E’ l’inverno del 1973. In una Lione ancora assonnata ed indolenzita dal freddo, un uomo distinto siede al tavolo di un bar. Sorseggia un caffè caldo, in solitudine, con estrema calma, quasi che il tempo non esista o meglio, che per lui non sia cosa di rilievo. Appare sereno, fermo, sicuro di sé. Un altro sorso di caffè da gustare fino in fondo mentre poco lontano, all’interno del locale affollato, più di uno sguardo si posa fugacemente, e non senza invidia, sul suo impeccabile completo grigio.
Al tempo l’uomo godeva di una discreta fama, una fama meritata – certo, meritatissima, questo non è in discussione – una fama che gradatamente gli aveva vieppiù donato benessere, agio, stima. Certezze.
La copia de Le progrès che aveva davanti agli occhi era pronta a ricordarglielo. Il trafiletto a pagina nove parlava del suo ultimo libro, il terzo per la precisione, un pregevolissimo esempio di saggistica nonché il suo maggiore successo editoriale di sempre.
Un impercettibile sorriso. Un altro sorso di caffè.
Calore. Pace. Compiacimento.
E poi un tremendo scossone. Improvviso. Inaspettato. Prepotente.
Un uomo che gli rovina addosso. E la tazzina che si schianta irrimediabilmente sul pavimento…
Le cose andarono esattamente così (fu lui stesso a raccontarlo nella famosa intervista rilasciata a Le Monde dieci anni più tardi) ed è incredibile pensare come fu proprio quella tazzina, quella così apparentemente insignificante – ma altamente profetica – tazzina frantumata, a segnare il confine tra una vita vecchia ed una completamente nuova ed antitetica alla precedente.
Alle spalle dell’uomo si era accesa una piccola rissa, ed un individuo decisamente trasandato e fuori moda, dalla barba incolta, scura, dai lineamenti strani, spigolosi, verrebbe da dire misteriosi, era stato spintonato contro di lui. La discussione era tremendamente banale, come spesso accade in questi casi, eppure gli animi presero fuoco all’istante. Il losco figuro fu isolato, quindi malmenato senza esitazioni da alcuni non raccomandabili compari del suo avversario, in maniera tanto feroce quanto vigliacca: un vero e proprio pestaggio sotto gli occhi increduli degli astanti. Che non mossero un solo dito…
Lo “straniero” giaceva a terra malconcio quando ecco che l’uomo elegante, solo ed impietosito, gli si fece incontro per prestargli soccorso… Gli sguardi dei due si incrociarono, e da quel preciso momento in poi il loro sodalizio divenne prima amicizia, quindi collaborazione, infine storia.
L’uomo in grigio era il lionese d’adozione Laplace, mentre il barbuto forestiero disadattato altri non era che Apollinaire, naturalmente. Un Apollinaire diverso e già radicalmente maturato interiormente, sì, ma anche un Apollinaire fortemente spaesato in seguito al lungo, estenuante isolamento sui Pirenei.
Laplace ebbe il grande merito di non fermarsi alle apparenze ed anzi, in Jean Jacques seppe riconoscere prima di qualunque altro l’immane, oserei dire debordante carica rivoluzionaria e creativa.
Senza Laplace oggi non avremmo Apollinaire così come lo conosciamo; allo stesso modo, senza Apollinaire, è certo che non avremmo mai potuto avere il Laplace seconda maniera con i suoi sconcertanti, magnifici scritti.
Il cambiamento di Laplace infatti fu impressionante, e si può dire che coincise quasi perfettamente con l’assimilazione dei concetti espressi da Apollinaire nella sua opera-madre, S’èvanoiur pour renaìtre (all'epoca ancora in stadio embrionale), che egli esaminò approfonditamente qualche mese dopo.
Ben presto Laplace abbandonò la sua vita agiata, comoda, di successo, per auto-relegarsi ai margini della società, vivendo di espedienti come un fou chercheur de vèridique (così si definì); abbandonò la famiglia, il suo editore, gli affetti più cari, persino il suo amato pastore tedesco Brett; abbandonò tutto, tutto quanto, ma soprattutto abbandonò il suo modo di scrivere.
Non si può dire comunque che quest’ultimo venne del tutto rinnegato, ma al contrario venne come ribaltato, visto allo specchio e poi rielaborato, confuso, mistificato, quindi riadattato, reso credibile, trasmutato, trasmigrato, migliorato, in qualche modo emendato e consacrato.
Le mil et une scierie, Le nain et le pomme, Le photographe, solo per citarne alcune, sono opere senza tempo che tratteggiano un’identità vivida e multiforme, mai doma e sempre pronta a reinventarsi (non senza sofferenza, va detto).
Ma il culmine della produzione Laplaciana si raggiunge senz’altro con Métal Enterré (Metallo Sepolto), capolavoro edito nel 1979 per la prima volta da Endragon.
E qui senza dubbio ci troviamo di fronte ad una delle tre più grandi opere mai uscite dal felice crogiolo creativo della Cerchia dei Lionesi, la congrega letteraria di cui Laplace e Apollinaire furono i massimi esponenti in quegli anni.
Métal Enterré, ovvero l'opera spiazzante per eccellenza.
Opera cupa, intricata, controversa, claustrofobica. Opera anche e soprattutto mistica.
In quelle 279 pagine c’è racchiuso tutto l’impetuoso trascorso umano ed emozionale dell’autore, che incessantemente tende a deviare in sogno o in incubo, in incubo o in sogno, fantasmatica proiezione di un immaginario osservato ed analizzato dall’interno, talvolta freddamente e distaccatamente ma sempre, sempre in prima persona, esponendosi.
D’altro canto – è chiaro – l’influenza di una grande mente come Apollinaire non avrebbe potuto non lasciare il segno…
Scritto in una sola notte (incredibile ma vero) Métal Enterré è un romanzo a tutti gli effetti. Il protagonista (l’ambiguo Mat, che altri non è che l’alter ego di Laplace) intraprende un viaggio allucinante che lo porterà finanche nelle più remote pieghe della terra, scontrandosi uno ad uno con i suoi desideri e le sue paure più recondite, in una continua e dolorosissima esperienza di introspezione nel sottosuolo, alla spasmodica ricerca del prezioso O.E.U.F., un oggetto (ma forse uno stato mentale, un’ideale, un sogno, uno stato dell’arte, un segreto, un pooka: non è dato di saperlo con certezza) leggendario e straordinariamente potente, una sorta di ressort transcendant, l’affascinante spirale mistica lambita da Olorin nel suo Magish Witstock, poema epico-cavalleresco scandinavo di fine ottocento.
Senza svelare alcunchè di insvelabile, possiamo affermare tranquillamente che l’esito del tortuoso viaggio di Mat/Laplace rimane aperto a molteplici interpretazioni. Così come tante sono state le speculazioni fatte sul libro, che non solo è stato oggetto di culto per differenti categorie sociali (anche totalmente dissimili tra loro) soprattutto negli anni ottanta, ma addirittura è stato innalzato a bandiera di teorie personalistiche talvolta fumose o contrastanti, spesso, troppo spesso furbescamente costruite ad arte. Una vera e propria ridda di voci, insinuazioni e supposizioni che a dire il vero non hanno mai trovato conferme tangibili, ma che ugualmente presero piede, sempre più insistentemente, nel pensiero comune. Molti, per esempio, avrebbero giurato sul fatto che l’opera fosse stata dettata da una sorta di delirio lisergico dell’autore, ma questa voce fu inappellabilmente smentita dallo stesso Laplace, il quale pretese addirittura pubblica ammenda da parte del noto critico del Lire, Fabius Laurent, che appoggiò imprudentemente questa tesi. Altri sospettarono che, intessuto segretamente nel racconto, si nascondesse un veemente atto d’accusa rivolto alle più alte cariche dello Stato, coinvolte – parrebbe – in uno scandalo di proporzioni inimmaginabili, che avrebbe potuto minare seriamente il sistema-paese. Alcuni vissero addirittura questo messaggio onirico come un vero pretesto rivoluzionario, che avrebbe in sostanza reso lecita ed auspicabile una lotta di classe (anche violenta) ai danni della borghesia. Gli arresti per attività sovversiva all’interno del Gruppo O.E.U.F. (così si chiamarono) furono svariati. Métal Enterré fu osteggiato anche dalla Chiesa locale, in quanto accusato di alimentare ideali animistici ed esoterici, pericolosamente al confine del satanismo. Il testo fu scandagliato in diversi chiavi di lettura, fu anche letto al contrario, più volte e secondo metriche variabili e sghembe, ma nulla di tutto ciò trovò un riscontro concreto. Ciò nonostante, dal 1984 al 1989 il libro fu sottoposto a censura da parte delle autorità francesi.
Detto questo, una delle interpretazioni più credibili rimane senz’altro quella dell’auto-analisi psicologica, del percorso interiore, dell’intimismo portato alle estreme conseguenze, dell’angosciante screening autogeno dell’animo umano. Non per niente Laplace fu presto definito il rabdomante dell’inconscio, unica etichetta che l’autore, per così dire, non disdegnò.
Ma non dimentichiamo quella che forse è la più suggestiva delle ipotesi (ma non per questo meno plausibile), ipotesi che percepisce l’intera opera come un grande omaggio in codice, il più grande omaggio moderno a quello che per definizione è il metallo sepolto, ovvero invisibile, celato, in una sorta di messaggio al mondo che solo gli eletti potranno un giorno comprendere: in altre parole, la più grandiosa allegoria mai scritta del Grande Magnete. Ma qui si entra in un campo assai spinoso, e non mi pare che i tempi siano maturi per affrontare come si deve questo argomento.
Ne riparleremo, comunque, lo prometto.
Per concludere: quanta strada è stata fatta grazie a quella tazzina! Chissà se Laplace, quel giorno, comodamente seduto al tavolo del bar, l’avrebbe mai potuto immaginare...
Io sono sicuro di no.
Quel giorno infatti la tazzina si frantumò, è vero, ma è come se idealmente e miracolosamente, in quello stesso istante, su un piano conoscitivo differente e parallelo, essa si ricostituì in un modo nuovo e del tutto inaspettato, più fragile e solido allo stesso tempo. E’ un grande mistero. Così come il messaggio ultimo di Métal Enterré e, ancor di più, come l’esistenza stessa di Laplace. Un enigma da risolvere, che ancora oggi conserva intatto tutto il suo ancestrale fascino.
Era il 27 settembre del 1994, infatti, quando costeggiando il fiume Aisne durante un’escursione con alcuni amici, Laplace precipitò accidentalmente in un profondo crepaccio che si apriva nel terreno, venendo tragicamente inghiottito dalle buie fauci del sottosuolo.
Fatalità? Segno del destino?
Chi può dirlo.
Per ora certamente nessuno.
Il suo corpo, infatti, non fu mai più ritrovato.