È fatta dai, sono sopravvissuto anche a questa.
Conseguentemente ad una malaugurata, disgraziata, scriteriata scommessa fatta con un caro amico la settimana scorsa (perduta ovviamente, me tapino) mi sono dovuto sorbire per intero l’ultimo “libro” della Rowling, ultimo tassello della fortunata (commercialmente parlando, si intende) saga.
Beh, non che mi aspettassi, tanto per dire, il purismo estetico de I Giardini di Babilonia piuttosto che la lucida asprezza del Patto col padre di F. Fleur, però caspita, qualcosina di più me lo sarei aspettato dal tanto magnificato maghetto cicatrizzato e saputello… Tutto 'sto gran can-can, e per che cosa poi?
Che delusione.
D’altra parte le code in libreria, da che mondo è mondo, hanno sempre rappresentato un campanello d’allarme, una sorta di infallibile cartina di tornasole della mediocrità narrativa. E così è stato, puntualmente, una volta di più.
Quello che mi ha impressionato non è soltanto l’inconsistenza della trama, la macchinosità dell’espressione, la scarsa propensione linguistica – talvolta imbarazzante – ma anche e soprattutto l’assoluta mancanza di spessore dei personaggi, (non) caratterizzati da personalità fragili e maldestramente abbozzate, mai incisive, così marcatamente capziose; siamo d’accordo che si tratti di un libro prevalentemente rivolto ai giovani (a proposito, voi: sveglia eh), ma santo cielo! Che considerazione abbiamo dei nostri ragazzi? Se così fosse saremmo di fronte ad un dato socialmente preoccupante!
Come se non bastasse, se a tutto ciò andiamo a sommare l’inserimento pressochè casuale e profondamente snaturante di elementi mitici e mitologici, la prevedibilità degli eventi, il buonismo imperante, la melassa, la melassa che sgorga copiosa da ogni parola e da ogni situazione, melassa che tutto inviluppa, coprendo, avvolgendo, infine debordando al punto di trasudare dagli stessi pori della carta fino ad appiccicare le mani dell’incauto, sprovveduto lettore, beh: che altro dire?
Un polpettone.
Un noioso, noiosissimo polpettone per bocche particolarmente buone o dalle papille gustative anestetizzate, al limite, difficilmente digeribile anche in spiaggia sotto l’ombrellone, il che la dice lunga sull’intrinseco quanto involontario potere intasante dello scritto.
Se proprio dovete leggerlo, insomma, evitate di fare il bagno prima di tre ore. Abbondanti.
E’ un consiglio.
chicotrapella - martedì, 31 luglio 2007 | Permalink | commenti (6)
tags: cultura, riflessioni, letture, autori, stroncature, pseudo-letteratura
E’ l’inverno del 1973. In una Lione ancora assonnata ed indolenzita dal freddo, un uomo distinto siede al tavolo di un bar. Sorseggia un caffè caldo, in solitudine, con estrema calma, quasi che il tempo non esista o meglio, che per lui non sia cosa di rilievo. Appare sereno, fermo, sicuro di sé. Un altro sorso di caffè da gustare fino in fondo mentre poco lontano, all’interno del locale affollato, più di uno sguardo si posa fugacemente, e non senza invidia, sul suo impeccabile completo grigio.
 
Al tempo l’uomo godeva di una discreta fama, una fama meritata – certo, meritatissima, questo non è in discussione – una fama che gradatamente gli aveva vieppiù donato benessere, agio, stima. Certezze.
La copia de Le progrès che aveva davanti agli occhi era pronta a ricordarglielo. Il trafiletto a pagina nove parlava del suo ultimo libro, il terzo per la precisione, un pregevolissimo esempio di saggistica nonché il suo maggiore successo editoriale di sempre.
Un impercettibile sorriso. Un altro sorso di caffè.
Calore. Pace. Compiacimento.
E poi un tremendo scossone. Improvviso. Inaspettato. Prepotente.
Un uomo che gli rovina addosso. E la tazzina che si schianta irrimediabilmente sul pavimento…
 
Le cose andarono esattamente così (fu lui stesso a raccontarlo nella famosa intervista rilasciata a Le Monde dieci anni più tardi) ed è incredibile pensare come fu proprio quella tazzina, quella così apparentemente insignificante – ma altamente profetica – tazzina frantumata, a segnare il confine tra una vita vecchia ed una completamente nuova ed antitetica alla precedente.
Alle spalle dell’uomo si era accesa una piccola rissa, ed un individuo decisamente trasandato e fuori moda, dalla barba incolta, scura, dai lineamenti strani, spigolosi, verrebbe da dire misteriosi, era stato spintonato contro di lui. La discussione era tremendamente banale, come spesso accade in questi casi, eppure gli animi presero fuoco all’istante. Il losco figuro fu isolato, quindi malmenato senza esitazioni da alcuni non raccomandabili compari del suo avversario, in maniera tanto feroce quanto vigliacca: un vero e proprio pestaggio sotto gli occhi increduli degli astanti. Che non mossero un solo dito…
Lo “straniero” giaceva a terra malconcio quando ecco che l’uomo elegante, solo ed impietosito, gli si fece incontro per prestargli soccorso… Gli sguardi dei due si incrociarono, e da quel preciso momento in poi il loro sodalizio divenne prima amicizia, quindi collaborazione, infine storia.
 
L’uomo in grigio era il lionese d’adozione Laplace, mentre il barbuto forestiero disadattato altri non era che Apollinaire, naturalmente. Un Apollinaire diverso e già radicalmente maturato interiormente, sì, ma anche un Apollinaire fortemente spaesato in seguito al lungo, estenuante isolamento sui Pirenei.
Laplace ebbe il grande merito di non fermarsi alle apparenze ed anzi, in Jean Jacques seppe riconoscere prima di qualunque altro l’immane, oserei dire debordante carica rivoluzionaria e creativa.
Senza Laplace oggi non avremmo Apollinaire così come lo conosciamo; allo stesso modo, senza Apollinaire, è certo che non avremmo mai potuto avere il Laplace seconda maniera con i suoi sconcertanti, magnifici scritti.
Il cambiamento di Laplace infatti fu impressionante, e si può dire che coincise quasi perfettamente con l’assimilazione dei concetti espressi da Apollinaire nella sua opera-madre, S’èvanoiur pour renaìtre (all'epoca ancora in stadio embrionale), che egli esaminò approfonditamente qualche mese dopo.
Ben presto Laplace abbandonò la sua vita agiata, comoda, di successo, per auto-relegarsi ai margini della società, vivendo di espedienti come un fou chercheur de vèridique (così si definì); abbandonò la famiglia, il suo editore, gli affetti più cari, persino il suo amato pastore tedesco Brett; abbandonò tutto, tutto quanto, ma soprattutto abbandonò il suo modo di scrivere.
Non si può dire comunque che quest’ultimo venne del tutto rinnegato, ma al contrario venne come ribaltato, visto allo specchio e poi rielaborato, confuso, mistificato, quindi riadattato, reso credibile, trasmutato, trasmigrato, migliorato, in qualche modo emendato e consacrato.
Le mil et une scierie, Le nain et le pomme, Le photographe, solo per citarne alcune, sono opere senza tempo che tratteggiano un’identità vivida e multiforme, mai doma e sempre pronta a reinventarsi (non senza sofferenza, va detto).
Ma il culmine della produzione Laplaciana si raggiunge senz’altro con Métal Enterré (Metallo Sepolto), capolavoro edito nel 1979 per la prima volta da Endragon.
E qui senza dubbio ci troviamo di fronte ad una delle tre più grandi opere mai uscite dal felice crogiolo creativo della Cerchia dei Lionesi, la congrega letteraria di cui Laplace e Apollinaire furono i massimi esponenti in quegli anni.
 
Métal Enterré, ovvero l'opera spiazzante per eccellenza.
Opera cupa, intricata, controversa, claustrofobica. Opera anche e soprattutto mistica.
In quelle 279 pagine c’è racchiuso tutto l’impetuoso trascorso umano ed emozionale dell’autore, che incessantemente tende a deviare in sogno o in incubo, in incubo o in sogno, fantasmatica proiezione di un immaginario osservato ed analizzato dall’interno, talvolta freddamente e distaccatamente ma sempre, sempre in prima persona, esponendosi.
D’altro canto – è chiaro – l’influenza di una grande mente come Apollinaire non avrebbe potuto non lasciare il segno…
Scritto in una sola notte (incredibile ma vero) Métal Enterré è un romanzo a tutti gli effetti. Il protagonista (l’ambiguo Mat, che altri non è che l’alter ego di Laplace) intraprende un viaggio allucinante che lo porterà finanche nelle più remote pieghe della terra, scontrandosi uno ad uno con i suoi desideri e le sue paure più recondite, in una continua e dolorosissima esperienza di introspezione nel sottosuolo, alla spasmodica ricerca del prezioso O.E.U.F., un oggetto (ma forse uno stato mentale, un’ideale, un sogno, uno stato dell’arte, un segreto, un pooka: non è dato di saperlo con certezza) leggendario e straordinariamente potente, una sorta di ressort transcendant, l’affascinante spirale mistica lambita da Olorin nel suo Magish Witstock, poema epico-cavalleresco scandinavo di fine ottocento.
Senza svelare alcunchè di insvelabile, possiamo affermare tranquillamente che l’esito del tortuoso viaggio di Mat/Laplace rimane aperto a molteplici interpretazioni. Così come tante sono state le speculazioni fatte sul libro, che non solo è stato oggetto di culto per differenti categorie sociali (anche totalmente dissimili tra loro) soprattutto negli anni ottanta, ma addirittura è stato innalzato a bandiera di teorie personalistiche talvolta fumose o contrastanti, spesso, troppo spesso furbescamente costruite ad arte. Una vera e propria ridda di voci, insinuazioni e supposizioni che a dire il vero non hanno mai trovato conferme tangibili, ma che ugualmente presero piede, sempre più insistentemente, nel pensiero comune. Molti, per esempio, avrebbero giurato sul fatto che l’opera fosse stata dettata da una sorta di delirio lisergico dell’autore, ma questa voce fu inappellabilmente smentita dallo stesso Laplace, il quale pretese addirittura pubblica ammenda da parte del noto critico del Lire, Fabius Laurent, che appoggiò imprudentemente questa tesi. Altri sospettarono che, intessuto segretamente nel racconto, si nascondesse un veemente atto d’accusa rivolto alle più alte cariche dello Stato, coinvolte – parrebbe – in uno scandalo di proporzioni inimmaginabili, che avrebbe potuto minare seriamente il sistema-paese. Alcuni vissero addirittura questo messaggio onirico come un vero pretesto rivoluzionario, che avrebbe in sostanza reso lecita ed auspicabile una lotta di classe (anche violenta) ai danni della borghesia. Gli arresti per attività sovversiva all’interno del Gruppo O.E.U.F. (così si chiamarono) furono svariati. Métal Enterré fu osteggiato anche dalla Chiesa locale, in quanto accusato di alimentare ideali animistici ed esoterici, pericolosamente al confine del satanismo. Il testo fu scandagliato in diversi chiavi di lettura, fu anche letto al contrario, più volte e secondo metriche variabili e sghembe, ma nulla di tutto ciò trovò un riscontro concreto. Ciò nonostante, dal 1984 al 1989 il libro fu sottoposto a censura da parte delle autorità francesi.
Detto questo, una delle interpretazioni più credibili rimane senz’altro quella dell’auto-analisi psicologica, del percorso interiore, dell’intimismo portato alle estreme conseguenze, dell’angosciante screening autogeno dell’animo umano. Non per niente Laplace fu presto definito il rabdomante dell’inconscio, unica etichetta che l’autore, per così dire, non disdegnò.
Ma non dimentichiamo quella che forse è la più suggestiva delle ipotesi (ma non per questo meno plausibile), ipotesi che percepisce l’intera opera come un grande omaggio in codice, il più grande omaggio moderno a quello che per definizione è il metallo sepolto, ovvero invisibile, celato, in una sorta di messaggio al mondo che solo gli eletti potranno un giorno comprendere: in altre parole, la più grandiosa allegoria mai scritta del Grande Magnete. Ma qui si entra in un campo assai spinoso, e non mi pare che i tempi siano maturi per affrontare come si deve questo argomento.
Ne riparleremo, comunque, lo prometto.
 
Per concludere: quanta strada è stata fatta grazie a quella tazzina! Chissà se Laplace, quel giorno, comodamente seduto al tavolo del bar, l’avrebbe mai potuto immaginare...
Io sono sicuro di no.
Quel giorno infatti la tazzina si frantumò, è vero, ma è come se idealmente e miracolosamente, in quello stesso istante, su un piano conoscitivo differente e parallelo, essa si ricostituì in un modo nuovo e del tutto inaspettato, più fragile e solido allo stesso tempo. E’ un grande mistero. Così come il messaggio ultimo di Métal Enterré e, ancor di più, come l’esistenza stessa di Laplace. Un enigma da risolvere, che ancora oggi conserva intatto tutto il suo ancestrale fascino.
 
Era il 27 settembre del 1994, infatti, quando costeggiando il fiume Aisne durante un’escursione con alcuni amici, Laplace precipitò accidentalmente in un profondo crepaccio che si apriva nel terreno, venendo tragicamente inghiottito dalle buie fauci del sottosuolo.
Fatalità? Segno del destino?
Chi può dirlo.
 
Per ora certamente nessuno.
 
Il suo corpo, infatti, non fu mai più ritrovato.
chicotrapella - giovedì, 26 luglio 2007 | Permalink | commenti (9)
tags: cultura, letture, autori
E così, cari amici, come tutte le cose belle anche il Most Hated Blog 2007 è arrivato alla fine.
Toni pacati, grande fair play, centinaia di nominations. Un successone, è innegabile: un vero e proprio successone.
Ho passato l’intera nottata sveglio a spulciare le segnalazioni ma, credetemi, ne è valsa davvero la pena.
Un testa a testa emozionante, uno scontro all’ultima scheda, una battaglia epica, senza esclusione di colpi.
 
Con un solo vincitore.
 
E voi forse non ci crederete (e se non ci credete contateveli voi), ma per un solo voto, un solo insignificante voto, con la bellezza di tot preferenze contro la pur considerevole cifra di tot preferenze -1 di un altro blog che ora mi sfugge, signore e signori… la zampata finale è del blogger…
 
SW4N!!!
(di www.sw4n.net)
 
(applausi)
 
Ebbene sì, avete capito bene, proprio lui, l’outsider.
E’ incredibile, veramente incredibile amici.
 
Tuttavia va detto che le vittorie non si ottengono mai per caso, anzi, spesso sono il frutto di un duro lavoro o, qualche volta, più semplicemente, di una geniale intuizione.
Ed è chiaramente quello che è successo nel caso dei MHB quest’anno.
 
Con Sw4n – lo confermo – ci siamo parlati privatamente mettendo una volta per tutte la parola FINE sulla sgradevole polemica del presunto plagio; ma non solo, abbiamo pure scoperto di avere un sacco di cose in comune, tipo, che so, che entrambi abbiamo una N nel nome del blog. Ma anche tante altre cose.
 
Ora, dicevo, quel geniaccio di Sw4n non l’ha ammesso, eppure io l’ho capito comunque.
 
Era tutto sapientemente orchestrato a priori…
 
Sì, insomma dai, è palese:

- Sw4n viene a sapere del concorso da ABS

- Sw4n viene colto – come tutti del resto – dall’irrefrenabile brama di vittoria

- Sw4n segue segretamente le nomination ma ad un certo punto teme di non farcela (oh, del resto in lizza c’è gente come Beppe Grillo e Macchianera, mica cazzi)

- Sw4n non si fa prendere dal panico ed ordisce la fredda mossa vincente: il concorso clone

- Trapella ci casca come un beccaccino e – non da solo, no, bensì coadiuvato dalla sua temibile “cricca” (questa l’ho letta da qualche parte ma dovevo per forza riportarla: è fantastica) – monta la polemica, arrivando ad aizzare le masse a votare Sw4n sul MHB2007pbFT

- BUM. Sw4n ritira il post, ma ormai il gioco è fatto

- Il resto è storia: Trapella – coi maroni ormai sfrittellati, invero – chiude il concorso, e successivamente passa la notte in bianco a contare i voti

- Sw4n trionfa come è giusto che sia

Ripeto, lui lo negherà, ma dev’essere senz’altro andata così. Potete scommetterci. Diffidate dalle altre ricostruzioni sommarie che troverete in giro… diffidate…
 
In ultima analisi, come preannunciato dal titolo del post, ha vinto Sw4n, sì, ma con lui ha vinto lo sport ed in sostanza, come nelle storie più belle, hanno vinto tutti.
 
Ha vinto la Fucina, unica ed orgogliosa detentrice del concorso dell’anno.
Hanno vinto i partecipanti al MHB, che grazie alle loro segnalazioni si sono come liberati da uno sgradevole fardello, condividendolo con la comunità e contribuendo così al miglioramento di essa dall’interno. E se questa non si chiama “responsabilità civile”, beh, allora ditemelo voi.
Ha vinto lo spirito del concorso, spirito che lo slogan ufficiale mai e poi mai avrebbe potuto riassumere meglio: “Sowing the seeds of zizzania today for picking the fruits of friendship tomorrow and then making a better place togheter”. Meravigliosamente, dannatamente profetico.
Hanno vinto tutti gli altri, ovvero coloro che finalmente hanno avuto qualcosa di cui (s)parlare negli interminabili pomeriggi estivi passati a cazzeggiare al lavoro. Dura la vita eh?
 
Beh, miei cari, la pacchia è finita purtroppo… Arrivederci alla prossima edizione! (se mai ci sarà)
 
Nel frattempo – in linea con lo spirito del concorso – pensavo di organizzare un bel ritrovo da qualche parte, per riuscire nel miracolo, per cercare di rinsaldare anche gli ultimissimi rapporti rinsaldabili.
 
Che ne dite? Mi pare doveroso a questo punto.
 
Facciamo così allora: siete tutti invitati. Tutti eh. Cagnaccio, Nessuno77, tutti quanti.
Scatterhead e Sw4n, voi portate i tarallucci, mi raccomando, che io e Stranigiorni ci occupiamo del vino.
In quanto agli Anonimi… farabutti che non siete altro… Beh. Due troie ce la farete almeno a recuperarle, no, oppure neanche quelle?!

Dai, che forse per la prima volta salta fuori un blog-raduno come si deve.

Statemi allegri,

Chico.


P.S. Mi scuso per la chiusa lievemente colorita. E’ che non mi veniva un sinonimo.
 
 
P.P.S. Oh, che sbadato, stavo quasi per dimenticarmene…



Sw4n, fratello: quando vuoi.
chicotrapella - mercoledì, 18 luglio 2007 | Permalink | commenti (1)
tags: most hated blog, amicizia tra bloggers
Quello vero, eh, si intende.
Quello che – almeno secondo le aspettative della Fucina – sta andando a gonfie vele. Ripeto: a gonfie vele.
Quello che – ricorderete senz’altro – mi fece accettare, non senza fatica, certo, devo ammetterlo, nel magico mondo della blogosfera (un mondo che, a ragion veduta, al tempo mi appariva quanto mai ostile ed insidioso).
Quello che rinsaldò diecine e diecine di rapporti interpersonali tra bloggers.
Quello ideato dal sottoscritto, insomma, altrove conosciuto come “quel signore”.
Quello che vanta numerosi tentativi di imitazione. O quanto meno uno sì (ma vale per cento).
 
Quello che “non mi ricordavo che esistesse”...

 
Ormai mi conoscete, amici.
Chico non è certo il tipo che se la prende, figuriamoci. Chico non ama le risse. Chico le lascia ad altri, che diamine! Chico non è mica vendicativo, no.
 
Quindi lo sapete che cosa farò? Nulla. Non farò assolutamente nulla, se non augurare al povero amico smemorato un grande, enorme, fantasmagorico successo coi suoi MHB tristanzuoli e farlocchi.
Quelli sterili, quelli vacui, quelli che non rinsalderanno proprio un bel niente, se non il numero di accessi.
 
Del resto, come disse una volta Todeau a proposito della gravosità dei numeri: un accesso di troppo vi seppellirà…
 
E questo è quanto.
 
Il Most Hated Blog TM nel frattempo continua e continua alla grande, miei cari, ma voi lo sapevate già.
 
Inutile dire che da ora in poi riterrò valida un solo tipo di nomination (non sto neanche a specificarla), una nomination che in qualche modo aiuti “quell’altro signore” a recuperare la memoria perduta.
 
E allora sotto, amici della Fucina: VOTATE VOTATE VOTATE.
 
Perché non farlo vincere? Perché non fargli questo bel regalo insieme? E diamoglieli, caspita, questi benedetti accessi!
 
Chè non voglio che nessuno vada a dire in giro che Chico Trapella è un tipo vendicativo.
chicotrapella - venerdì, 13 luglio 2007 | Permalink | commenti (18)
tags: amicizia tra bloggers
Diciamolo pure apertamente: a noi della Fucina le smancerie non piacciono e non sono mai piaciute. Non ci piacciono i romanzotti adolescenziali, non ci piacciono le storielle zuccherose, patinate, glitterate, smielazzate, non ci piacciono i Moccia, per dirla tutta.
E questo per onestà intellettuale.
Fatta questa doverosa quanto banale premessa (a proposito: se putacaso – sfiga – ti piacesse davvero Moccia – ma non credo, dai – sei gentilmente pregato/a di dirigere il tuo grazioso puntatore verso altri lidi virtuali, e piuttosto celermente anche: te ne saremmo davvero tutti molto grati; poi semmai fai così, fatti un regalo và: vatti a comprare, che so, Rui Mong, leggitelo due o tre volte e poi – forse – possiamo riparlarne – forse – ), fatta questa piccola importante premessa dicevo, il brano di oggi è quello che si può definire un vero e proprio concentrato di carica emozionale. Tratto dal “Dandy Ribelle” di Pietro Zuler, edito nel 2002 da Cassiopea, il brano è quanto mai funzionale per comprendere come anche i sentimenti e l’affettività possano essere trattati in un certo modo, mi verrebbe da dire di gran lunga più consono ed edificante, ma non è mia intenzione sbilanciarmi. Preferirei davvero lasciare spazio anche alle vostre sensazioni, pertanto, ancora una volta, buona lettura.
 
P.S. E’ un testo davvero particolare ed intrigante, una vera chicca per voi amici lettori. Mi auguro che con questo possiate perdonare la mia prolungata assenza dalla pagine della Fucina.
 
[…] E non era forse quella la soluzione? Rinnovare un sentimento senza implicazioni di sorta, lacerandosi esteriormente, certo, eppure mai nel nucleo. Quello - a differenza del mondo decadente e satrapo che lo circondava da qualche tempo - sarebbe rimasto puro, integro, vergine nella sostanza. Se c’era una cosa da imparare adesso era proprio l’arte del rugginofago. Suggere le altrui lucide forze per nutrimento, senza preconcetti fatti di molli scrupoli, alimentandosi di quella gelida, metallica brillantezza che in ogni caso sarebbe andata perduta, e per sempre, per il fatto stesso di essere inanimata.
Ma attingere a quella fonte pareva essere più complicato del previsto, specie per lui, eterno molosso dell’emotività karmica.
La stessa storia si ripeteva identica ogni giorno, indifferente alle mutazioni cellulari, ai microcosmi, all’aria ed ai pulviscoli, come se fosse immune ad ogni allergia, quasi che il vento stesso avesse iniettato in lui uno spiraglio di vera eucatastrofe, unico efficace antidoto alla perdizione più nera. Ma per quanto ancora avrebbe potuto sopportarlo?
Camminando per strada se lo chiedeva, sguardo vacuo e sinapsi rabberciate.
Qual era il significato di tutto questo? Il significato della parola amore, intesa come malattia? Il significato della parola cura, intesa come amore? E ancora il significato della parola disprezzo, intesa come sintomo?
Era tutto troppo, troppo complicato.
Le donne, ne era certo, vivevano idealmente su di un’altra terra, così irraggiungibile da poter essere toccata, così vicina da non essere scorta ad occhio nudo.
E lei non era diversa dalle altre, in fin dei conti. Come quella volta, quella volta a Parigi…
'Oh, Paris! Paris! Tu me manque, Paris!'
Lo gridava forte ad ogni vicolo, disperatamente, furiosamente, consapevole che certe volte un paio di mocassini gialli, purtroppo, non basta… No, non basta, non basta affatto.
Era tutto troppo complicato.
Spesso la realtà è fin troppo prevedibilmente difforme rispetto all’immaginario umano, così come accade che la verità non si presenti nuda, talvolta, a determinate latitudini, cosicché la ribellione resta soltanto un ricordo sbiadito di un’epoca passata. Della gioventù, forse, ammesso che sia mai esistita. Lo diceva sempre anche il vecchio Cedric: ‘non c’è nulla di più fantasmatico della realtà, a questo mondo…’
Dannato Cedric, vecchia canaglia, avevi proprio ragione tu. Avevi ragione su tutto! Su tua moglie – quella sgualdrina, pace all’anima sua – sui soldi, sulle donne, sulla vita. Giocavi d’azzardo coi sentimenti, amavi il rischio, ma non hai perduto una sola partita. ‘La donna è la più profumata delle illusioni’, dicevi, non senza un fremito di vivida angoscia. Adoravo il tuo ragionare senza veli, il tuo esporti senza censura, sempre e comunque, anche quando le porte parevano chiudersi impietose in faccia.
Di quelle nove porte hai saputo rimuovere tutto tranne l’ombra, così tragicamente indelebile nel nostro animo.
Non è facile predicare e praticare la trasparenza. Me lo hai insegnato tu, vecchia carogna putrefatta! E ora so che bisogna andare avanti senza leccare i piedi di nessuno, con coraggio e determinazione, cavalcando a pelo, per godere e suggere, suggere e godere, proprio come il rugginofago.
Del resto lo scrisse anche Yarni:’ il vuoto è noioso, rigido e freddo come una palla di vetro: se la fai rimbalzare va in mille pezzi…’
Dio mio quanto è vero. Non lo è mai stato così tanto.
Se ripenso a Parigi, adesso, sotto questa luce, nulla mi sembra come prima.
Le porte si schiudono, ecco, le ombre si assottigliano. Mentre fuori sta per nascere un fiore […]
chicotrapella - giovedì, 12 luglio 2007 | Permalink | commenti (6)
tags: cultura, riflessioni, letture, autori, sperimentazione