Si è spenta ieri, serenamente, all'età di sessantasette anni, la scrittrice emiliana Susanna Sollazzo. La notizia è stata resa nota solamente in tarda serata, dopo il ritrovamento del corpo da parte della sorella Giovannina nella vecchia abitazione di Bagnarola di Budrio, dove Susanna era nata e cresciuta, anche se l'ipotesi più plausibile rimane quella di una dipartita notturna, avvenuta nel sonno, presumibilmente intorno alle quattro, quattro e trenta, nella quiete familiare e dolcissima di quella stessa campagna da lei tanto amata.

Saggista, poetessa, educatrice, ma soprattutto romanziera dallo spirito indomito, ardito, piratesco, la Sollazzo ha tracciato un solco profondo e personalissimo nella narrativa contemporanea, esplorando a fondo il tema della libertà intellettuale rapportata alla sfera del più crudo intimismo, non limitandosi solamente a scandagliarne finanche i più remoti recessi, bensì sperimentandone gli effetti in prima persona, a schiena dritta, in un vissuto quanto mai tormentato e burrascoso (quattro matrimoni alle spalle e innumerevoli relazioni, con personaggi illustri e meno illustri, da Francois Rebellin, allora ministro degli esteri belga – della quale fu amante segreta per tre anni – a Giuseppe Guidoni, il salumiere del Lippo). Non a caso Susanna Sollazzo è stata definita l’Erica Jong della pianura padana, anche se, ad essere sinceri, pur essendo effettivamente le due donne coetanee, questa definizione parrebbe più che mai limitativa, soprattutto in considerazione del fatto che il suo romanzo d’esordio “L’educanda” è datato 1973 (un anno prima dell’uscita di “Voglia di volare” della Jong).

E’ decisamente più corretto parlare quindi di caposcuola piuttosto che di adepta o, ancor peggio, di emulatrice (grave errore in cui cadde per esempio Righetti – ancora lui – in quella sconsiderata analisi che mi premurai di demolire punto per punto una decina d’anni fa, se la memoria non m’inganna).

Quella della Sollazzo è un’opera complessa che va giudicata in un contesto sociale ben delineato, è un’opera scomoda per certi versi, certamente coraggiosa, che continuamente sperimenta se stessa dopo aver sperimentato se stessa, e ancora e ancora, in un loop talvolta estenuante ma assai proficuo, per infine mai ritrovarsi. Romanzi come “La signora del maneggio”, “La portaborse”, “Il turibolo del piacere”, “La mossa dell’aeroplano” o “Sotto il segno della verga eretica” hanno rappresentato una sorta di baluginio miracoloso in quella che era l’arida brughiera letteraria degli anni sessanta/settanta in Italia; di notevole impatto anche la saggistica, da quel famoso “Punto G: sempre dritto” del 1969, che tanto scalpore suscitò in ambito femminista – impugnato dal movimento forse fin troppo frettolosamente, a dire il vero, senza averlo metabolizzato a dovere –  fino al recentissimo, scanzonato ed irriverente (ma anche terribilmente attuale) “L’arte del soffocotto”, vero e proprio memoriale che la Sollazzo ci ha voluto regalare come summa della propria esperienza umanistica ma soprattutto umana, in una sorta di preziosissimo libro-testamento paragonabile forse solo al Baldassini per quanto riguarda la profondità di dettaglio.

Ci piace ricordarla così allora, proprio come lei avrebbe desiderato. Non solo come donna, non solo come scrittrice e non solo come grande nave scuola per quelle decine, centinaia di giovani scrittori (e non solo) che hanno potuto godere, negli anni, dei suoi molti insegnamenti. No. Noi vogliamo ricordarla principalmente come amica.

Grazie Susanna, grazie.

Ci mancherai.

chicotrapella - mercoledì, 05 marzo 2008 | Permalink | commenti (7)
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