E’ interessante, davvero molto interessante lo studio realizzato dal professore tedesco Alexander Khermes in merito all’intelligibilità visiva preliminare, sviluppato in collaborazione del Dipartimento di Scienze Filologiche Sperimentali dell’Università di Hannover.
Profondo conoscitore della letteratura sassone nonché stimato semiologo internazionale, dopo aver tenuto per oltre dieci anni la cattedra di storia comunicativa medioevale al prestigioso Rineal Dext Institute di Amburgo, l’esimio professore ha seguito diversi progetti di carattere formativo e sociologico a livello europeo, finalizzati a promuovere una nuova cultura dialogica basata sullo scambio de-contestuale, che valorizzasse cioè le dissimilitudini – come lui stesso ama definirle – tra i diversi popoli, usi e costumi, attingendo dal grande serbatoio della storia quei valori che, se e solo se conformi alla carta deontologica stipulata dall’Associazione Interculturale Middeleuropea, potessero rilanciare fattivamente quel meccanismo di produttività linguistica da tempo sopito (per lo meno in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia).
Ed è proprio in seno a questa delicata attività che si è sviluppata nella sensibilità del professore un’ulteriore esigenza educativa, per molti versi così essenziale, indissolubilmente legata al discorso dell’ermeneutica intesa come valore aggiunto di una moderna società civile; parlo naturalmente dello studio della IVP (intelligibilità visiva preliminare), che è un po’ da considerarsi come la naturale continuazione del costante percorso di ricerca intrapreso dall'intellettuale tedesco.
Nata inizialmente come materia sperimentale, l’IVP ha raccolto nell’ultimo biennio un’infinità di consensi, ed oggi sta dispensando, e a piene mani, i primi succosi frutti.
Tutto ciò è ampiamente trattato all’interno del fascicolo ALKH07, redatto dal professore insieme ai ragazzi di Hannover, fascicolo che aiuta a capire – in un linguaggio estremamente semplice, comprensibilissimo, adatto anche ai non addetti ai lavori – quanto l’IVP giochi un ruolo cruciale nell’ambito dei nostri modelli comportamentali rapportati alla sfera del sociale.
Ma quali sono le sostanziali novità introdotte dallo studio? Beh, sono davvero un’enormità.
Senza dubbio va citata l’ampia dissertazione in merito ai prolassi consequenziali di significato, che prende spunto dalla progressiva erosione di senso già trattata in passato da Alley e Stevenson, con riferimenti incredibilmente coerenti alla realtà che tutti noi viviamo ogni giorno (corredati da una serie di slides esplicative davvero ben fatte). Pregevole ed illuminante anche la demolizione del concetto di ibridazione dialogica, un vero scacco matto in tre mosse (per certi versi davvero cinico e spietato) che non lascia possibilità d’appello ai suoi demiurghi, Montagna in primis. Mi sento tuttavia di affermare che il nocciolo dello studio, dell’intero studio probabilmente, sia racchiuso nel capitolo 19, intitolato in maniera del tutto provocatoria dumm-derjenige-der-lesenstrasse (letteralmente scemochilegge: un chiaro riferimento, anche giocoso, al più classico dei paradossi linguistici di ogni tempo).
E’ qui che, non prima di una prefazio storica dettagliatissima, che aiuta a comprendere le origini più antiche di un vero fenomeno di costume, ci si addentra nel vivo del discorso.
Come mai – si chiede il professore – come mai ci troviamo sempre più spesso di fronte ad un deterioramento così radicato della tensione cognitiva? Come si spiega il disinteresse, il volontario quanto sconsiderato digiuno da parte dei giovani, ma anche dei meno giovani, riguardo alla produzione letteraria di livello per così dire “alto”? Esiste una sorta di rigetto? Di apatia? Di svuotamento?
Le risposte – va detto – non sono affatto confortanti.
Dati alla mano, quello che emerge è un drammatico allontanamento dal modello di Hexagon dovuto principalmente a motivi quali vita frenetica, immaturità, mancanza di valori, superficialità. Il problema è che non si ha più tempo, non si ha più tempo per leggere, assimilare, ragionare, capire, crescere.
Tutto ciò è molto grave.
L’esempio riportato nel capitolo 19 è davvero illuminante in propostito, oltre che terribilmente reale. La gente non ha tempo, i giovani non hanno tempo, i lettori non hanno tempo. Ad un palmo dal proprio naso ecco un testo di autentico spessore ma niente, niente da fare, non c’è tempo, non c’è tempo per leggerlo, non c’è tempo per interiorizzarlo. E che cosa fa allora il nostro simpatico lettore moderno? Semplice: sorvola, svicola, non approfondisce, giudica in maniera superficiale. Dà un’occhiata alle prime righe, a qualche grassetto magari, certo, e pensa di aver capito già tutto, il furbone. Quante volte sarà capitato anche qui tra le pagine di Fucina Trapella! Ahime, quante volte!
E’ uno studio di una concretezza impressionante.
Sostiene il professor Khermes che di fronte ad un testo impegnato soltanto una persona su 10 decide di mettere in discussione il proprio tempo, dedicandolo all’assimilazione dei contenuti (operazione talvolta impegnativa, senza dubbio, ma allo stesso tempo così indispensabile). Gli altri nove no. Gli altri nove si ritengono più scaltri, probabilmente. Superiori. Più fichi. A loro basta qualche dannata riga e qualche fottuto grassetto per decidere che il tal argomento non è degno di interesse. Se poi i grassetti si diradano allora ciao, si passa ad altro, si corre subito via, via, a giocare alla Playstation o a guardar la De Filippi. Khermes si scaglia duramente contro questo malcostume diffuso e nel paragrafo tecniche pratiche di sub-assimilazione concettuale la sua posizione viene esplicitata senza mezzi termini.
Un testo di tipo A – afferma il professore – potrebbe finanche contenere i peggiori epiteti del mondo, magari rivolti allo stesso lettore (ricordate il titolo del capitolo 19?), e questi con grande probabilità potrebbe assimilarli involontariamente, subliminalmente per così dire, rendendoli effettivi proprio a causa del suo stesso modo di fare sconsiderato, colpevolmente superficiale. E’ possibile che all’interno di questo ipotetico testo siano presenti – è solo un esempio, intendiamoci – parole come faccia del tuo cazzo, coglione, rimbambito, rintronato, scellerato, mentecatto, bagaglio, bagiano, zavaglio, testa di pube, glande raffermo, vulva rinsecchita, pezzo di melma, bestia con la parola, cesso vivente, rottame ambulante, feccia della società, puss del mondo, gran pezzo di sterco di capra andato a male, uomo-merda, poveretto, pover’uomo, cazzone avariato e via di questo passo, soloper citarne alcune. Niente di più facile. E’ incredibile come questi termini potrebbero essere presenti, ovunque, sparsi qua e là all’interno dell’ipotetico testo, e il lettore medio neanche se ne accorgerebbe (nove volte su dieci). Perché tanto ci sarà sempre un rassicurante grassetto al quale aggrapparsi, come folle baluardo d’approssimazione mentale dal quale risulterà fin troppo facile librarsi in aria per sorvolare a volo d’uccello l’intero testo, bellamente, spensieratamente, mettendo così a tacere la propria coscienza critica.
E’ triste, lo so. Eppure pare proprio che sia così, almeno secondo lo studio condotto dal professore.
Mi chiedo a questo punto se veramente anche qui alla Fucina Trapella questo fenomeno sia accaduto o possa accadere, e con quale frequenza. Spero francamente il meno possibile (e lo spero più che altro per voi lettori).
Tuttavia sono convinto che il nostro sia per la maggioranza un pubblico attento e preparato, che non si lascia certo intimidire da un testo apparentemente più lungo dela media, magari condito da qualche parolina difficile.
Io lo so che siete così, lo sento. So che non fate parte di quei nove. Datemene testimonianza, vi prego.
Altrimenti, beh, è anche inutile che ve lo dica.
Perchè in fondo – ed è proprio questo il bello del paradosso Khermesiano – ve lo sareste già detto voi stessi, in autonomia.
chicotrapella - mercoledì, 30 maggio 2007 | Permalink | commenti (13)
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