Parlare di sesso, oggi, è fin troppo facile. Si rischia - anzi, possiamo dire che si ha la certezza - di scadere nel banale, di rotolarsi nel più becero conformismo (becero perchè malamente mascherato da pseudo-trasgressione), di tracimare nel volgare, nel dileggio, nella cialtroneria. Ed ecco che senza neanche accorgertene, pressochè inesorabilmente, un bel momento ti ritrovi lì a cantare osteria numero nove abbracciato al beone di turno, sguaiatamente svoltato sul bancone di un bar, mentre i soldati, casomai, son là che fan le prove. Perché poi succede questo. E non lamentiamoci, dopo, delle varie Melisse P e dei vari colpi di spazzola sparati a casaccio, così, tanto per spazzolare, perché ogni Paese ha la letteratura che si merita in fin dei conti. Eh sì. Ce la siamo cercata e ce la siamo meritata tutta, cari miei. Abbiamo voluto alimentare una sottocultura rozza, infantile e superficiale? Bene. Adesso però son cazzi da cagare – scusate il francesismo – e non c’è più muro che tenga, per quanto duro possa essere. Abbiamo voluto fare le belle fighe? Ci siamo voluti sfamare unicamente di pappine inconsistenti mentre in Europa – Francia, Gran Bretagna, ma anche Svezia, Danimarca e paesi dell’Est – tutti gli altri crescevano, si svezzavano e mettevano i denti? Bravi. Ora però sapete cosa c’è? C’è che loro sono in tribunale, loro, e noi altri invece siamo qui all’ospedale, ammaccati e malconci, condannati a leccarci le ferite neanche fossimo tornati agli anni venti. Peggio che negli anni venti. E ditemi voi: ci abbiamo forse guadagnato? Si è forse rivelato vantaggioso questo modo di agire?
Osteria, no.
Beh, la visione del sesso fornitaci da Fabius Delapandoraine è – grazie al cielo – del tutto antitetica a quanto esposto poc’anzi. Ed è incredibile pensare come un libro di oltre trent’anni fa possa, tuttora, essere così denso di autentica modernità di esposizione e lucidità intellettuale pur non scendendo mai, dico mai a compromessi. Mi riferisco ovviamente a Oublier le burace, sconcertante romanzo che l’autore parigino scrisse nel suo periodo lionese, il più fecondo, quello che segue cioè il decisivo incontro con Apollinaire (siamo nel luglio del ’74).
Intendiamoci, Oublier le burace non è un certo un libercolo per caste monachelle. Anzi. Cazzi e fighe sono disseminati un po’ ovunque all’interno del testo – va detto – ma sempre con grande cognizione di causa, sapientemente, incisivamente, con perizia da laboratorio. Mai, e sottolineo mai, in maniera volgare. E’ il vissuto dell’autore che irrompe prepotentemente in ogni pagina, col suo perenne carico di dolente stupore. Delapandoraine sceglie così di farsi cantore del sesso, dell’amore e dei sentimenti in un modo del tutto nuovo e sorprendente, ripercorrendo insieme a noi e per noi una tormentata liaison personalissima, torrida e carnale, la più importante della sua vita diremo, quella che lo segnerà per sempre.
Intendiamoci, Oublier le burace non è un certo un libercolo per caste monachelle. Anzi. Cazzi e fighe sono disseminati un po’ ovunque all’interno del testo – va detto – ma sempre con grande cognizione di causa, sapientemente, incisivamente, con perizia da laboratorio. Mai, e sottolineo mai, in maniera volgare. E’ il vissuto dell’autore che irrompe prepotentemente in ogni pagina, col suo perenne carico di dolente stupore. Delapandoraine sceglie così di farsi cantore del sesso, dell’amore e dei sentimenti in un modo del tutto nuovo e sorprendente, ripercorrendo insieme a noi e per noi una tormentata liaison personalissima, torrida e carnale, la più importante della sua vita diremo, quella che lo segnerà per sempre.Il libro – altra particolarità – non è suddiviso in capitoli, bensì in tappe d’amore. Egli concepisce infatti la struttura del racconto come una sorta di visita guidata all’interno di noi stessi e delle nostre angoscie relazionali. I fantasmi del sesso tutto pervadono spaventevolmente, ululando ed agitandosi a tal punto da divenire tremendamente reali e concreti, materializandosi infine in un oggetto ben preciso ed altamente simbolico: il burazzo.
Burazzo allegoria della paura, dunque, ma non solo. Burazzo che travalica il tempo e lo spazio, e che tutto avviluppa. Burazzo che si intromette nella vita di coppia, di soppiatto; burazzo che opprime, che insabbia, burazzo che mortifica. Burazzo come strumento di contenzione ultimo, l’indesiderato, l’onnipresente, l’incomodo. Burazzo che diventa una vera e propria ossessione per lo scrittore (bellissima la scena in cui lui, esasperato, vorrebbe dargli fuoco ma non ci riesce, arrendendosi infine al suo volere). Le dinamiche di coppia vengono messe alla prova e sviscerate a tal punto da risultare comiche nella loro drammaticità, generando un mécanisme du grotesque che ha del sensazionale, e che a tratti sfiora il sublime. Come nell’episodio dell’aeroporto – altra chicca – o in quello della lavatrice, o ancora in quello dell’idraulico e delle babbucce. E così via su questa falsa riga, in un crescendo di tensione sentimentale che sfocerà nel terribile grand guignol finale: l’avvento della sagoma nera, quella fantomatica zenza caduca la cui presenza si avverte costantemente nella narrazione, fin dal principio, pur senza manifestarsi interamente nella sua corporeità.
Ma ora non vorrei svelare troppo.
Quello che un po’ dispiace invece è prendere atto di come, ancora una volta, l’editoria italiana abbia perso l’ennesima occasione d’oro, riducendosi nuovamente a banalizzare il tutto cercando di re-inscatolare un prodotto come questo, di altissimo livello, in quegli standard di bassezza che ben conosciamo e di cui parlavo all’inizio. Al solito si punta sulla vendibilità a prescindere, e chissenefrega se il prezzo da pagare è quello di stravolgere a priori un messaggio. Sono cose che fanno stocere decisamente il naso. Da qui la scelta infelice di tradurre Oublier le burace con un ben più ammiccante (ma alquanto scontato ed ingeneroso) Senza mutande, con tanto di copertina furbetta a fungere da richiamo per lettori un po’ sprovveduti. Una versione patinata ed edulcorata (in cui i tagli e gli adattamenti si sprecano) che grida vendetta, frutto di una bieca operazione commerciale che va a snaturare profondamente l’anima dell’opera trasformandola in una sottospecie di moderno fotoromanzo pornosoft.
Che dire? Un film già visto. Forse qualcuno è convinto che la cultura, oggi, per sopravvivere, non possa fare a meno di questo genere di espedienti, di questi mezzucoli,
veri e propri trucchetti da prestigiatore da parrocchietta di periferia. Bah. Forse, è probabile, questi signori sono poi le stesse persone che ritroveremo giù al bar, la sera, allegrotti et sempliciotti, a sgolarsi con l’osteria numero nove. Mi pare di vederli, ‘sti fenomeni. ‘Sti geni del marketing. Gentaglia senza scrupoli che munge senza ritegno dorati greggi senza cervello. Lasciando loro Senza mutande. E noi senza parole.
veri e propri trucchetti da prestigiatore da parrocchietta di periferia. Bah. Forse, è probabile, questi signori sono poi le stesse persone che ritroveremo giù al bar, la sera, allegrotti et sempliciotti, a sgolarsi con l’osteria numero nove. Mi pare di vederli, ‘sti fenomeni. ‘Sti geni del marketing. Gentaglia senza scrupoli che munge senza ritegno dorati greggi senza cervello. Lasciando loro Senza mutande. E noi senza parole.
chicotrapella - lunedì, 19 novembre 2007 | Permalink | commenti (11)
tags: cultura, letture, autori, mutande, stroncature
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