Interessante il quesito che ci pone Riccardo da Padova, lettore attento e preparato. E' ragionevole - ci chiede il nostro amico Riccardo - considerare il fitting testuale di Jean Jacques Apollinaire come ante litteram rispetto alla più recente metodologia Einhornn & Finkle? E se sì, quali le analogie? Quali i punti in comune?
Beh, rispondere in poche righe non è certo impresa facile. In primo luogo, caro Riccardo, occorre operare una netta distinzione di intenti, ancor prima che di modus operandi. Cosa non di poco conto se desideriamo bypassare il solito, banale, vecchio errore commesso da taluni sedicenti epistemologi - veri e propri avventurieri, io li definirei piuttosto -, Righetti in primis. Contesto storico quindi. Mai, mai da sottovalutare laddove si desideri approntare una analisi anche solo squisitamente tecnica. Guai.
Detto questo, le differenze sono molteplici e di entità assolutamente non trascurabile, ma è vero anche che esiste una linea sottile, un minimo comune denominatore che ha portato più di uno studioso, da Stodal fino alla nostra Lanari, a credere che sì, l'influenza apollineriana sul metodo Einhornn & Finkle sia stata enorme, nonostante le reiterate smentite da parte dei due demiurghi statunitensi.
Buffo, estremamente buffo il tentativo di arrocco da parte dei due studiosi poichè anche un neofita si renderà presto conto che il Crivello di Einhorn non solo è una approssimata imitazione del Crivello di Eratostene, furbescamente smussata all'occorrenza, ma ancor di più va a ricalcare passo passo i punti nodali della scansione progressiva apollineriana (teorizzata ventisette anni fa!) in una squallida - e mi assumo la responsabilità di quello che dico - operazione di mirroring. E' bene chiarirlo questo aspetto, e da subito, a mio avviso. Più di una rivista di settore è incorsa in svarioni del genere.
Certo, Aynor opera sette scansioni consequenziali e Apollinaire ne fa solo tre, con cut-off predeterminati, ma che significa? Lo conosci il detto molto fumo e poco arrosto, caro Riccardo? Beh, non ti nascondo che già dalla prima volta in cui mi sottoposero il fascicolo Finkle & Einhorn, a tratti faticavo a respirare. Sul mio capo incombeva una cappa opprimente e fastidiosa. Lugubre. Fosca. Un po' la stessa sensazione che avverto quando mi imbatto in un Righetti ad esempio (ancora lui, l’avventuriero) il quale da mesi va ripetendo come una triste marionetta la stessa grottesca filastrocca: che la congettura di Aynor è innovativa, rivoluzionaria, che aprirà senz'altro nuovi orizzonti nel campo del fitting testuale... Poveretto. Ma davvero. Son trentanni che quell'orizzonte è spalancato, per la mistocchina fritta! Andiamo! Finiamola con questi luoghi comuni! Quello che mi dispiace è che Righetti (e poi la smetto di citarlo, chè ogni volta mi procuro una stomatite aftosa) sembra crederci veramente. Non so davvero cosa gli passi per la testa. Forse ha qualche problema di salute, non so, non capisco. Bontà divina, come diavolo si fa dico io? Come si può pensare anche solo per un minuto di equiparare la sequenza finkleriana al modello di Abbot? Come è possibile mettere sullo stesso piano concetti antitetici quali il Grande Magnete e il Bosone di Higgs, solo perché magari ne ha sentito parlare al telegiornale della sera? Che castroneria è mai questa? Ma ci rendiamo conto? E’ paradossale. Non puoi ogni due per tre tirarmi fuori il Rasoio di Occam, così, pour parlè, soltanto per dar aria ai denti. Quando Righetti non sa cosa dire tira fuori il Rasoio di Occam, oh, stanne sicuro caro Riccardo. Si sente fico, lui e il suo Rasoio. Si sente importante, lui e il suo rasoio. Non sa fare una “O” col bicchiere però c’ha sempre un fottutissimo Rasoio di Occam a portata di mano, ‘sto cialtronazzo. E l’ho nominato ancora, mannaggia a me.
In ultima analisi: per sostenere certe tesi o si è degli squilibrati o si è in malafede, anche se io propendo per un cinquanta e cinquanta, onestamente. E questo è quanto.
Non conosco il tuo percorso, amico Riccardo da Padova, non so quali studi tu abbia portato avanti ma su una cosa converrai con me: c’è ancora tanto da lavorare. C’è tanta ignoranza, tanta, troppa in questo ambito, anche in coloro i quali si spacciano per esperti o massimi conoscitori. Occhio, Riccardo. Occhio. Antenne dritte e diffida sempre da certi personaggi, specie se ti spiattellano in faccia un Rasoio. Fuor di metafora: non permettere che ti rapinino il cervello! In particolar modo mi riferisco a Righetti se non l’hai capito.
Avrei voluto scendere più nel dettaglio per farti comprendere meglio alcuni passaggi importanti della scansione apollineriana, che come avrai intuito non reputo affatto, affatto e ancora affatto inferiore a quella partorita dai due pur stimabili colleghi americani. Ma il problema è che mi sono decisamente già dilungato troppo, è tardi, sono stanco e soprattutto mi è venuto un terribile mal di bocca, caro il mio bel Riccardino. Stomatite. Accidenti a te e a Righetti.
chicotrapella - venerdì, 19 settembre 2008 | Permalink | commenti (3)
tags: cultura, riflessioni, autori, stroncature, dibattiti, malafede, tecniche pratiche


Si è spenta ieri, serenamente, all'età di sessantasette anni, la scrittrice emiliana Susanna Sollazzo. La notizia è stata resa nota solamente in tarda serata, dopo il ritrovamento del corpo da parte della sorella Giovannina nella vecchia abitazione di Bagnarola di Budrio, dove Susanna era nata e cresciuta, anche se l'ipotesi più plausibile rimane quella di una dipartita notturna, avvenuta nel sonno, presumibilmente intorno alle quattro, quattro e trenta, nella quiete familiare e dolcissima di quella stessa campagna da lei tanto amata.

Saggista, poetessa, educatrice, ma soprattutto romanziera dallo spirito indomito, ardito, piratesco, la Sollazzo ha tracciato un solco profondo e personalissimo nella narrativa contemporanea, esplorando a fondo il tema della libertà intellettuale rapportata alla sfera del più crudo intimismo, non limitandosi solamente a scandagliarne finanche i più remoti recessi, bensì sperimentandone gli effetti in prima persona, a schiena dritta, in un vissuto quanto mai tormentato e burrascoso (quattro matrimoni alle spalle e innumerevoli relazioni, con personaggi illustri e meno illustri, da Francois Rebellin, allora ministro degli esteri belga – della quale fu amante segreta per tre anni – a Giuseppe Guidoni, il salumiere del Lippo). Non a caso Susanna Sollazzo è stata definita l’Erica Jong della pianura padana, anche se, ad essere sinceri, pur essendo effettivamente le due donne coetanee, questa definizione parrebbe più che mai limitativa, soprattutto in considerazione del fatto che il suo romanzo d’esordio “L’educanda” è datato 1973 (un anno prima dell’uscita di “Voglia di volare” della Jong).

E’ decisamente più corretto parlare quindi di caposcuola piuttosto che di adepta o, ancor peggio, di emulatrice (grave errore in cui cadde per esempio Righetti – ancora lui – in quella sconsiderata analisi che mi premurai di demolire punto per punto una decina d’anni fa, se la memoria non m’inganna).

Quella della Sollazzo è un’opera complessa che va giudicata in un contesto sociale ben delineato, è un’opera scomoda per certi versi, certamente coraggiosa, che continuamente sperimenta se stessa dopo aver sperimentato se stessa, e ancora e ancora, in un loop talvolta estenuante ma assai proficuo, per infine mai ritrovarsi. Romanzi come “La signora del maneggio”, “La portaborse”, “Il turibolo del piacere”, “La mossa dell’aeroplano” o “Sotto il segno della verga eretica” hanno rappresentato una sorta di baluginio miracoloso in quella che era l’arida brughiera letteraria degli anni sessanta/settanta in Italia; di notevole impatto anche la saggistica, da quel famoso “Punto G: sempre dritto” del 1969, che tanto scalpore suscitò in ambito femminista – impugnato dal movimento forse fin troppo frettolosamente, a dire il vero, senza averlo metabolizzato a dovere –  fino al recentissimo, scanzonato ed irriverente (ma anche terribilmente attuale) “L’arte del soffocotto”, vero e proprio memoriale che la Sollazzo ci ha voluto regalare come summa della propria esperienza umanistica ma soprattutto umana, in una sorta di preziosissimo libro-testamento paragonabile forse solo al Baldassini per quanto riguarda la profondità di dettaglio.

Ci piace ricordarla così allora, proprio come lei avrebbe desiderato. Non solo come donna, non solo come scrittrice e non solo come grande nave scuola per quelle decine, centinaia di giovani scrittori (e non solo) che hanno potuto godere, negli anni, dei suoi molti insegnamenti. No. Noi vogliamo ricordarla principalmente come amica.

Grazie Susanna, grazie.

Ci mancherai.

chicotrapella - mercoledì, 05 marzo 2008 | Permalink | commenti (7)
tags: cultura, autori

Parlare di sesso, oggi, è fin troppo facile. Si rischia - anzi, possiamo dire che si ha la certezza - di scadere nel banale, di rotolarsi nel più becero conformismo (becero perchè malamente mascherato da pseudo-trasgressione), di tracimare nel volgare, nel dileggio, nella cialtroneria. Ed ecco che senza neanche accorgertene, pressochè inesorabilmente, un bel momento ti ritrovi lì a cantare osteria numero nove abbracciato al beone di turno, sguaiatamente svoltato sul bancone di un bar, mentre i soldati, casomai, son là che fan le prove. Perché poi succede questo. E non lamentiamoci, dopo, delle varie Melisse P e dei vari colpi di spazzola sparati a casaccio, così, tanto per spazzolare, perché ogni Paese ha la letteratura che si merita in fin dei conti. Eh sì. Ce la siamo cercata e ce la siamo meritata tutta, cari miei. Abbiamo voluto alimentare una sottocultura rozza, infantile e superficiale? Bene. Adesso però son cazzi da cagare – scusate il francesismo – e non c’è più muro che tenga, per quanto duro possa essere. Abbiamo voluto fare le belle fighe? Ci siamo voluti sfamare unicamente di pappine inconsistenti mentre in Europa – Francia, Gran Bretagna, ma anche Svezia, Danimarca e paesi dell’Est – tutti gli altri crescevano, si svezzavano e mettevano i denti? Bravi. Ora però sapete cosa c’è? C’è che loro sono in tribunale, loro, e noi altri invece siamo qui all’ospedale, ammaccati e malconci, condannati a leccarci le ferite neanche fossimo tornati agli anni venti. Peggio che negli anni venti. E ditemi voi: ci abbiamo forse guadagnato? Si è forse rivelato vantaggioso questo modo di agire?
Osteria, no.
Beh, la visione del sesso fornitaci da Fabius Delapandoraine è – grazie al cielo – del tutto antitetica a quanto esposto poc’anzi. Ed è incredibile pensare come un libro di oltre trent’anni fa possa, tuttora, essere così denso di autentica modernità di esposizione e lucidità intellettuale pur non scendendo mai, dico mai a compromessi. Mi riferisco ovviamente a Oublier le burace, sconcertante romanzo che l’autore parigino scrisse nel suo periodo lionese, il più fecondo, quello che segue cioè il decisivo incontro con Apollinaire (siamo nel luglio del ’74).
oublier le burace
Intendiamoci, Oublier le burace non è un certo un libercolo per caste monachelle. Anzi. Cazzi e fighe sono disseminati un po’ ovunque all’interno del testo – va detto – ma sempre con grande cognizione di causa, sapientemente, incisivamente, con perizia da laboratorio. Mai, e sottolineo mai, in maniera volgare. E’ il vissuto dell’autore che irrompe prepotentemente in ogni pagina, col suo perenne carico di dolente stupore. Delapandoraine sceglie così di farsi cantore del sesso, dell’amore e dei sentimenti in un modo del tutto nuovo e sorprendente, ripercorrendo insieme a noi e per noi una tormentata liaison personalissima, torrida e carnale, la più importante della sua vita diremo, quella che lo segnerà per sempre.
Il libro – altra particolarità – non è suddiviso in capitoli, bensì in tappe d’amore. Egli concepisce infatti la struttura del racconto come una sorta di visita guidata all’interno di noi stessi e delle nostre angoscie relazionali. I fantasmi del sesso tutto pervadono spaventevolmente, ululando ed agitandosi a tal punto da divenire tremendamente reali e concreti, materializandosi infine in un oggetto ben preciso ed altamente simbolico: il burazzo.
Burazzo allegoria della paura, dunque, ma non solo. Burazzo che travalica il tempo e lo spazio, e che tutto avviluppa. Burazzo che si intromette nella vita di coppia, di soppiatto; burazzo che opprime, che insabbia, burazzo che mortifica. Burazzo come strumento di contenzione ultimo, l’indesiderato, l’onnipresente, l’incomodo. Burazzo che diventa una vera e propria ossessione per lo scrittore (bellissima la scena in cui lui, esasperato, vorrebbe dargli fuoco ma non ci riesce, arrendendosi infine al suo volere). Le dinamiche di coppia vengono messe alla prova e sviscerate a tal punto da risultare comiche nella loro drammaticità, generando un mécanisme du grotesque che ha del sensazionale, e che a tratti sfiora il sublime. Come nell’episodio dell’aeroporto – altra chicca – o in quello della lavatrice, o ancora in quello dell’idraulico e delle babbucce. E così via su questa falsa riga, in un crescendo di tensione sentimentale che sfocerà nel terribile grand guignol finale: l’avvento della sagoma nera, quella fantomatica zenza caduca la cui presenza si avverte costantemente nella narrazione, fin dal principio, pur senza manifestarsi interamente nella sua corporeità.
Ma ora non vorrei svelare troppo.
Quello che un po’ dispiace invece è prendere atto di come, ancora una volta, l’editoria italiana abbia perso l’ennesima occasione d’oro, riducendosi nuovamente a banalizzare il tutto cercando di re-inscatolare un prodotto come questo, di altissimo livello, in quegli standard di bassezza che ben conosciamo e di cui parlavo all’inizio. Al solito si punta sulla vendibilità a prescindere, e chissenefrega se il prezzo da pagare è quello di stravolgere a priori un messaggio. Sono cose che fanno stocere decisamente il naso. Da qui la scelta infelice di tradurre Oublier le burace con un ben più ammiccante (ma alquanto scontato ed ingeneroso) Senza mutande, con tanto di copertina furbetta a fungere da richiamo per lettori un po’ sprovveduti. Una versione patinata ed edulcorata (in cui i tagli e gli adattamenti si sprecano) che grida vendetta, frutto di una bieca operazione commerciale che va a snaturare profondamente l’anima dell’opera trasformandola in una sottospecie di moderno fotoromanzo pornosoft.
Che dire? Un film già visto. Forse qualcuno è convinto che la cultura, oggi, per sopravvivere, non possa fare a meno di questo genere di espedienti, di questi mezzucoli, senza mutandeveri e propri trucchetti da prestigiatore da parrocchietta di periferia. Bah. Forse, è probabile, questi signori sono poi le stesse persone che ritroveremo giù al bar, la sera, allegrotti et sempliciotti, a sgolarsi con l’osteria numero nove. Mi pare di vederli, ‘sti fenomeni. ‘Sti geni del marketing. Gentaglia senza scrupoli che munge senza ritegno dorati greggi senza cervello. Lasciando loro Senza mutande. E noi senza parole.
chicotrapella - lunedì, 19 novembre 2007 | Permalink | commenti (11)
tags: cultura, letture, autori, mutande, stroncature


Quello che vorrei proporre oggi si colloca decisamente oltre il grigio muro del convenzionale. Si tratta di una sperimentazione stuzzicante sotto molti di vista, che tanto attinge dal pozzo cyberaccademico storico di fine millennio, ma che al contempo va ad aprire un varco interessantissimo in quella sovrastruttura macchinosa che oggi chiamiamo ibridazione dialogica, la quale - non sono il solo a sostenerlo - da tempo richiede un vigoroso cambio di rotta, una sferzata tonificante, un'audace rivisitazione sostanziale di intenti che invada anche e soprattutto il formale, e senza la quale le sorti dell'intero movimento sarebbero senza ombra di dubbio tragicamente segnate verso il declino. Ammesso che di rinascita si possa ancora parlare.

Piergiorgio Tabellini, nonostante la giovane età, sembra averlo capito perfettamente. Ecco che allora il talentuoso autore emiliano ha voluto produrre con tenacia un primo, meditato abbozzo di ricerca, che tenga certamente ben salde le contaminazioni benefiche del passato senza per questo precludere uno sguardo attento e mirabilmente visionario sugli scenari futuri.

La metodologia di lavoro mi pare estremamente coerente e dinamica, e il risultato apprezzabilissimo. Tabellini applica alla lettera le tecniche di filtraggio teorizzate da Apollinaire (già trattate ampiamente in queste pagine), o quanto meno le applica rigorosamente nei primi tre passaggi, per poi scegliere una via se vogliamo ancor più rischiosa, che prevede cioè dapprima una scansione continua dello scritto con una banda passante relativamente tenue, a tratti impercettibile, con un crescendo finale inarrestabile segnato da una sequenza micidiale di cut-off progressivi davvero molto, molto severi. Ardita anche la scelta di ghettizzare senza possibilità di appello la punteggiatura, a detta dell'autore inutile fardello di un inutile retaggio vetero-passatista. Ghettizzare, non eliminare, attenzione. Non c'è disprezzo cieco ma piuttosto un diverso uso di. E ci passa un fiume. Da qui la nuova possibilità che viene messa a disposizione del lettore: usufruire della punteggiatora a piacimento, scegliendola e componendola secondo la propria personalissima chiave interpretativa ed emozionale del momento, in una operazione quanto mai viva e pulsante. Tabellini struttura l'operazione in maniera molto molto intelligente, piazzando dei veri e propri punti di ristoro attraverso i quali il lettore potrà trovare conforto grazie alla punteggiatura desiderata e strettamente necessaria, mai superflua. E' un continuum sorprendente, un bellissimo esempio di moderno testo fittato e mutaforme, da apprezzare e riscoprire lettura dopo lettura.

 

quale oscura dittatura di pensiero si celava in esso al punto di implodere di colpo il vento si ribellava soltanto all’idea di quella parodia di vita è il branco dei sapiens sapiens ominide o scimmia od omuncolo che tu sia devi esserne membro onoriario altrimenti non sei un cazzo di niente un cazzo di niente tu e la tua manciata di neuroni stanchi ,,,::.,,!.,.,;?,! che cosa immaginavi eh che cosa avresti sperato sparuta bestia con la parola dall’olfatto represso ti sembra strano ordunque ma che cosa è strano se non gli strani siti in cui navighi a comando dettati da chi se non da te stesso .,.,...,,?!?, te l’avevo detto te l’avevo detto te l’avevo detto ecco che cosa succede a maneggiare l’immaneggiabile ora non potrai più raccontarlo ah ah ah ah ah .,:,.!.!.!; farai la fine del topo nel cassetto la relazione matematica che in nepero contraddistingue una scala a chiocciola booleana la conosci bene è sempre la stessa e tu stai al centro dell’immane dardo come in una folle tromba d’aria che gela l’anima ..,,;.,,,,..,, ecco spiegato il perché del comune itinere della serie siamo tutti dentro ad un enorme cavallo di troia amico e tu hai visto amico che fine ha fatto anita e tutti quelli come lei il filmato era eloquente non trovi ma quanto meno lei ci ha messo la faccia ,.,!.;..?,,, è il concetto della montagna che si estende fino alla radice fino alle estreme conseguenze fallo tu allora fallo se ne sei capace invece di nasconderti dietro idoli di rame come fece bebo eri tu quello della foto vero sembrava tutto facile prendere senza dare ma l’esperienza non è gratis non è mai gratis anche quando tutto il resto sembra gratis dovresti averlo imparato ,.!,,:,,?!.;,, le immagini si confondono ora tutto ronza e si mescola fragile come bava di tornitura raschiante e in ombra segui allora i tuoi piedi loro sanno dove andare oh sì eccome se lo sanno prendi bebo per esempio se solo sapessi chi è questo dannato bebo in cima ad ogni classifica c’è lui bebo ed è come una grande spirale mistica che tutto avviluppa una immanente orgia di significato nel più classico dei deja vu ,.;,!,;;?,.:.,.,., strani pensieri si rincorrono arriverà :uovo un giorno la verità si rivelerà cruda così come è nuda senza veli senza mutande quasi svergognata ai nostri occhi sono cose che fanno male un duro colpo nella bocca dello stomaco che diventa allora bocca della verità ma muta mai mutevole vista la sudditanza e ci sarebbe da chiedersi se sarà rappresentabile in foto prima o poi similmente ad un sancta sanctorum modernizzato ,.,,!:,,,.,;..,.,., la patata è bollente specie entrando in un metacafè freddo e altezzoso l’hai visto quel video vero quel video in cui rebelde cavalcava nuda con la chioma rasata a zero uno spettacolo postimpressionista di cattivo gusto preferivo di gran lunga la mininova lei almeno tra tutte le donne aveva una testa pensante e gode di una stima notevole nell’ambiente dei wiki quello che può da e quello che può prendere lo prende non ha paura le donne lo sanno come la moglie di bebo ,.,,..,:.,.,..,.,,., spesso era ubriaca ma tra la botte la moglie ed i buoi si è sempre preferito il toro valenciano alla vacca non è certo applicabile la teoria della salama da sugo tutto questo geddes sciovinista da quattro soldi l’andamento che si prefigura è a dente di sega così drammaticamente variabile nei toni complessivi ricorda un gretto manico di scopa tutto fumo e niente arrosto quasi a dire che cambiare si può non si deve !,!.,,:..,.,.;,..:,.,;,., l’aveva detto anche parker del resto in tempi non sospetti prefigurando un’applicabilità pratica all’anticonsumismo dexteriano e qui eccone la nobilitazione a dogma pronta e servita su un piatto d’argento quello stesso piatto che bebo si rifiutò di vedere pensando forse erroneamente che la formula per calcolare un'area fosse differente dalla formula per il calcolo del perimetro ma qui la geometria dei quanti c’entra poco o niente ed è questo in ultimo il vero significato dell’esistenza !.,:.,,.;:!?,..,,.;,.,!:

chicotrapella - mercoledì, 24 ottobre 2007 | Permalink | commenti (15)
tags: cultura, letture, suggestioni, autori, sperimentazione, tecniche pratiche
Quello che sto per annunciare farà la gioia di molti di voi, lo so bene. In tanti ce lo avevate chiesto, davvero a gran voce, davvero con appassionata insistenza, ed eccoci qui: il popolo chiede, la Fucina risponde.
Mi scuso per l’assenza più prolungata del previsto, ma abbiamo letteralmente fatto i salti mortali per organizzare questo evento, che come sempre non sarebbe stato possibile se non grazie alla preziosa ed insostituibile collaborazione di Azeglio Cacciot e il suo staff del Mercuriale. Grazie di cuore ragazzi, grazie per la passione che ci mettete ogni giorno! E grazie anche ad Edizioni Cassiopea, che continua a credere in noi e che ha deciso una volta di più di accompagnarci per mano nel nostro cammino di sperimentazione e ricerca.
Ma basta con i preamboli, ora, e veniamo al dunque! Non è senza emozione che, ancora una volta, sto per darvi appuntamento al Centro Civico Serroni, in via del Pratello a Bologna, Sabato 29 Settembre alle 21:00 per
 
L’INGANNO DEGLI INGANNI
un monologo di C. Simon
riadattato, rivisto ed interpretato da
Giulio De Rimondi
 
Ecco: il post potrebbe tranquillamente essere chiuso qui.
Qualsiasi discorso rischierebbe di risultare superfluo, in casi come questo, eppure due parole vorrei spenderle ugualmente a favore del grande, irreprensibile Giulio. In qualche modo glielo si deve, per onestà intellettuale ma non solo: glielo si deve per gratitudine, verrebbe da dire, perché il lavoro di questi anni ha arricchito ognuno di noi di una forza nuova, sorprendente, costruita con dedizione ed audacia per mezzo della costante e delicata manovra operata da Giulio nel reinventarsi, giorno dopo giorno, di parola in parola, nel rimettere in discussione tutto attraverso se stesso, che nella sua personalissima visione del reale equivale a mettere in gioco in primo luogo se stesso, attraverso il tutto. E capite bene quanto si tratti di una logica tutt’altro che comoda, tutt’altro che semplicistica.
Il Giulio De Rimondi scrittore lo conoscete. Probabilmente meno nota ai più è la straordinaria attitudine teatrale del De Rimondi, la sua propensione scenica, l’irresistibile e prostetnico carisma comunicativo unito ad una raffinatezza di pensiero non comune, doti che indiscutibilmente hanno fatto e fanno di lui un artista completo, a tutto tondo.
De Rimondi non è nuovo ad estroflessioni di questo genere. Così come fece nel 2001 con la fortunata trilogia (sempre di Simon) del Bambino Cresciuto, che tanto successo riscosse nelle banlieu parigine, egli ha voluto curare personalmente ogni singolo aspetto della rappresentazione, trasformando il già articolato monologo di Simon in uno spettacolo pirotecnico all’interno del quale il pubblico gioca un ruolo chiave. Del resto, come sappiamo, De Rimondi ha fatto della sua vocazione alla polemica, alla provocazione, alla denuncia non solo un segno distintivo, ma una vera e propria misson sociologica.
Ecco che allora quella che dapprima potrebbe sembrare una abbozzata introflessione onirica si va schiudendo poco a poco, lambendo stralci di visceralità assoluta, fino alla vertigine; da qui la folle, disperata discesa che inevitabilmente dovrà condurre il singolo ad una comune presa di coscienza, abbandonando ogni cieca logica manichea a favore di un più consapevole agnosticismo sociale, che per sua stessa definizione non potrà mai piegarsi alle logiche consumistiche e opprimenti dettate del sistema (inteso come controllo preordinato delle menti).
E’ chiaro che una denuncia di questo tipo diventa allora molto pesante. De Rimondi se ne assume piena responsabilità, tanto da indicare con inaudita lucidità il mezzo principe di questa drammatica opera di anestetizzazione collettiva: la televisione. E’ il topos della rappresentazione. De Rimondi, con un cinismo critico senza precedenti, scardina uno ad uno i plasticei pilastri che costituiscono, in maniera così ingannevole, la sovrastruttura massmediatica, facendoli letteralmente saltare come birilli, con una nonchalance quasi imbarazzante. E’ un’azione veramente impietosa. Non sazio di una seppur così profonda demolizione concettuale, De Rimondi intraprende una demolizione materiale che travalica la mera provocazione per assumere i contorni ben delineati della catarsi. Una catarsi collettiva. Sarà il pubblico stesso, infatti, ad offrire in olocausto il proprio televisore, immolando con esso la propria condizione di prigionia. E quando il maglio (non più figurato ora, ma che al contrario ha preso corpo, sostanza e vigore) di De Rimondi si abbatterà con violenza su ogni tubo catodico, su ogni singolo cristallo liquido, e questi esploderanno devastati in mille pezzi, o si accartocceranno tragicamente in un fragore assordante davanti agli occhi luccicanti del pubblico, in una sorta di trance distruttiva purificatrice, ecco che allora sì l’inganno degli inganni non sarà solamente svelato, ma superato. Insieme. E chissà che forse, per la prima volta, non potremo tutti tornare a casa più liberi e più leggeri, o quanto meno diversi.
 
P.S. Come consuetudine, per chi vorrà, seguirà dibattito informale a caldo con Azeglio Cacciot del Gruppo Mercuriale. Non mancate.
È fatta dai, sono sopravvissuto anche a questa.
Conseguentemente ad una malaugurata, disgraziata, scriteriata scommessa fatta con un caro amico la settimana scorsa (perduta ovviamente, me tapino) mi sono dovuto sorbire per intero l’ultimo “libro” della Rowling, ultimo tassello della fortunata (commercialmente parlando, si intende) saga.
Beh, non che mi aspettassi, tanto per dire, il purismo estetico de I Giardini di Babilonia piuttosto che la lucida asprezza del Patto col padre di F. Fleur, però caspita, qualcosina di più me lo sarei aspettato dal tanto magnificato maghetto cicatrizzato e saputello… Tutto 'sto gran can-can, e per che cosa poi?
Che delusione.
D’altra parte le code in libreria, da che mondo è mondo, hanno sempre rappresentato un campanello d’allarme, una sorta di infallibile cartina di tornasole della mediocrità narrativa. E così è stato, puntualmente, una volta di più.
Quello che mi ha impressionato non è soltanto l’inconsistenza della trama, la macchinosità dell’espressione, la scarsa propensione linguistica – talvolta imbarazzante – ma anche e soprattutto l’assoluta mancanza di spessore dei personaggi, (non) caratterizzati da personalità fragili e maldestramente abbozzate, mai incisive, così marcatamente capziose; siamo d’accordo che si tratti di un libro prevalentemente rivolto ai giovani (a proposito, voi: sveglia eh), ma santo cielo! Che considerazione abbiamo dei nostri ragazzi? Se così fosse saremmo di fronte ad un dato socialmente preoccupante!
Come se non bastasse, se a tutto ciò andiamo a sommare l’inserimento pressochè casuale e profondamente snaturante di elementi mitici e mitologici, la prevedibilità degli eventi, il buonismo imperante, la melassa, la melassa che sgorga copiosa da ogni parola e da ogni situazione, melassa che tutto inviluppa, coprendo, avvolgendo, infine debordando al punto di trasudare dagli stessi pori della carta fino ad appiccicare le mani dell’incauto, sprovveduto lettore, beh: che altro dire?
Un polpettone.
Un noioso, noiosissimo polpettone per bocche particolarmente buone o dalle papille gustative anestetizzate, al limite, difficilmente digeribile anche in spiaggia sotto l’ombrellone, il che la dice lunga sull’intrinseco quanto involontario potere intasante dello scritto.
Se proprio dovete leggerlo, insomma, evitate di fare il bagno prima di tre ore. Abbondanti.
E’ un consiglio.
chicotrapella - martedì, 31 luglio 2007 | Permalink | commenti (6)
tags: cultura, riflessioni, letture, autori, stroncature, pseudo-letteratura
E’ l’inverno del 1973. In una Lione ancora assonnata ed indolenzita dal freddo, un uomo distinto siede al tavolo di un bar. Sorseggia un caffè caldo, in solitudine, con estrema calma, quasi che il tempo non esista o meglio, che per lui non sia cosa di rilievo. Appare sereno, fermo, sicuro di sé. Un altro sorso di caffè da gustare fino in fondo mentre poco lontano, all’interno del locale affollato, più di uno sguardo si posa fugacemente, e non senza invidia, sul suo impeccabile completo grigio.
 
Al tempo l’uomo godeva di una discreta fama, una fama meritata – certo, meritatissima, questo non è in discussione – una fama che gradatamente gli aveva vieppiù donato benessere, agio, stima. Certezze.
La copia de Le progrès che aveva davanti agli occhi era pronta a ricordarglielo. Il trafiletto a pagina nove parlava del suo ultimo libro, il terzo per la precisione, un pregevolissimo esempio di saggistica nonché il suo maggiore successo editoriale di sempre.
Un impercettibile sorriso. Un altro sorso di caffè.
Calore. Pace. Compiacimento.
E poi un tremendo scossone. Improvviso. Inaspettato. Prepotente.
Un uomo che gli rovina addosso. E la tazzina che si schianta irrimediabilmente sul pavimento…
 
Le cose andarono esattamente così (fu lui stesso a raccontarlo nella famosa intervista rilasciata a Le Monde dieci anni più tardi) ed è incredibile pensare come fu proprio quella tazzina, quella così apparentemente insignificante – ma altamente profetica – tazzina frantumata, a segnare il confine tra una vita vecchia ed una completamente nuova ed antitetica alla precedente.
Alle spalle dell’uomo si era accesa una piccola rissa, ed un individuo decisamente trasandato e fuori moda, dalla barba incolta, scura, dai lineamenti strani, spigolosi, verrebbe da dire misteriosi, era stato spintonato contro di lui. La discussione era tremendamente banale, come spesso accade in questi casi, eppure gli animi presero fuoco all’istante. Il losco figuro fu isolato, quindi malmenato senza esitazioni da alcuni non raccomandabili compari del suo avversario, in maniera tanto feroce quanto vigliacca: un vero e proprio pestaggio sotto gli occhi increduli degli astanti. Che non mossero un solo dito…
Lo “straniero” giaceva a terra malconcio quando ecco che l’uomo elegante, solo ed impietosito, gli si fece incontro per prestargli soccorso… Gli sguardi dei due si incrociarono, e da quel preciso momento in poi il loro sodalizio divenne prima amicizia, quindi collaborazione, infine storia.
 
L’uomo in grigio era il lionese d’adozione Laplace, mentre il barbuto forestiero disadattato altri non era che Apollinaire, naturalmente. Un Apollinaire diverso e già radicalmente maturato interiormente, sì, ma anche un Apollinaire fortemente spaesato in seguito al lungo, estenuante isolamento sui Pirenei.
Laplace ebbe il grande merito di non fermarsi alle apparenze ed anzi, in Jean Jacques seppe riconoscere prima di qualunque altro l’immane, oserei dire debordante carica rivoluzionaria e creativa.
Senza Laplace oggi non avremmo Apollinaire così come lo conosciamo; allo stesso modo, senza Apollinaire, è certo che non avremmo mai potuto avere il Laplace seconda maniera con i suoi sconcertanti, magnifici scritti.
Il cambiamento di Laplace infatti fu impressionante, e si può dire che coincise quasi perfettamente con l’assimilazione dei concetti espressi da Apollinaire nella sua opera-madre, S’èvanoiur pour renaìtre (all'epoca ancora in stadio embrionale), che egli esaminò approfonditamente qualche mese dopo.
Ben presto Laplace abbandonò la sua vita agiata, comoda, di successo, per auto-relegarsi ai margini della società, vivendo di espedienti come un fou chercheur de vèridique (così si definì); abbandonò la famiglia, il suo editore, gli affetti più cari, persino il suo amato pastore tedesco Brett; abbandonò tutto, tutto quanto, ma soprattutto abbandonò il suo modo di scrivere.
Non si può dire comunque che quest’ultimo venne del tutto rinnegato, ma al contrario venne come ribaltato, visto allo specchio e poi rielaborato, confuso, mistificato, quindi riadattato, reso credibile, trasmutato, trasmigrato, migliorato, in qualche modo emendato e consacrato.
Le mil et une scierie, Le nain et le pomme, Le photographe, solo per citarne alcune, sono opere senza tempo che tratteggiano un’identità vivida e multiforme, mai doma e sempre pronta a reinventarsi (non senza sofferenza, va detto).
Ma il culmine della produzione Laplaciana si raggiunge senz’altro con Métal Enterré (Metallo Sepolto), capolavoro edito nel 1979 per la prima volta da Endragon.
E qui senza dubbio ci troviamo di fronte ad una delle tre più grandi opere mai uscite dal felice crogiolo creativo della Cerchia dei Lionesi, la congrega letteraria di cui Laplace e Apollinaire furono i massimi esponenti in quegli anni.
 
Métal Enterré, ovvero l'opera spiazzante per eccellenza.
Opera cupa, intricata, controversa, claustrofobica. Opera anche e soprattutto mistica.
In quelle 279 pagine c’è racchiuso tutto l’impetuoso trascorso umano ed emozionale dell’autore, che incessantemente tende a deviare in sogno o in incubo, in incubo o in sogno, fantasmatica proiezione di un immaginario osservato ed analizzato dall’interno, talvolta freddamente e distaccatamente ma sempre, sempre in prima persona, esponendosi.
D’altro canto – è chiaro – l’influenza di una grande mente come Apollinaire non avrebbe potuto non lasciare il segno…
Scritto in una sola notte (incredibile ma vero) Métal Enterré è un romanzo a tutti gli effetti. Il protagonista (l’ambiguo Mat, che altri non è che l’alter ego di Laplace) intraprende un viaggio allucinante che lo porterà finanche nelle più remote pieghe della terra, scontrandosi uno ad uno con i suoi desideri e le sue paure più recondite, in una continua e dolorosissima esperienza di introspezione nel sottosuolo, alla spasmodica ricerca del prezioso O.E.U.F., un oggetto (ma forse uno stato mentale, un’ideale, un sogno, uno stato dell’arte, un segreto, un pooka: non è dato di saperlo con certezza) leggendario e straordinariamente potente, una sorta di ressort transcendant, l’affascinante spirale mistica lambita da Olorin nel suo Magish Witstock, poema epico-cavalleresco scandinavo di fine ottocento.
Senza svelare alcunchè di insvelabile, possiamo affermare tranquillamente che l’esito del tortuoso viaggio di Mat/Laplace rimane aperto a molteplici interpretazioni. Così come tante sono state le speculazioni fatte sul libro, che non solo è stato oggetto di culto per differenti categorie sociali (anche totalmente dissimili tra loro) soprattutto negli anni ottanta, ma addirittura è stato innalzato a bandiera di teorie personalistiche talvolta fumose o contrastanti, spesso, troppo spesso furbescamente costruite ad arte. Una vera e propria ridda di voci, insinuazioni e supposizioni che a dire il vero non hanno mai trovato conferme tangibili, ma che ugualmente presero piede, sempre più insistentemente, nel pensiero comune. Molti, per esempio, avrebbero giurato sul fatto che l’opera fosse stata dettata da una sorta di delirio lisergico dell’autore, ma questa voce fu inappellabilmente smentita dallo stesso Laplace, il quale pretese addirittura pubblica ammenda da parte del noto critico del Lire, Fabius Laurent, che appoggiò imprudentemente questa tesi. Altri sospettarono che, intessuto segretamente nel racconto, si nascondesse un veemente atto d’accusa rivolto alle più alte cariche dello Stato, coinvolte – parrebbe – in uno scandalo di proporzioni inimmaginabili, che avrebbe potuto minare seriamente il sistema-paese. Alcuni vissero addirittura questo messaggio onirico come un vero pretesto rivoluzionario, che avrebbe in sostanza reso lecita ed auspicabile una lotta di classe (anche violenta) ai danni della borghesia. Gli arresti per attività sovversiva all’interno del Gruppo O.E.U.F. (così si chiamarono) furono svariati. Métal Enterré fu osteggiato anche dalla Chiesa locale, in quanto accusato di alimentare ideali animistici ed esoterici, pericolosamente al confine del satanismo. Il testo fu scandagliato in diversi chiavi di lettura, fu anche letto al contrario, più volte e secondo metriche variabili e sghembe, ma nulla di tutto ciò trovò un riscontro concreto. Ciò nonostante, dal 1984 al 1989 il libro fu sottoposto a censura da parte delle autorità francesi.
Detto questo, una delle interpretazioni più credibili rimane senz’altro quella dell’auto-analisi psicologica, del percorso interiore, dell’intimismo portato alle estreme conseguenze, dell’angosciante screening autogeno dell’animo umano. Non per niente Laplace fu presto definito il rabdomante dell’inconscio, unica etichetta che l’autore, per così dire, non disdegnò.
Ma non dimentichiamo quella che forse è la più suggestiva delle ipotesi (ma non per questo meno plausibile), ipotesi che percepisce l’intera opera come un grande omaggio in codice, il più grande omaggio moderno a quello che per definizione è il metallo sepolto, ovvero invisibile, celato, in una sorta di messaggio al mondo che solo gli eletti potranno un giorno comprendere: in altre parole, la più grandiosa allegoria mai scritta del Grande Magnete. Ma qui si entra in un campo assai spinoso, e non mi pare che i tempi siano maturi per affrontare come si deve questo argomento.
Ne riparleremo, comunque, lo prometto.
 
Per concludere: quanta strada è stata fatta grazie a quella tazzina! Chissà se Laplace, quel giorno, comodamente seduto al tavolo del bar, l’avrebbe mai potuto immaginare...
Io sono sicuro di no.
Quel giorno infatti la tazzina si frantumò, è vero, ma è come se idealmente e miracolosamente, in quello stesso istante, su un piano conoscitivo differente e parallelo, essa si ricostituì in un modo nuovo e del tutto inaspettato, più fragile e solido allo stesso tempo. E’ un grande mistero. Così come il messaggio ultimo di Métal Enterré e, ancor di più, come l’esistenza stessa di Laplace. Un enigma da risolvere, che ancora oggi conserva intatto tutto il suo ancestrale fascino.
 
Era il 27 settembre del 1994, infatti, quando costeggiando il fiume Aisne durante un’escursione con alcuni amici, Laplace precipitò accidentalmente in un profondo crepaccio che si apriva nel terreno, venendo tragicamente inghiottito dalle buie fauci del sottosuolo.
Fatalità? Segno del destino?
Chi può dirlo.
 
Per ora certamente nessuno.
 
Il suo corpo, infatti, non fu mai più ritrovato.
chicotrapella - giovedì, 26 luglio 2007 | Permalink | commenti (9)
tags: cultura, letture, autori
Diciamolo pure apertamente: a noi della Fucina le smancerie non piacciono e non sono mai piaciute. Non ci piacciono i romanzotti adolescenziali, non ci piacciono le storielle zuccherose, patinate, glitterate, smielazzate, non ci piacciono i Moccia, per dirla tutta.
E questo per onestà intellettuale.
Fatta questa doverosa quanto banale premessa (a proposito: se putacaso – sfiga – ti piacesse davvero Moccia – ma non credo, dai – sei gentilmente pregato/a di dirigere il tuo grazioso puntatore verso altri lidi virtuali, e piuttosto celermente anche: te ne saremmo davvero tutti molto grati; poi semmai fai così, fatti un regalo và: vatti a comprare, che so, Rui Mong, leggitelo due o tre volte e poi – forse – possiamo riparlarne – forse – ), fatta questa piccola importante premessa dicevo, il brano di oggi è quello che si può definire un vero e proprio concentrato di carica emozionale. Tratto dal “Dandy Ribelle” di Pietro Zuler, edito nel 2002 da Cassiopea, il brano è quanto mai funzionale per comprendere come anche i sentimenti e l’affettività possano essere trattati in un certo modo, mi verrebbe da dire di gran lunga più consono ed edificante, ma non è mia intenzione sbilanciarmi. Preferirei davvero lasciare spazio anche alle vostre sensazioni, pertanto, ancora una volta, buona lettura.
 
P.S. E’ un testo davvero particolare ed intrigante, una vera chicca per voi amici lettori. Mi auguro che con questo possiate perdonare la mia prolungata assenza dalla pagine della Fucina.
 
[…] E non era forse quella la soluzione? Rinnovare un sentimento senza implicazioni di sorta, lacerandosi esteriormente, certo, eppure mai nel nucleo. Quello - a differenza del mondo decadente e satrapo che lo circondava da qualche tempo - sarebbe rimasto puro, integro, vergine nella sostanza. Se c’era una cosa da imparare adesso era proprio l’arte del rugginofago. Suggere le altrui lucide forze per nutrimento, senza preconcetti fatti di molli scrupoli, alimentandosi di quella gelida, metallica brillantezza che in ogni caso sarebbe andata perduta, e per sempre, per il fatto stesso di essere inanimata.
Ma attingere a quella fonte pareva essere più complicato del previsto, specie per lui, eterno molosso dell’emotività karmica.
La stessa storia si ripeteva identica ogni giorno, indifferente alle mutazioni cellulari, ai microcosmi, all’aria ed ai pulviscoli, come se fosse immune ad ogni allergia, quasi che il vento stesso avesse iniettato in lui uno spiraglio di vera eucatastrofe, unico efficace antidoto alla perdizione più nera. Ma per quanto ancora avrebbe potuto sopportarlo?
Camminando per strada se lo chiedeva, sguardo vacuo e sinapsi rabberciate.
Qual era il significato di tutto questo? Il significato della parola amore, intesa come malattia? Il significato della parola cura, intesa come amore? E ancora il significato della parola disprezzo, intesa come sintomo?
Era tutto troppo, troppo complicato.
Le donne, ne era certo, vivevano idealmente su di un’altra terra, così irraggiungibile da poter essere toccata, così vicina da non essere scorta ad occhio nudo.
E lei non era diversa dalle altre, in fin dei conti. Come quella volta, quella volta a Parigi…
'Oh, Paris! Paris! Tu me manque, Paris!'
Lo gridava forte ad ogni vicolo, disperatamente, furiosamente, consapevole che certe volte un paio di mocassini gialli, purtroppo, non basta… No, non basta, non basta affatto.
Era tutto troppo complicato.
Spesso la realtà è fin troppo prevedibilmente difforme rispetto all’immaginario umano, così come accade che la verità non si presenti nuda, talvolta, a determinate latitudini, cosicché la ribellione resta soltanto un ricordo sbiadito di un’epoca passata. Della gioventù, forse, ammesso che sia mai esistita. Lo diceva sempre anche il vecchio Cedric: ‘non c’è nulla di più fantasmatico della realtà, a questo mondo…’
Dannato Cedric, vecchia canaglia, avevi proprio ragione tu. Avevi ragione su tutto! Su tua moglie – quella sgualdrina, pace all’anima sua – sui soldi, sulle donne, sulla vita. Giocavi d’azzardo coi sentimenti, amavi il rischio, ma non hai perduto una sola partita. ‘La donna è la più profumata delle illusioni’, dicevi, non senza un fremito di vivida angoscia. Adoravo il tuo ragionare senza veli, il tuo esporti senza censura, sempre e comunque, anche quando le porte parevano chiudersi impietose in faccia.
Di quelle nove porte hai saputo rimuovere tutto tranne l’ombra, così tragicamente indelebile nel nostro animo.
Non è facile predicare e praticare la trasparenza. Me lo hai insegnato tu, vecchia carogna putrefatta! E ora so che bisogna andare avanti senza leccare i piedi di nessuno, con coraggio e determinazione, cavalcando a pelo, per godere e suggere, suggere e godere, proprio come il rugginofago.
Del resto lo scrisse anche Yarni:’ il vuoto è noioso, rigido e freddo come una palla di vetro: se la fai rimbalzare va in mille pezzi…’
Dio mio quanto è vero. Non lo è mai stato così tanto.
Se ripenso a Parigi, adesso, sotto questa luce, nulla mi sembra come prima.
Le porte si schiudono, ecco, le ombre si assottigliano. Mentre fuori sta per nascere un fiore […]
chicotrapella - giovedì, 12 luglio 2007 | Permalink | commenti (6)
tags: cultura, riflessioni, letture, autori, sperimentazione
E’ interessante, davvero molto interessante lo studio realizzato dal professore tedesco Alexander Khermes in merito all’intelligibilità visiva preliminare, sviluppato in collaborazione del Dipartimento di Scienze Filologiche Sperimentali dell’Università di Hannover.
Profondo conoscitore della letteratura sassone nonché stimato semiologo internazionale, dopo aver tenuto per oltre dieci anni la cattedra di storia comunicativa medioevale al prestigioso Rineal Dext Institute di Amburgo, l’esimio professore ha seguito diversi progetti di carattere formativo e sociologico a livello europeo, finalizzati a promuovere una nuova cultura dialogica basata sullo scambio de-contestuale, che valorizzasse cioè le dissimilitudini – come lui stesso ama definirle – tra i diversi popoli, usi e costumi, attingendo dal grande serbatoio della storia quei valori che, se e solo se conformi alla carta deontologica stipulata dall’Associazione Interculturale Middeleuropea, potessero rilanciare fattivamente quel meccanismo di produttività linguistica da tempo sopito (per lo meno in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia).
Ed è proprio in seno a questa delicata attività che si è sviluppata nella sensibilità del professore un’ulteriore esigenza educativa, per molti versi così essenziale, indissolubilmente legata al discorso dell’ermeneutica intesa come valore aggiunto di una moderna società civile; parlo naturalmente dello studio della IVP (intelligibilità visiva preliminare), che è un po’ da considerarsi come la naturale continuazione del costante percorso di ricerca intrapreso dall'intellettuale tedesco.
Nata inizialmente come materia sperimentale, l’IVP ha raccolto nell’ultimo biennio un’infinità di consensi, ed oggi sta dispensando, e a piene mani, i primi succosi frutti.
Tutto ciò è ampiamente trattato all’interno del fascicolo ALKH07, redatto dal professore insieme ai ragazzi di Hannover, fascicolo che aiuta a capire – in un linguaggio estremamente semplice, comprensibilissimo, adatto anche ai non addetti ai lavori – quanto l’IVP giochi un ruolo cruciale nell’ambito dei nostri modelli comportamentali rapportati alla sfera del sociale.
Ma quali sono le sostanziali novità introdotte dallo studio? Beh, sono davvero un’enormità.
Senza dubbio va citata l’ampia dissertazione in merito ai prolassi consequenziali di significato, che prende spunto dalla progressiva erosione di senso già trattata in passato da Alley e Stevenson, con riferimenti incredibilmente coerenti alla realtà che tutti noi viviamo ogni giorno (corredati da una serie di slides esplicative davvero ben fatte). Pregevole ed illuminante anche la demolizione del concetto di ibridazione dialogica, un vero scacco matto in tre mosse (per certi versi davvero cinico e spietato) che non lascia possibilità d’appello ai suoi demiurghi, Montagna in primis. Mi sento tuttavia di affermare che il nocciolo dello studio, dell’intero studio probabilmente, sia racchiuso nel capitolo 19, intitolato in maniera del tutto provocatoria dumm-derjenige-der-lesenstrasse (letteralmente scemochilegge: un chiaro riferimento, anche giocoso, al più classico dei paradossi linguistici di ogni tempo).
E’ qui che, non prima di una prefazio storica dettagliatissima, che aiuta a comprendere le origini più antiche di un vero fenomeno di costume, ci si addentra nel vivo del discorso.
Come mai – si chiede il professore – come mai ci troviamo sempre più spesso di fronte ad un deterioramento così radicato della tensione cognitiva? Come si spiega il disinteresse, il volontario quanto sconsiderato digiuno da parte dei giovani, ma anche dei meno giovani, riguardo alla produzione letteraria di livello per così dire “alto”? Esiste una sorta di rigetto? Di apatia? Di svuotamento?
Le risposte – va detto – non sono affatto confortanti.
Dati alla mano, quello che emerge è un drammatico allontanamento dal modello di Hexagon dovuto principalmente a motivi quali vita frenetica, immaturità, mancanza di valori, superficialità. Il problema è che non si ha più tempo, non si ha più tempo per leggere, assimilare, ragionare, capire, crescere.
Tutto ciò è molto grave.
L’esempio riportato nel capitolo 19 è davvero illuminante in propostito, oltre che terribilmente reale. La gente non ha tempo, i giovani non hanno tempo, i lettori non hanno tempo. Ad un palmo dal proprio naso ecco un testo di autentico spessore ma niente, niente da fare, non c’è tempo, non c’è tempo per leggerlo, non c’è tempo per interiorizzarlo. E che cosa fa allora il nostro simpatico lettore moderno? Semplice: sorvola, svicola, non approfondisce, giudica in maniera superficiale. Dà un’occhiata alle prime righe, a qualche grassetto magari, certo, e pensa di aver capito già tutto, il furbone. Quante volte sarà capitato anche qui tra le pagine di Fucina Trapella! Ahime, quante volte!
E’ uno studio di una concretezza impressionante.
Sostiene il professor Khermes che di fronte ad un testo impegnato soltanto una persona su 10 decide di mettere in discussione il proprio tempo, dedicandolo all’assimilazione dei contenuti (operazione talvolta impegnativa, senza dubbio, ma allo stesso tempo così indispensabile). Gli altri nove no. Gli altri nove si ritengono più scaltri, probabilmente. Superiori. Più fichi. A loro basta qualche dannata riga e qualche fottuto grassetto per decidere che il tal argomento non è degno di interesse. Se poi i grassetti si diradano allora ciao, si passa ad altro, si corre subito via, via, a giocare alla Playstation o a guardar la De Filippi. Khermes si scaglia duramente contro questo malcostume diffuso e nel paragrafo tecniche pratiche di sub-assimilazione concettuale la sua posizione viene esplicitata senza mezzi termini.
Un testo di tipo A – afferma il professore – potrebbe finanche contenere i peggiori epiteti del mondo, magari rivolti allo stesso lettore (ricordate il titolo del capitolo 19?), e questi con grande probabilità potrebbe assimilarli involontariamente, subliminalmente per così dire, rendendoli effettivi proprio a causa del suo stesso modo di fare sconsiderato, colpevolmente superficiale. E’ possibile che all’interno di questo ipotetico testo siano presenti – è solo un esempio, intendiamoci – parole come faccia del tuo cazzo, coglione, rimbambito, rintronato, scellerato, mentecatto, bagaglio, bagiano, zavaglio, testa di pube, glande raffermo, vulva rinsecchita, pezzo di melma, bestia con la parola, cesso vivente, rottame ambulante, feccia della società, puss del mondo, gran pezzo di sterco di capra andato a male, uomo-merda, poveretto, pover’uomo, cazzone avariato e via di questo passo, soloper citarne alcune. Niente di più facile. E’ incredibile come questi termini potrebbero essere presenti, ovunque, sparsi qua e là all’interno dell’ipotetico testo, e il lettore medio neanche se ne accorgerebbe (nove volte su dieci). Perché tanto ci sarà sempre un rassicurante grassetto al quale aggrapparsi, come folle baluardo d’approssimazione mentale dal quale risulterà fin troppo facile librarsi in aria per sorvolare a volo d’uccello l’intero testo, bellamente, spensieratamente, mettendo così a tacere la propria coscienza critica.
E’ triste, lo so. Eppure pare proprio che sia così, almeno secondo lo studio condotto dal professore.
Mi chiedo a questo punto se veramente anche qui alla Fucina Trapella questo fenomeno sia accaduto o possa accadere, e con quale frequenza. Spero francamente il meno possibile (e lo spero più che altro per voi lettori).
Tuttavia sono convinto che il nostro sia per la maggioranza un pubblico attento e preparato, che non si lascia certo intimidire da un testo apparentemente più lungo dela media, magari condito da qualche parolina difficile.
Io lo so che siete così, lo sento. So che non fate parte di quei nove. Datemene testimonianza, vi prego.
Altrimenti, beh, è anche inutile che ve lo dica.
Perchè in fondo – ed è proprio questo il bello del paradosso Khermesiano – ve lo sareste già detto voi stessi, in autonomia.
chicotrapella - mercoledì, 30 maggio 2007 | Permalink | commenti (13)
tags: cultura, riflessioni, generale, autori, britney spears, mutande, dibattiti, sperimentazione
Se è vero che la realtà – come affermò una volta il grande Dave Wilcox – è lo specchio tridimensionale del tempo, e che il tempo non è altro che la traduzione non scritta della realtà, beh, la questione del “formale”, intesa proprio come percezione e riedizione degli umani accadimenti, non può che diventare prioritaria in un’ottica di fruttuosa evoluzione dialogica. Tutto ciò lo sperimentatore lo sa bene, l’ha sempre saputo bene, tanto da generare nel corso degli anni una varietà di filosofie d’approccio impressionante, a partire proprio da quel Jeremy Brown che nel 1944, insieme alla moglie, la talentuosa ricercatrice statunitense Lexi Sharpe, partorì il primo rivoluzionario metodo di fitting testuale a coordinate permanenti, conosciuto anche come il metodo images, o il metodo pattern.
Basato sull’identificazione a valle del tessuto nominale (e qui stava l’autentica rivoluzione), il metodo images ha annoverato proseliti un po’ in tutto il mondo, specialmente in Francia e nel Regno Unito, ma anche tanti feroci detrattori di stampo tradizionalista, Blanchottiani per lo più (i cosiddetti passatisti), i quali, autoproclamatisi sostanzialmente come guardiani dell’ortodossia, si opposero al metodo lanciandosi in una contro-campagna intellettuale serratissima (ai limiti del boicottaggio) che però, nel corso degli anni, si rivelò destinata ad una inesorabile, inappellabile, tragica sconfitta.
Tragica sconfitta che si consumò anche e soprattutto grazie all’attecchimento, profondo, di alcuni cardini Browniani nel vissuto di alcuni maestri europei di caratura superiore, persone che furono capaci di riacquisire il metodo pattern e di perfezionarlo, operando cambiamenti anche radicali, affinandolo con un durissimo lavoro di ricerca, migliorandolo sensibilmente in termini di stabilità e di accuratezza; in ultima analisi, consacrandolo.
Tra questi maestri va per forza di cose citato J. J. Apollinaire, ancora lui, il mito.
Il metodo apollineriano si sviluppa praticamente alla fine degli anni sessanta, in piena fase di ripudio sociale da parte dell’autore, e rimane in incubazione per almeno cinque anni, gli anni più difficili per il nostro, ma senz’ombra di dubbio anche i più proficui. Bastelli una volta disse addirittura che, senza quel quinquiennio, probabilmente la nostra cultura odierna, specialmente a livello di sinergie lessicali e di comunicatività sociale, risulterebbe impoverita di un buon 15%, e noi nemmeno lo sapremmo. Ipotesi che non posso che condividere, tra l’altro.
L’intuizione di Apollinaire, ancora una volta, fu acutissima. Perché continuare a figurarsi l’apparato nominale di un testo come un’entità rigida, immobile, e non invece un qualcosa di vivo ed adattabile al tempo, alle emozioni, ai sentimenti, alla storia? Ecco la vera novità! Ecco la vera svolta! L’attuazione concreta, ovviamente, aveva però bisogno di uno strumento figurato, retorico, strumento che egli stesso concepì e che in gergo prettamente tecnico è conosciuto come offset.
Facendo leva su questo concetto di adattabilità del tutto nuovo (e spiazzante), Apollinaire spiana dunque la strada ad un bestfitting testuale atipico ed allo stesso tempo incredibilmente rigoroso, mirato a sgrossare in maniera sempre più scrupolosa l’intera ossatura dello scritto, attraverso le tre famose “scansioni progressive” (basti pensare che lo stesso prof. Putrelli attinse al procedimento per sviluppare il suo fortunato modello entropico di significato). Operando in questo senso, vale a dire applicando alle scansioni parametri di cut-off di volta in volta più severi, il problema dei contenuti sinottici è brillantemente risolto proprio grazie alle proprietà caratterizzanti il filtraggio. Un escamotage a dir poco geniale. Come se non bastasse, introducendo appunto il concetto di offset per adattare la forma del testo a quella ideale, proiettata, frutto cioè dell’astrazione concepita dall’uomo in base alla sua esperienza e alla sua sensibilità artistica, ed applicandolo in coda ad ogni singola scansione (quando si parla di offset di piani dialettici va sempre inteso – almeno secondo il metodo apollineriano – sia l’offset di traslazione che quello di rotazione), la revisione ultima del lavoro si rivelerà oggettivamente di gran lunga più efficace rispetto al tradizionale metodo pattern (pur non rinnegandone i principi di base), soprattutto se consideriamo lo scostamento assoluto tra testo reale e testo ideale, veramente esiguo, in molti casi addirittura trascurabile.
Ora però non è mia intenzione dilungarmi eccessivamente, addentrandomi in disquisizioni tecnico-filosofiche che forse potrebbero risultare poco comprensibili (o addirittura noiose) per i non addetti ai lavori. Non mi aspetto nemmeno che qualcuno di voi, dall’oggi al domani, sia in grado di applicare alla lettera il metodo apollineriano, cosa praticamente impossibile vista la complessità dell’argomento, e l’esercizio che richiederebbe. Mi auguro solamente di aver contribuito, nel mio piccolo, a dare voce ad un tema così misconosciuto ma allo stesso tempo così delicato ed importante; di aver alimentato, per quanto lievemente, la fiamma del sapere e della conoscenza che risiede in ognuno di noi, nessuno escluso, nel profondo. Una fiamma che non chiede altro che questo.
Spazio.
Spazio per divampare incontrastata, spazio per riscaldare i cuori, per illuminare le menti; spazio per avvolgerci in un unico grande abbraccio salvifico e purificatore, esattamente come i nostri grandi maestri – Apollinaire in primis – ci hanno insegnato.
chicotrapella - mercoledì, 04 aprile 2007 | Permalink | commenti (11)
tags: cultura, autori, sperimentazione, tecniche pratiche