europei di caratura superiore, persone che furono capaci di riacquisire il metodo pattern e di perfezionarlo, operando cambiamenti anche radicali, affinandolo con un durissimo lavoro di ricerca, migliorandolo sensibilmente in termini di stabilità e di accuratezza; in ultima analisi, consacrandolo.
Tra questi maestri va per forza di cose citato J. J. Apollinaire, ancora lui, il mito.
Il metodo apollineriano si sviluppa praticamente alla fine degli anni sessanta, in piena fase di ripudio sociale da parte dell’autore, e rimane in incubazione per almeno cinque anni, gli anni più difficili per il nostro, ma senz’ombra di dubbio anche i più proficui. Bastelli una volta disse addirittura che, senza quel quinquiennio, probabilmente la nostra cultura odierna, specialmente a livello di sinergie lessicali e di comunicatività sociale, risulterebbe impoverita di un buon 15%, e noi nemmeno lo sapremmo. Ipotesi che non posso che condividere, tra l’altro.
L’intuizione di Apollinaire, ancora una volta, fu acutissima. Perché continuare a figurarsi l’apparato nominale di un testo come un’entità rigida, immobile, e non invece un qualcosa di vivo ed adattabile al tempo, alle emozioni, ai sentimenti, alla storia? Ecco la vera novità! Ecco la vera svolta! L’attuazione concreta, ovviamente, aveva però bisogno di uno strumento figurato, retorico, strumento che egli stesso concepì e che in gergo prettamente tecnico è conosciuto come offset.
Facendo leva su questo concetto di adattabilità del tutto nuovo (e spiazzante), Apollinaire spiana dunque la strada ad un bestfitting testuale atipico ed allo stesso tempo incredibilmente rigoroso, mirato a sgrossare in maniera sempre più scrupolosa l’intera ossatura dello scritto, attraverso le tre famose “scansioni progressive” (basti pensare che lo stesso prof. Putrelli attinse al procedimento per sviluppare il suo fortunato modello entropico di significato). Operando in questo senso, vale a dire applicando alle scansioni parametri di cut-off di volta in volta più severi, il problema dei contenuti sinottici è brillantemente risolto proprio grazie alle proprietà caratterizzanti il filtraggio. Un escamotage a dir poco geniale. Come se non bastasse, introducendo appunto il concetto di offset per adattare la forma del testo a quella ideale, proiettata, frutto cioè dell’astrazione concepita dall’uomo in base alla sua esperienza e alla sua sensibilità artistica, ed applicandolo in coda ad ogni singola scansione (quando si parla di offset di piani dialettici va sempre inteso – almeno secondo il metodo apollineriano – sia l’offset di traslazione che quello di rotazione), la revisione ultima del lavoro si rivelerà oggettivamente di gran lunga più efficace rispetto al tradizionale metodo pattern (pur non rinnegandone i principi di base), soprattutto se consideriamo lo scostamento assoluto tra testo reale e testo ideale, veramente esiguo, in molti casi addirittura trascurabile.
Ora però non è mia intenzione dilungarmi eccessivamente, addentrandomi in disquisizioni tecnico-filosofiche che forse potrebbero risultare poco comprensibili (o addirittura noiose) per i non addetti ai lavori. Non mi aspetto nemmeno che qualcuno di voi, dall’oggi al domani, sia in grado di applicare alla lettera il metodo apollineriano, cosa praticamente impossibile vista la complessità dell’argomento, e l’esercizio che richiederebbe. Mi auguro solamente di aver contribuito, nel mio piccolo, a dare voce ad un tema così misconosciuto ma allo stesso tempo così delicato ed importante; di aver alimentato, per quanto lievemente, la fiamma del sapere e della conoscenza che risiede in ognuno di noi, nessuno escluso, nel profondo. Una fiamma che non chiede altro che questo.
Spazio.
Spazio per divampare incontrastata, spazio per riscaldare i cuori, per illuminare le menti; spazio per avvolgerci in un unico grande abbraccio salvifico e purificatore, esattamente come i nostri grandi maestri – Apollinaire in primis – ci hanno insegnato.
chicotrapella - mercoledì, 04 aprile 2007 | Permalink | commenti (11)
tags: cultura, autori, sperimentazione, tecniche pratiche