Quello che è successo lo sapete meglio di me, visto che nelle scorse settimane non si è praticamente parlato d’altro: autentiche manciate, secchiate, badilate di parole. Per lo più a sproposito, invero, come da prassi.
Ed è proprio questo io credo il motivo che mi ha spinto – saggiamente devo dire – a non avere troppa fretta nello stendere il mio pezzo in merito. Chè la becera logica del pollaio non si addice a me, a noi, al nostro spirito, allo spirito della Fucina.
Francamente, scusate, preferiamo restarne fuori.
E mentre gli altri, tutti gli altri erano lì impegnati a darsi di becco, patetici capponi infarciti di astio e di malsano livore, intenti a spennacchiarsi alla stregua di sciocchi animali da cortile, lo sapete che cosa ha fatto il sottoscritto? Lo sapete cosa ha fatto? E’ molto semplice. Sono andato nel mio studio, mi sono seduto sulla mia bella e soffice poltrona, tranquillo, con un’ottima tisana di tiglio in una mano e con un volumetto nell’altra, un piccolo volumetto dal titolo Diritto di satira, dovere di censura?, interessantissimo trattato che il mio amico Borrini scrisse qualche tempo fa, si parla di fine anni novanta, prima della parentesi lussemburghese. Ecco cosa ho fatto. Me lo sono riletto tutto quanto, pagina dopo pagina, senza fretta, con rinnovato interesse, tra un benefico sorso e l’altro. E, vedete, rileggendolo ho capito tante, tante cose.
Prima di tutto ho capito che se tutti avessero nella propria libreria il volumetto del Borrini, e se soprattutto lo avessero letto, e ancor di più se l’avessero interiorizzato ed assimilato, beh, non ci sarebbe bisogno del volumetto del Borrini. Non so se mi seguite. Potrà sembrare un paradosso, ne convengo, ma non sono forse questi nostri tempi, piuttosto, ad essere essi stessi così maledettamente paradossali? Voglio dire, è mai possibile che in un Paese come il nostro, che vorrebbe potersi definire civilizzato e all’avanguardia, si senta ancora parlare di censura? Siamo nel duemila eh, tenete presente. Duemila. E si parla di censura. E il fatto è che non solo se ne parla, ma la si mette pure in pratica! Ecco il dramma!
Borrini è estremamente chiaro a riguardo e, ostinato com’è, figuriamoci, fin da subito non accetta mezze misure: rifacendosi dapprima a Rebellin e passando poi dai vari Rouchetau e Tresor, ma anche dagli stessi Tupper e Fletcher, intesse passo passo un ragionamento di una finezza e di una solidità impressionanti, dall’esito incontrovertibile. Il messaggio ultimo è netto, vigoroso e cristallino: la censura è il Male. La censura è una pratica medievale da aborrire, in tutte le sue forme e manifestazioni. La censura è sintomo di inciviltà e di ignoranza, oltre che inquietante campanello d’allarme del declino di una nazione. Come dicevo si tratta di un’analisi assai ponderata e condivisibile sotto ogni punto di vista. Il dovere di censura non esiste quindi, secondo Borrini; è in pratica un dovere-non-dovere, un pouvoir fictif. Così come non esiste il problema della volgarità all’interno della satira, che per sua stessa natura deve rimanere svincolata da qualsivoglia coercizione. Non esiste satira di merda – sostiene Borrini parafrasando Toodles – ma casomai merda di satira, il che, evidentemente, è l’esatto l’opposto. La merda – dice sempre Borrini – è quanto mai necessaria e funzionale, guai se non ci fosse, la merda è l’humus fermentatio che da sempre nutre e alimenta lo spirito del satiro provocatore per una causa più nobile, più elevata, in nome di una libertà d’espressione che va sempre, sempre, dico sempre, salvaguardata. Nel nostro piccolo sono anni che lavoriamo in questa direzione.
Certo, so già cosa staranno pensando i più noiosi e pedanti di voi: a-ah, ma tu Chico ce la vuoi raccontare… tu Chico la censura l’hai applicata eccome in passato…
Che discorsi! Il fatto che abbia, in qualche raro, rarissimo caso, cancellato dei commenti o non pubblicato determinate cose o messo a tacere alcuni focolai potenzialmente incontrollabili non significa certo che la Fucina avalli la censura! Si trattava di situazioni particolari e molto delicate in cui veniva messa in discussione la mia persona o le mie idee in maniera assolutamente non consona al contesto, talvolta con attacchi verbalmente inaccettabili, e in ogni caso il discorso è di portata ben più ampia. Oltretutto non mi devo giustificare con nessuno mi pare, visto che fino a prova contraria il padrone di casa sono io. O mi sbaglio, saputelli?
Comunque sia.
Ciò che mi mette più tristezza è che continuiamo a fare la figura dei retrogradi. Sembra quasi che ci proviamo gusto. Come diceva il compianto De Zottis, siamo proprio la terra dei cachi. Zucconi cronici e impenitenti. Delle bocce perse insomma. Ma quand’è che ci sveglieremo? Temo che quando capiremo che occorre guardarci intorno, forse, sarà troppo tardi. Ci siamo mai chiesti perchè negli altri Paesi certe cose non succedono? Cosa avrebbero dovuto fare allora un paio d’anni fa, in Francia, quando il famoso comico Levrier, durante un esilarante monologo, diede del figlio di troia in mondovisione al ministro degli esteri? Oh, che scandalo! Oh, mamma mia, che vergogna! Avrebbero dovuto ghigliottinarlo, immagino. E invece no. La cosa si è risolta con una sonora risata, una stretta di mano e un aperitivo giù da Ofrees, in totale serenità ed amicizia.
E perché, Restouches, allora? Vogliamo parlarne? Si è permesso di scrivere un intero capitolo su quella bagascia della sua editrice, dandole della frigida, della delinquente e della mignotta, eppure eccolo lì il suo libro, in bella mostra sugli scaffali. Mi dite qual è il problema? Se la satira è ben fatta, se ha solide radici (non commettiamo l’errore di pensare che siano offese gratuite eh, per l’amor del cielo: dietro ogni sillaba c’è una storia di costume ed infiniti rimandi culturali a maestri del passato, intendiamoci; Restouches, per dire, attinge tantissimo da Merlin, il quale a sua volta si ispirò fortemente a Privett e al teatro del Fuaiè per quanto riguarda tutta quella sovrastruttura onirica che è alla base del meccanismo sarcastico; penso per esempio all’episodio del povero culo, o a quello della lurida troietta, giusto per dire i primi due che mi vengono in mente) se ha solide radici – dicevo – ben venga, anzi, ce ne fosse di più anche qui alle nostre latitudini. Ma come solito parliamo di niente, ho paura, da inguaribili idealisti e sognatori quali siamo.
La verità è che abbiamo perso il senso dell’umorismo, abbiamo perso l’arguzia, la sagacia, la ragione, finanche la nostra storia, il nostro passato. Abbiamo perso tutto. E non so se sarà possibile recuperare a questo punto. Sono pessimista. Mi sovvengono le amare parole che scrisse Alain Fernet, il geniale autore satirico parigino, appena qualche ora prima di morire: se una colpa esiste, se esiste mai una colpa, su ogni singola spalla un dì graverà pesante; sulla mia, ma anche sulla tua. Soprattutto sulla tua. Fottiti, stronzo.