Dicevamo della primavera lionese del ’75. Guardate, non ho nessun problema a ribadirlo: il dirompente spirito insurrezionalista emerso in queste ultime settimane ha tanto a che spartire con quella che fu – e non lo dico solo io, intendiamoci, lo dicono tutti, da Toodles a Fabozzo - una delle tre più importanti prese di coscienza collettive del ventesimo secolo. Non so prevedere se gli esiti di un tumulto interiore di tale portata si riveleranno i medesimi di allora (non sono il mago Otelma), tuttavia non mi sento di negare quella che è l’evidenza di un legame, di un filo sottile che parrebbe annodare misteriosamente tra di loro gli eventi in un bizzarro gioco di corsi e ricorsi storici, un magique tressage verrebbe da dire, quasi a significare che il passato è poco più che mera illusione di fronte ad un presente così incalzante, così ineffabile, così transeunte.
E’ l’aprile del 1975. Il giovane Jean Jacques Apollinaire – ormai lo sapete meglio di me – ha già abbandonato la sua condizione di eremita, è già sceso a Parigi, ha già incontrato Laplace e sta gettando quelle che saranno le basi della Sociètè du Abstracion Eclairè, la congrega letteraria che fonderà ufficialmente nel ’76. Un paio di mesi prima, in compagnia dello stesso Laplace, Apollinaire si era recato a Lione (città natale dell’amico) per incontrare Burneau e Fortaine e discutere insieme del progetto.
I quattro dimorano nella vecchia casa di Burneau, fatiscente edificio al 2 di Rue Saint Gobain, nel cuore pulsante del ghetto. Il clima sociale non è dei migliori. La tensione è palpabile. Il malcontento si respira nell’aria. Centinaia di persone versano in condizioni di povertà e di disagio insostenibili, condizioni aggravate dall’odiosa imposta sull’acqua, voluta dal governo e responsabile, tra l’altro, del diffondersi di molteplici epidemie dovute alla scarsa igiene personale. Il quartiere è una bomba pronta ad esplodere.
Apollinaire vive dapprima questa situazione da spettatore. Si rende perfettamente conto della gravità del contesto sociale che lo circonda, certo, ma avendo vissuto per anni come randagio tra i randagi, solo come un cane a casa di Dio, lassù in cima ai Pirenei, fondamentalmente se ne sbatte. E continua a sbattersene bellamente fino al giorno in cui incontra Valèrie, per puro capriccio del destino, da Sàndròn, rinomato caffè della Lione bene.
Valèrie è una donna bellissima, colta e sensibile, ma soprattutto Valerie è l’amante segreta di Guillarme Lapin, alto funzionario del governo francese di istanza a Lione. Lapin è uomo tanto potente quanto ambizioso ed infido. Tra Valèrie e Jean Jacques, inevitabilmente, esplode incontenibile la passione, ma è una passione minata dall’ombra lunga di Lapin, che incombe sugli amanti come la più opprimente delle cappe. Lapin non è stupido, tutt’altro, è assai scaltro, e così ben presto fiuta la tresca. La sera del 27 marzo finge di partire per Parigi e fa pedinare Valèrie da un paio di scagnozzi. La serata si conclude più in fretta del previsto con due costole rotte e una frattura al metacarpo sul conto di Jean Jacques, che viene poi legato, imbavagliato e gettato nel Rodano a rinfrescarsi le idee. Valèrie fugge sconvolta, ma nel farlo viene tragicamente investita da un’autovettura. Viene quindi portata all’ospedale in condizioni gravissime.
Ma Jean Jacques, si sa, ha la scorza di un rinoceronte. Scampa miracolosamente alle acque del Rodano e riemerge incazzato come tredici. Purtroppo per lui però ha due costole rotte e il metacarpo fratturato, così fa due passi e si accascia mestamente al suolo.
Si sveglierà due giorni dopo a casa Burneau, con una pezza in fronte e completamente madido di sudore.
Il pensiero va a Valèrie, ma subito l’amico Fortaine lo mette al corrente della situazione, avendo appreso dai giornali dell’incidente misterioso occorso alla ragazza. Nello stesso giornale, in prima pagina, campeggia il volto sprezzante di Guillarme Lapin – del tutto estraneo alla vicenda, almeno per l’opinione pubblica – il quale annuncia l’ennesimo rincaro dell’acqua a danno dei quartieri popolari della città.
E’ davvero troppo. In quello stesso istante, mentre Valèrie ancora lotta tra la vita e la morte, Apollinaire concepisce la sua vendetta.
Ancora malconcio si reca al vecchio palazzo del municipio sulla place des Terreaux, con un bigliettino in mano. Lo consegna ad una anziana segretaria raccomandandosi di recapitarlo personalmente al signor Lapin. Poi torna di corsa a casa Burneau. Scrive di getto una sorta di manifesto-lampo che divulga in ogni via, in ogni vicolo, in ogni cupo anfratto della banlieu, un manifesto in cui invita la popolazione non solo a non pagare mai più le tasse, ma anche a non utilizzare più una sola goccia d’acqua in segno di protesta, e in cui indica in Lapin il massimo responsabile dei soprusi. La lettera è a firma dalla fantomatica “congrègation du malnètt”, sotto il cui misterioso nome, naturalmente, si celano Apollinaire, Laplace, Burneau e Fortaine.
In quel mentre Lapin apre il biglietto, e subito schiuma di rabbia. In esso sono riportate queste dure, durissime parole: “Avec tien il souille de l'eau on ne laverai pas ma saleté ne pas mon cul”. Traducendo sommariamente: “Con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culo”. Niente firma in calce, se non uno scarabocchio che recita “per Valèrie”. Il messaggio è fin troppo esplicito: quel barbuto bastardo l’aveva fatta franca…
Ora Lapin è inquieto, molto inquieto. Passa una notte insonne pensando che Apollinaire potrebbe spifferare tutto; potrebbe screditarlo, rovinare il suo matrimonio, rovinare la sua carriera… Potrebbero persino incriminarlo per il pestaggio. Non può permetterlo.
Il mattino seguente bussano alla porta dello studio di Guillarme: è il suo consigliere, Philippe. Non ha buone nuove. Nella banlieu la situazione è critica. La popolazione, riunita nel nome della congrègation du malnètt, sembra essersi svegliata da un atavico torpore, e pare pronta a reagire. Lapin non sa che fare. Medita se affrontare di persona Apollinaire. Capisce che il momento è giunto. Ma non prima della seconda, terribile notizia di Philippe…
Sono le 22:37 del 31 marzo 1975 quando Guillarme Lapin, scortato da una quindicina di gendarmi, si reca al numero 2 di Rue Saint Gobain. Il volto è teso, cupo ed impenetrabile come non mai. E’ determinato e pronto ad ogni evenienza. Sotto il gabardin cela una calibro nove.
Giunti ai piedi di casa Burneau, i gendarmi intimano Apollinaire e gli altri inquilini di uscire dalla casa e di consegnarsi alle autorità per provata attività criminosa e sovversiva.
Di tutta risposta due chiappe pelose fanno bella mostra di sé dalla finestra. Ed ecco che contemporaneamente, dal terrazzo, cala anche uno striscione gigante: “con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culo!”.
La folla accorre a capannello e l’ilarità è grande, grande quasi come il diffuso malcontento. Ma Lapin d’un tratto squarcia il silenzio urlando: “Esci farabutto! Vieni fuori! Lei è morta, ed è morta per colpa tua!”
Non l’avesse mai fatto.
Il volto scavato e barbuto di Apollinaire si sostituisce alle rosee chiappe, ed è un volto segnato dalla rabbia e dalla disperazione. In quell’istante ripensa alle belle serate passate con Valèrie, alle passaggiate giù a valle, in riva al fiume, a quella sera a cena, da Laurent, a lume di candela; al suo corpo morbido e profumato, che ora non era più.
“NOOOOOO!” grida di dolore nella notte.
Poi sparisce per un attimo, e al grido di “ho detto che con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culooo!!!” ricompare brandendo alto sulla testa un bidet in ceramica, per poi gettarlo nel vuoto, giù dalla finestra, come impazzito.
Un gendarme viene colpito e cade al suolo esanime. Qualcuno spara un colpo. Un grido, poi un altro. Le guardie che fanno irruzione, la folla che avanza e che li blocca… poi un bidet che vola da una finestra – era quello di Luc, il vicino omosessuale di Burneau – poi un altro, un altro, e un altro ancora… Lapin spara nel mucchio, ma capisce di non avere scampo, così fugge, fugge disperatamente, fino a quando un bidet – quello della signora Marie sembra, l’ex prostituta cognata di Burneau, almeno secondo le ricostruzioni successive – lo centra in piena nuca, ferendolo a morte.
Nell’infuocato inferno di quella notte, Apollinaire si ritrova da solo, in un bagno mai così disadorno, a versare le sue lacrime più amare. Lapin ha pagato, ma non è servito a niente. Valèrie è perduta per sempre. Nulla sarà più come prima.
Chino con la testa tra le mani, l’uomo non ode nient’altro che i suoi muti singhiozzi, mentre là fuori, di voce in voce, di mano in mano, di banlieu in banlieu, di città in città, di regione in regione, sotto un’incessante pioggia di ceramica, si sta consumando la sua rivoluzione.
Fu a partire da quella notte che, in segno di rispetto, il bidet venne bandito da tutte le abitazioni e gli edifici pubblici, in un gesto spontaneo voluto dal popolo e compiuto affinchè non si potesse dimenticare.
Che l’arroganza non paga. Che l’uomo nasce libero. Che le rivoluzioni partono sempre dal basso. Ma soprattutto per non dimenticare lei, la dolce Valèrie, il suo sacrificio, il suo amore spezzato.
E fatemi un piacere: la prossima volta che date dei merdoni ai francesi, anche voi, pensateci due volte adesso.








