Interessante il quesito che ci pone Riccardo da Padova, lettore attento e preparato. E' ragionevole - ci chiede il nostro amico Riccardo - considerare il fitting testuale di Jean Jacques Apollinaire come ante litteram rispetto alla più recente metodologia Einhornn & Finkle? E se sì, quali le analogie? Quali i punti in comune?
Beh, rispondere in poche righe non è certo impresa facile. In primo luogo, caro Riccardo, occorre operare una netta distinzione di intenti, ancor prima che di modus operandi. Cosa non di poco conto se desideriamo bypassare il solito, banale, vecchio errore commesso da taluni sedicenti epistemologi - veri e propri avventurieri, io li definirei piuttosto -, Righetti in primis. Contesto storico quindi. Mai, mai da sottovalutare laddove si desideri approntare una analisi anche solo squisitamente tecnica. Guai.
Detto questo, le differenze sono molteplici e di entità assolutamente non trascurabile, ma è vero anche che esiste una linea sottile, un minimo comune denominatore che ha portato più di uno studioso, da Stodal fino alla nostra Lanari, a credere che sì, l'influenza apollineriana sul metodo Einhornn & Finkle sia stata enorme, nonostante le reiterate smentite da parte dei due demiurghi statunitensi.
Buffo, estremamente buffo il tentativo di arrocco da parte dei due studiosi poichè anche un neofita si renderà presto conto che il Crivello di Einhorn non solo è una approssimata imitazione del Crivello di Eratostene, furbescamente smussata all'occorrenza, ma ancor di più va a ricalcare passo passo i punti nodali della scansione progressiva apollineriana (teorizzata ventisette anni fa!) in una squallida - e mi assumo la responsabilità di quello che dico - operazione di mirroring. E' bene chiarirlo questo aspetto, e da subito, a mio avviso. Più di una rivista di settore è incorsa in svarioni del genere.
Certo, Aynor opera sette scansioni consequenziali e Apollinaire ne fa solo tre, con cut-off predeterminati, ma che significa? Lo conosci il detto molto fumo e poco arrosto, caro Riccardo? Beh, non ti nascondo che già dalla prima volta in cui mi sottoposero il fascicolo Finkle & Einhorn, a tratti faticavo a respirare. Sul mio capo incombeva una cappa opprimente e fastidiosa. Lugubre. Fosca. Un po' la stessa sensazione che avverto quando mi imbatto in un Righetti ad esempio (ancora lui, l’avventuriero) il quale da mesi va ripetendo come una triste marionetta la stessa grottesca filastrocca: che la congettura di Aynor è innovativa, rivoluzionaria, che aprirà senz'altro nuovi orizzonti nel campo del fitting testuale... Poveretto. Ma davvero. Son trentanni che quell'orizzonte è spalancato, per la mistocchina fritta! Andiamo! Finiamola con questi luoghi comuni! Quello che mi dispiace è che Righetti (e poi la smetto di citarlo, chè ogni volta mi procuro una stomatite aftosa) sembra crederci veramente. Non so davvero cosa gli passi per la testa. Forse ha qualche problema di salute, non so, non capisco. Bontà divina, come diavolo si fa dico io? Come si può pensare anche solo per un minuto di equiparare la sequenza finkleriana al modello di Abbot? Come è possibile mettere sullo stesso piano concetti antitetici quali il Grande Magnete e il Bosone di Higgs, solo perché magari ne ha sentito parlare al telegiornale della sera? Che castroneria è mai questa? Ma ci rendiamo conto? E’ paradossale. Non puoi ogni due per tre tirarmi fuori il Rasoio di Occam, così, pour parlè, soltanto per dar aria ai denti. Quando Righetti non sa cosa dire tira fuori il Rasoio di Occam, oh, stanne sicuro caro Riccardo. Si sente fico, lui e il suo Rasoio. Si sente importante, lui e il suo rasoio. Non sa fare una “O” col bicchiere però c’ha sempre un fottutissimo Rasoio di Occam a portata di mano, ‘sto cialtronazzo. E l’ho nominato ancora, mannaggia a me.
In ultima analisi: per sostenere certe tesi o si è degli squilibrati o si è in malafede, anche se io propendo per un cinquanta e cinquanta, onestamente. E questo è quanto.
Non conosco il tuo percorso, amico Riccardo da Padova, non so quali studi tu abbia portato avanti ma su una cosa converrai con me: c’è ancora tanto da lavorare. C’è tanta ignoranza, tanta, troppa in questo ambito, anche in coloro i quali si spacciano per esperti o massimi conoscitori. Occhio, Riccardo. Occhio. Antenne dritte e diffida sempre da certi personaggi, specie se ti spiattellano in faccia un Rasoio. Fuor di metafora: non permettere che ti rapinino il cervello! In particolar modo mi riferisco a Righetti se non l’hai capito.
Avrei voluto scendere più nel dettaglio per farti comprendere meglio alcuni passaggi importanti della scansione apollineriana, che come avrai intuito non reputo affatto, affatto e ancora affatto inferiore a quella partorita dai due pur stimabili colleghi americani. Ma il problema è che mi sono decisamente già dilungato troppo, è tardi, sono stanco e soprattutto mi è venuto un terribile mal di bocca, caro il mio bel Riccardino. Stomatite. Accidenti a te e a Righetti.
chicotrapella - venerdì, 19 settembre 2008 | Permalink | commenti (3)
tags: cultura, riflessioni, autori, stroncature, dibattiti, malafede, tecniche pratiche


Forse sono io, siamo noi ad essere sbagliati. Non so più.

Forse è il nostro modo di lavorare, di fare divulgazione, di esser sempre in prima linea, di esser sempre troppo onesti, troppo trasparenti. Forse è questo, sì. Forse la blogosfera che ci immaginiamo non esiste, o non è mai esistita. Forse noi non viviamo lo strumento blog nel modo corretto, proprio come leggevo in giro da qualche parte un paio di giorni fa, su un sito di certo molto più autorevole del nostro, e con dei commentatori di gran lunga più preparati.

Forse, anzi sicuramente, abbiamo ancora tanto da imparare per saperci muovere bene in questo strano mondo così sdrucciolevole e fittizio, che per sua stessa natura non ci sarà mai del tutto congeniale credo, e che anzi, ancora oggi, non nego ci risulti oltre modo stretto.

Quello che è certo è che fa male.

Fa male perchè ci hai messo dell'impegno, ci hai investito del tempo, delle risorse, hai speso parole, hai preso contatti, ci hai messo la faccia, ti sei sbattuto, ti sei fatto un mazzo tanto. E per cosa?

Per aprire Shiny Stat, ancora una volta, dopo mesi e mesi da quel durissimo sfogo, e trovare questo:

 

- foto veline senza mutande

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- mi farei la lecciso + ho dei problemi?

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- se il video di brigitta bulgari e diego conte è veramente casuale come dicono + se gli asini volano per davvero

- se è vero che ninna erre è un fake di buona fattura

- se è vero che ninna erre maneggia: uovo

 

Fa male credetemi. Fa molto, molto male.

Fa venir  voglia di mollare tutto.

Soprattutto - ed è questa la cosa più sconcertante di tutte - se certe parole, prima d'ora, non ti eri mai nemmeno sognato di scriverle, se certi argomenti qui non sono mai stati nemmeno sfiorati, se il sottoscritto ignora la quasi totalità dei suddetti argomenti e, non ultimo, se certe immagini o certi filmati (come tra l'altro si può vedere dalla foto che allego in calce) non sono mai, mai, mai state pubblicate da queste parti, e voi lettori ne siete testimoni e che Dio vi aiuti. Evidentemente esiste una richiesta talmente folle e disperata da travalicare finanche le basilari leggi dell’informatica. Ci troviamo di fronte ad un fenomeno preoccupante, allarmante, da non sottovalutare affatto. E’ l’apologia della patonza come tragico sintomo dell’irreversibile decadenza di una nazione. Dev’essere questo.

Non saprei che altro dire se non che sono disgustato. E basta.

Speriamo in tempi più felici.

 veline senza mutande

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


P.S. Domani parto alla volta di Marsiglia, per una importante conferenza sul Grande Magnete. Ve ne riferirò al mio ritorno, naturalmente se avrò ancora voglia di perder la salute per questo dannato spazio web. Ora come ora non so, devo essere sincero. Sono tremendamente depresso.

Au revoir,

C.T.

chicotrapella - martedì, 01 aprile 2008 | Permalink | commenti (9)
tags: cultura, britney spears, blogosfera, mutande, trasparenza, veline


Si è spenta ieri, serenamente, all'età di sessantasette anni, la scrittrice emiliana Susanna Sollazzo. La notizia è stata resa nota solamente in tarda serata, dopo il ritrovamento del corpo da parte della sorella Giovannina nella vecchia abitazione di Bagnarola di Budrio, dove Susanna era nata e cresciuta, anche se l'ipotesi più plausibile rimane quella di una dipartita notturna, avvenuta nel sonno, presumibilmente intorno alle quattro, quattro e trenta, nella quiete familiare e dolcissima di quella stessa campagna da lei tanto amata.

Saggista, poetessa, educatrice, ma soprattutto romanziera dallo spirito indomito, ardito, piratesco, la Sollazzo ha tracciato un solco profondo e personalissimo nella narrativa contemporanea, esplorando a fondo il tema della libertà intellettuale rapportata alla sfera del più crudo intimismo, non limitandosi solamente a scandagliarne finanche i più remoti recessi, bensì sperimentandone gli effetti in prima persona, a schiena dritta, in un vissuto quanto mai tormentato e burrascoso (quattro matrimoni alle spalle e innumerevoli relazioni, con personaggi illustri e meno illustri, da Francois Rebellin, allora ministro degli esteri belga – della quale fu amante segreta per tre anni – a Giuseppe Guidoni, il salumiere del Lippo). Non a caso Susanna Sollazzo è stata definita l’Erica Jong della pianura padana, anche se, ad essere sinceri, pur essendo effettivamente le due donne coetanee, questa definizione parrebbe più che mai limitativa, soprattutto in considerazione del fatto che il suo romanzo d’esordio “L’educanda” è datato 1973 (un anno prima dell’uscita di “Voglia di volare” della Jong).

E’ decisamente più corretto parlare quindi di caposcuola piuttosto che di adepta o, ancor peggio, di emulatrice (grave errore in cui cadde per esempio Righetti – ancora lui – in quella sconsiderata analisi che mi premurai di demolire punto per punto una decina d’anni fa, se la memoria non m’inganna).

Quella della Sollazzo è un’opera complessa che va giudicata in un contesto sociale ben delineato, è un’opera scomoda per certi versi, certamente coraggiosa, che continuamente sperimenta se stessa dopo aver sperimentato se stessa, e ancora e ancora, in un loop talvolta estenuante ma assai proficuo, per infine mai ritrovarsi. Romanzi come “La signora del maneggio”, “La portaborse”, “Il turibolo del piacere”, “La mossa dell’aeroplano” o “Sotto il segno della verga eretica” hanno rappresentato una sorta di baluginio miracoloso in quella che era l’arida brughiera letteraria degli anni sessanta/settanta in Italia; di notevole impatto anche la saggistica, da quel famoso “Punto G: sempre dritto” del 1969, che tanto scalpore suscitò in ambito femminista – impugnato dal movimento forse fin troppo frettolosamente, a dire il vero, senza averlo metabolizzato a dovere –  fino al recentissimo, scanzonato ed irriverente (ma anche terribilmente attuale) “L’arte del soffocotto”, vero e proprio memoriale che la Sollazzo ci ha voluto regalare come summa della propria esperienza umanistica ma soprattutto umana, in una sorta di preziosissimo libro-testamento paragonabile forse solo al Baldassini per quanto riguarda la profondità di dettaglio.

Ci piace ricordarla così allora, proprio come lei avrebbe desiderato. Non solo come donna, non solo come scrittrice e non solo come grande nave scuola per quelle decine, centinaia di giovani scrittori (e non solo) che hanno potuto godere, negli anni, dei suoi molti insegnamenti. No. Noi vogliamo ricordarla principalmente come amica.

Grazie Susanna, grazie.

Ci mancherai.

chicotrapella - mercoledì, 05 marzo 2008 | Permalink | commenti (7)
tags: cultura, autori


Dicevamo della primavera lionese del ’75. Guardate, non ho nessun problema a ribadirlo: il dirompente spirito insurrezionalista emerso in queste ultime settimane ha tanto a che spartire con quella che fu – e non lo dico solo io, intendiamoci, lo dicono tutti, da Toodles a Fabozzo - una delle tre più importanti prese di coscienza collettive del ventesimo secolo. Non so prevedere se gli esiti di un tumulto interiore di tale portata si riveleranno i medesimi di allora (non sono il mago Otelma), tuttavia non mi sento di negare quella che è l’evidenza di un legame, di un filo sottile che parrebbe annodare misteriosamente tra di loro gli eventi in un bizzarro gioco di corsi e ricorsi storici, un magique tressage verrebbe da dire, quasi a significare che il passato è poco più che mera illusione di fronte ad un presente così incalzante, così ineffabile, così transeunte.

E’ l’aprile del 1975. Il giovane Jean Jacques Apollinaire – ormai lo sapete meglio di me – ha già abbandonato la sua condizione di eremita, è già sceso a Parigi, ha già incontrato Laplace e sta gettando quelle che saranno le basi della Sociètè du Abstracion Eclairè, la congrega letteraria che fonderà ufficialmente nel ’76. Un paio di mesi prima, in compagnia dello stesso Laplace, Apollinaire si era recato a Lione (città natale dell’amico) per incontrare Burneau e Fortaine e discutere insieme del progetto.

I quattro dimorano nella vecchia casa di Burneau, fatiscente edificio al 2 di Rue Saint Gobain, nel cuore pulsante del ghetto. Il clima sociale non è dei migliori. La tensione è palpabile. Il malcontento si respira nell’aria. Centinaia di persone versano in condizioni di povertà e di disagio insostenibili, condizioni aggravate dall’odiosa imposta sull’acqua, voluta dal governo e responsabile, tra l’altro, del diffondersi di molteplici epidemie dovute alla scarsa igiene personale. Il quartiere è una bomba pronta ad esplodere.

Apollinaire vive dapprima questa situazione da spettatore. Si rende perfettamente conto della gravità del contesto sociale che lo circonda, certo, ma avendo vissuto per anni come randagio tra i randagi, solo come un cane a casa di Dio, lassù in cima ai Pirenei, fondamentalmente se ne sbatte. E continua a sbattersene bellamente fino al giorno in cui incontra Valèrie, per puro capriccio del destino, da Sàndròn, rinomato caffè della Lione bene.

Valèrie è una donna bellissima, colta e sensibile, ma soprattutto Valerie è l’amante segreta di Guillarme Lapin, alto funzionario del governo francese di istanza a Lione. Lapin è uomo tanto potente quanto ambizioso ed infido. Tra Valèrie e Jean Jacques, inevitabilmente, esplode incontenibile la passione, ma è una passione minata dall’ombra lunga di Lapin, che incombe sugli amanti come la più opprimente delle cappe. Lapin non è stupido, tutt’altro, è assai scaltro, e così ben presto fiuta la tresca. La sera del 27 marzo finge di partire per Parigi e fa pedinare Valèrie da un paio di scagnozzi. La serata si conclude più in fretta del previsto con due costole rotte e una frattura al metacarpo sul conto di Jean Jacques, che viene poi legato, imbavagliato e gettato nel Rodano a rinfrescarsi le idee. Valèrie fugge sconvolta, ma nel farlo viene tragicamente investita da un’autovettura. Viene quindi portata all’ospedale in condizioni gravissime.

Ma Jean Jacques, si sa, ha la scorza di un rinoceronte. Scampa miracolosamente alle acque del Rodano e riemerge incazzato come tredici. Purtroppo per lui però ha due costole rotte e il metacarpo fratturato, così fa due passi e si accascia mestamente al suolo.

Si sveglierà due giorni dopo a casa Burneau, con una pezza in fronte e completamente madido di sudore.

Il pensiero va a Valèrie, ma subito l’amico Fortaine lo mette al corrente della situazione, avendo appreso dai giornali dell’incidente misterioso occorso alla ragazza. Nello stesso giornale, in prima pagina, campeggia il volto sprezzante di Guillarme Lapin – del tutto estraneo alla vicenda, almeno per l’opinione pubblica – il quale annuncia l’ennesimo rincaro dell’acqua a danno dei quartieri popolari della città.

E’ davvero troppo. In quello stesso istante, mentre Valèrie ancora lotta tra la vita e la morte, Apollinaire concepisce la sua vendetta.

Ancora malconcio si reca al vecchio palazzo del municipio sulla place des Terreaux, con un bigliettino in mano. Lo consegna ad una anziana segretaria raccomandandosi di recapitarlo personalmente al signor Lapin. Poi torna di corsa a casa Burneau. Scrive di getto una sorta di manifesto-lampo che divulga in ogni via, in ogni vicolo, in ogni cupo anfratto della banlieu, un manifesto in cui invita la popolazione non solo a non pagare mai più le tasse, ma anche a non utilizzare più una sola goccia d’acqua in segno di protesta, e in cui indica in Lapin il massimo responsabile dei soprusi. La lettera è a firma dalla fantomatica “congrègation du malnètt”, sotto il cui misterioso nome, naturalmente, si celano Apollinaire, Laplace, Burneau e Fortaine.
In quel mentre Lapin apre il biglietto, e subito schiuma di rabbia. In esso sono riportate queste dure, durissime parole: “Avec tien il souille de l'eau on ne laverai pas ma saleté ne pas mon cul”. Traducendo sommariamente: “Con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culo”. Niente firma in calce, se non uno scarabocchio che recita “per Valèrie”. Il messaggio è fin troppo esplicito: quel barbuto bastardo l’aveva fatta franca…
Ora Lapin è inquieto, molto inquieto. Passa una notte insonne pensando che Apollinaire potrebbe spifferare tutto; potrebbe screditarlo, rovinare il suo matrimonio, rovinare la sua carriera… Potrebbero persino incriminarlo per il pestaggio. Non può permetterlo.
Il mattino seguente bussano alla porta dello studio di Guillarme: è il suo consigliere, Philippe. Non ha buone nuove. Nella banlieu la situazione è critica. La popolazione, riunita nel nome della congrègation du malnètt, sembra essersi svegliata da un atavico torpore, e pare pronta a reagire. Lapin non sa che fare. Medita se affrontare di persona Apollinaire. Capisce che il momento è giunto. Ma non prima della seconda, terribile notizia di Philippe…
Sono le 22:37 del 31 marzo 1975 quando Guillarme Lapin, scortato da una quindicina di gendarmi, si reca al numero 2 di Rue Saint Gobain. Il volto è teso, cupo ed impenetrabile come non mai. E’ determinato e pronto ad ogni evenienza. Sotto il gabardin cela una calibro nove.
Giunti ai piedi di casa Burneau, i gendarmi intimano Apollinaire e gli altri inquilini di uscire dalla casa e di consegnarsi alle autorità per provata attività criminosa e sovversiva.
Di tutta risposta due chiappe pelose fanno bella mostra di sé dalla finestra. Ed ecco che contemporaneamente, dal terrazzo, cala anche uno striscione gigante: “con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culo!”.
La folla accorre a capannello e l’ilarità è grande, grande quasi come il diffuso malcontento. Ma Lapin d’un tratto squarcia il silenzio urlando: “Esci farabutto! Vieni fuori! Lei è morta, ed è morta per colpa tua!
Non l’avesse mai fatto.
Il volto scavato e barbuto di Apollinaire si sostituisce alle rosee chiappe, ed è un volto segnato dalla rabbia e dalla disperazione. In quell’istante ripensa alle belle serate passate con Valèrie, alle passaggiate giù a valle, in riva al fiume, a quella sera a cena, da Laurent, a lume di candela; al suo corpo morbido e profumato, che ora non era più.
“NOOOOOO!” grida di dolore nella notte.
Poi sparisce per un attimo, e al grido di “ho detto che con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culooo!!!” ricompare brandendo alto sulla testa un bidet in ceramica, per poi gettarlo nel vuoto, giù dalla finestra, come impazzito.
Un gendarme viene colpito e cade al suolo esanime. Qualcuno spara un colpo. Un grido, poi un altro. Le guardie che fanno irruzione, la folla che avanza e che li blocca… poi un bidet che vola da una finestra – era quello di Luc, il vicino omosessuale di Burneau – poi un altro, un altro, e un altro ancora… Lapin spara nel mucchio, ma capisce di non avere scampo, così fugge, fugge disperatamente, fino a quando un bidet – quello della signora Marie sembra, l’ex prostituta cognata di Burneau, almeno secondo le ricostruzioni successive – lo centra in piena nuca, ferendolo a morte.
Nell’infuocato inferno di quella notte, Apollinaire si ritrova da solo, in un bagno mai così disadorno, a versare le sue lacrime più amare. Lapin ha pagato, ma non è servito a niente. Valèrie è perduta per sempre. Nulla sarà più come prima.
Chino con la testa tra le mani, l’uomo non ode nient’altro che i suoi muti singhiozzi, mentre là fuori, di voce in voce, di mano in mano, di banlieu in banlieu, di città in città, di regione in regione, sotto un’incessante pioggia di ceramica, si sta consumando la sua rivoluzione.
Fu a partire da quella notte che, in segno di rispetto, il bidet venne bandito da tutte le abitazioni e gli edifici pubblici, in un gesto spontaneo voluto dal popolo e compiuto affinchè non si potesse dimenticare.
Che l’arroganza non paga. Che l’uomo nasce libero. Che le rivoluzioni partono sempre dal basso. Ma soprattutto per non dimenticare lei, la dolce Valèrie, il suo sacrificio, il suo amore spezzato.
E fatemi un piacere: la prossima volta che date dei merdoni ai francesi, anche voi, pensateci due volte adesso.

chicotrapella - martedì, 19 febbraio 2008 | Permalink | commenti (19)
tags: cultura, mutande


Quello che è successo lo sapete meglio di me, visto che nelle scorse settimane non si è praticamente parlato d’altro: autentiche manciate, secchiate, badilate di parole. Per lo più a sproposito, invero, come da prassi.

Ed è proprio questo io credo il motivo che mi ha spinto – saggiamente devo dire – a non avere troppa fretta nello stendere il mio pezzo in merito. Chè la becera logica del pollaio non si addice a me, a noi, al nostro spirito, allo spirito della Fucina.

Francamente, scusate, preferiamo restarne fuori.

E mentre gli altri, tutti gli altri erano lì impegnati a darsi di becco, patetici capponi infarciti di astio e di malsano livore, intenti a spennacchiarsi alla stregua di sciocchi animali da cortile, lo sapete che cosa ha fatto il sottoscritto? Lo sapete cosa ha fatto? E’ molto semplice. Sono andato nel mio studio, mi sono seduto sulla mia bella e soffice poltrona, tranquillo, con un’ottima tisana di tiglio in una mano e con un volumetto nell’altra, un piccolo volumetto dal titolo Diritto di satira, dovere di censura?, interessantissimo trattato che il mio amico Borrini scrisse qualche tempo fa, si parla di fine anni novanta, prima della parentesi lussemburghese. Ecco cosa ho fatto. Me lo sono riletto tutto quanto, pagina dopo pagina, senza fretta, con rinnovato interesse, tra un benefico sorso e l’altro. E, vedete, rileggendolo ho capito tante, tante cose.
Prima di tutto ho capito che se tutti avessero nella propria libreria il volumetto del Borrini, e se soprattutto lo avessero letto, e ancor di più se l’avessero interiorizzato ed assimilato, beh, non ci sarebbe bisogno del volumetto del Borrini. Non so se mi seguite. Potrà sembrare un paradosso, ne convengo, ma non sono forse questi nostri tempi, piuttosto, ad essere essi stessi così maledettamente paradossali? Voglio dire, è mai possibile che in un Paese come il nostro, che vorrebbe potersi definire civilizzato e all’avanguardia, si senta ancora parlare di censura? Siamo nel duemila eh, tenete presente. Duemila. E si parla di censura. E il fatto è che non solo se ne parla, ma la si mette pure in pratica! Ecco il dramma!
Borrini è estremamente chiaro a riguardo e, ostinato com’è, figuriamoci, fin da subito non accetta mezze misure: rifacendosi dapprima a Rebellin e passando poi dai vari Rouchetau e Tresor, ma anche dagli stessi Tupper e Fletcher, intesse passo passo un ragionamento di una finezza e di una solidità impressionanti, dall’esito incontrovertibile. Il messaggio ultimo è netto, vigoroso e cristallino: la censura è il Male. La censura è una pratica medievale da aborrire, in tutte le sue forme e manifestazioni. La censura è sintomo di inciviltà e di ignoranza, oltre che inquietante campanello d’allarme del declino di una nazione. Come dicevo si tratta di un’analisi assai ponderata e condivisibile sotto ogni punto di vista. Il dovere di censura non esiste quindi, secondo Borrini; è in pratica un dovere-non-dovere, un pouvoir fictif. Così come non esiste il problema della volgarità all’interno della satira, che per sua stessa natura deve rimanere svincolata da qualsivoglia coercizione. Non esiste satira di merda – sostiene Borrini parafrasando Toodles – ma casomai merda di satira, il che, evidentemente, è l’esatto l’opposto. La merda – dice sempre Borrini – è quanto mai necessaria e funzionale, guai se non ci fosse, la merda è l’humus fermentatio che da sempre nutre e alimenta lo spirito del satiro provocatore per una causa più nobile, più elevata, in nome di una libertà d’espressione che va sempre, sempre, dico sempre, salvaguardata. Nel nostro piccolo sono anni che lavoriamo in questa direzione.
Certo, so già cosa staranno pensando i più noiosi e pedanti di voi: a-ah, ma tu Chico ce la vuoi raccontare… tu Chico la censura l’hai applicata eccome in passato…
Che discorsi! Il fatto che abbia, in qualche raro, rarissimo caso, cancellato dei commenti o non pubblicato determinate cose o messo a tacere alcuni focolai potenzialmente incontrollabili non significa certo che la Fucina avalli la censura! Si trattava di situazioni particolari e molto delicate in cui veniva messa in discussione la mia persona o le mie idee in maniera assolutamente non consona al contesto, talvolta con attacchi verbalmente inaccettabili, e in ogni caso il discorso è di portata ben più ampia. Oltretutto non mi devo giustificare con nessuno mi pare, visto che fino a prova contraria il padrone di casa sono io. O mi sbaglio, saputelli?
Comunque sia.
Ciò che mi mette più tristezza è che continuiamo a fare la figura dei retrogradi. Sembra quasi che ci proviamo gusto. Come diceva il compianto De Zottis, siamo proprio la terra dei cachi. Zucconi cronici e impenitenti. Delle bocce perse insomma. Ma quand’è che ci sveglieremo? Temo che quando capiremo che occorre guardarci intorno, forse, sarà troppo tardi. Ci siamo mai chiesti perchè negli altri Paesi certe cose non succedono? Cosa avrebbero dovuto fare allora un paio d’anni fa, in Francia, quando il famoso comico Levrier, durante un esilarante monologo, diede del figlio di troia in mondovisione al ministro degli esteri? Oh, che scandalo! Oh, mamma mia, che vergogna! Avrebbero dovuto ghigliottinarlo, immagino. E invece no. La cosa si è risolta con una sonora risata, una stretta di mano e un aperitivo giù da Ofrees, in totale serenità ed amicizia.
E perché, Restouches, allora? Vogliamo parlarne? Si è permesso di scrivere un intero capitolo su quella bagascia della sua editrice, dandole della frigida, della delinquente e della mignotta, eppure eccolo lì il suo libro, in bella mostra sugli scaffali. Mi dite qual è il problema? Se la satira è ben fatta, se ha solide radici (non commettiamo l’errore di pensare che siano offese gratuite eh, per l’amor del cielo: dietro ogni sillaba c’è una storia di costume ed infiniti rimandi culturali a maestri del passato, intendiamoci; Restouches, per dire, attinge tantissimo da Merlin, il quale a sua volta si ispirò fortemente a Privett e al teatro del Fuaiè per quanto riguarda tutta quella sovrastruttura onirica che è alla base del meccanismo sarcastico; penso per esempio all’episodio del povero culo, o a quello della lurida troietta, giusto per dire i primi due che mi vengono in mente) se ha solide radici – dicevo – ben venga, anzi, ce ne fosse di più anche qui alle nostre latitudini. Ma come solito parliamo di niente, ho paura, da inguaribili idealisti e sognatori quali siamo.
La verità è che abbiamo perso il senso dell’umorismo, abbiamo perso l’arguzia, la sagacia, la ragione, finanche la nostra storia, il nostro passato. Abbiamo perso tutto. E non so se sarà possibile recuperare a questo punto. Sono pessimista. Mi sovvengono le amare parole che scrisse Alain Fernet, il geniale autore satirico parigino, appena qualche ora prima di morire: se una colpa esiste, se esiste mai una colpa, su ogni singola spalla un dì graverà pesante; sulla mia, ma anche sulla tua. Soprattutto sulla tua. Fottiti, stronzo.

chicotrapella - lunedì, 07 gennaio 2008 | Permalink | commenti (17)
tags: cultura, riflessioni, letture, dibattiti

Così mi espressi qualche tempo fa – lo ricorderete – al termine di un duro, durissimo sfogo a proposito dell’annosa questione template. E a livello concettuale, ci tengo a precisarlo, la mia posione non sarebbe, o meglio non è, cambiata di una sola virgola. Se non che.
Se non che un mesetto fa, in maniera del tutto fortuita a dire il vero, conversando del più e del meno col mio amico Igor, titolare dell’omonima Triplat Design, salta fuori questa cosa. Ed ecco che lui – il solito incontenibile vulcano di idee – me la butta lì, tanto per. No, non ne voglio nemmeno sentir parlare, rispondo io. Figuriamoci. Insisto, mi fa lui. No, no davvero, ribatto io: la Fucina è sostanza, non mero involucro, non vuota crisalide. Eppure se io… Senti Igor, ti ho già detto… Ma ti assicuro che… Sei testone eh! Chico, ascoltami… No! Sì! Ma. No. Sì. No. Sì. No. Sì. No. Beh, insomma per farla breve: sì. Dannato Igor, vecchia carcassa putrescente. Sì.
Ed eccoci qua.
Il risultato è sotto i vostri occhi, lo vedete, ed ora devo essere onesto al cento per cento: non me ne pento affatto. Al contrario. In neanche venti giorni Igor e il suo team hanno partorito un layout che è un’autentica chicca. Snello, lineare, senza fronzoli. Essenziale, diretto, sincero, in pieno stile Fucina. Sobrio di quella sobrietà che sa di autorevolezza, non di scialbo minimalismo. Audace e moderno (si potrebbe già parlare tranquillamente di nuovi dettami stilistici per il 3.0 – o almeno così mi dicono), ma che al contempo ci rimanda con la mente a tutta una serie di importanti richiami artistici del passato, uno su tutti l’evidente tributo all’Incudine di Moreau che si staglia, massiccia ed imponente, ad accogliere sotto di sè ed in sè l’avventore di turno. Un vero e proprio bastione metallico in grado di conferire protezione e ristoro, ma non solo. L’allegoria è fin troppo lampante se stiamo parliamo di una fucina. Ed ecco allora che prontamente fa la sua comparsa anche il fuoco, altro elemento decisivo; il fuoco con la sua energia e il suo dirompente calore, fuoco che tutto modella e plasma, trasfigurando, mutando, forgiando e rimodellando ancora. E’ incredibile come sia stato possibile racchiudere un potere evocativo di tale portata in una manciata di pixel, eppure quel semplice rettangolino del logo, se possedesse il dono della parola, ci direbbe esattamente questo. Pare di sentirlo.
Ancora due parole sul sottotitolo del blog, che come avrete certamente notato è stato lievemente riadattato. Fucina Trapella rimane tuttora un avamposto, così come recitava il vecchio slogan, e ne conserva in toto lo spirito. Sotto questo aspetto ci tengo a rassicurarvi (lo dico perché immagino che alcuni di voi, probabilmente, avranno storto il naso). Abbiamo ritenuto però opportuno soffermarci su quelli che per noi, ad oggi, rappresentano i tre concetti cardine della nostra esperienza: sperimentazione, divulgazione, cultura. Quale sconfinato universo si apre al dolce suono di queste tre parole! Abbiamo intenzione di esplorarlo ancora, questo universo, e vogliamo farlo proprio così, alla nostra maniera, a muso duro e senza scendere mai a compromessi. Eh no, mi spiace, su questo aspetto non transigo. Sperimentazione, divulgazione e cultura sono e resteranno sempre imprescindibilmente ed indissolubilmente legate tra di loro, ma se ad una, se ad una soltanto verrà imposto un bavaglio, ecco, allora sarà la fine. Da qui la provocazione: quel cultura senza mutande che vuole significare cultura vis-à-vis, ovvero cultura senza nascondimenti, senza legacci, dunque senza vergogna e dunque senza veli.
Ce la faremo, lo so, lo sento.
Nel frattempo, buone feste a tutti voi.
chicotrapella - martedì, 18 dicembre 2007 | Permalink | commenti (16)
tags: cultura, generale, manifesto, mutande, arte visiva, template o templates

Parlare di sesso, oggi, è fin troppo facile. Si rischia - anzi, possiamo dire che si ha la certezza - di scadere nel banale, di rotolarsi nel più becero conformismo (becero perchè malamente mascherato da pseudo-trasgressione), di tracimare nel volgare, nel dileggio, nella cialtroneria. Ed ecco che senza neanche accorgertene, pressochè inesorabilmente, un bel momento ti ritrovi lì a cantare osteria numero nove abbracciato al beone di turno, sguaiatamente svoltato sul bancone di un bar, mentre i soldati, casomai, son là che fan le prove. Perché poi succede questo. E non lamentiamoci, dopo, delle varie Melisse P e dei vari colpi di spazzola sparati a casaccio, così, tanto per spazzolare, perché ogni Paese ha la letteratura che si merita in fin dei conti. Eh sì. Ce la siamo cercata e ce la siamo meritata tutta, cari miei. Abbiamo voluto alimentare una sottocultura rozza, infantile e superficiale? Bene. Adesso però son cazzi da cagare – scusate il francesismo – e non c’è più muro che tenga, per quanto duro possa essere. Abbiamo voluto fare le belle fighe? Ci siamo voluti sfamare unicamente di pappine inconsistenti mentre in Europa – Francia, Gran Bretagna, ma anche Svezia, Danimarca e paesi dell’Est – tutti gli altri crescevano, si svezzavano e mettevano i denti? Bravi. Ora però sapete cosa c’è? C’è che loro sono in tribunale, loro, e noi altri invece siamo qui all’ospedale, ammaccati e malconci, condannati a leccarci le ferite neanche fossimo tornati agli anni venti. Peggio che negli anni venti. E ditemi voi: ci abbiamo forse guadagnato? Si è forse rivelato vantaggioso questo modo di agire?
Osteria, no.
Beh, la visione del sesso fornitaci da Fabius Delapandoraine è – grazie al cielo – del tutto antitetica a quanto esposto poc’anzi. Ed è incredibile pensare come un libro di oltre trent’anni fa possa, tuttora, essere così denso di autentica modernità di esposizione e lucidità intellettuale pur non scendendo mai, dico mai a compromessi. Mi riferisco ovviamente a Oublier le burace, sconcertante romanzo che l’autore parigino scrisse nel suo periodo lionese, il più fecondo, quello che segue cioè il decisivo incontro con Apollinaire (siamo nel luglio del ’74).
oublier le burace
Intendiamoci, Oublier le burace non è un certo un libercolo per caste monachelle. Anzi. Cazzi e fighe sono disseminati un po’ ovunque all’interno del testo – va detto – ma sempre con grande cognizione di causa, sapientemente, incisivamente, con perizia da laboratorio. Mai, e sottolineo mai, in maniera volgare. E’ il vissuto dell’autore che irrompe prepotentemente in ogni pagina, col suo perenne carico di dolente stupore. Delapandoraine sceglie così di farsi cantore del sesso, dell’amore e dei sentimenti in un modo del tutto nuovo e sorprendente, ripercorrendo insieme a noi e per noi una tormentata liaison personalissima, torrida e carnale, la più importante della sua vita diremo, quella che lo segnerà per sempre.
Il libro – altra particolarità – non è suddiviso in capitoli, bensì in tappe d’amore. Egli concepisce infatti la struttura del racconto come una sorta di visita guidata all’interno di noi stessi e delle nostre angoscie relazionali. I fantasmi del sesso tutto pervadono spaventevolmente, ululando ed agitandosi a tal punto da divenire tremendamente reali e concreti, materializandosi infine in un oggetto ben preciso ed altamente simbolico: il burazzo.
Burazzo allegoria della paura, dunque, ma non solo. Burazzo che travalica il tempo e lo spazio, e che tutto avviluppa. Burazzo che si intromette nella vita di coppia, di soppiatto; burazzo che opprime, che insabbia, burazzo che mortifica. Burazzo come strumento di contenzione ultimo, l’indesiderato, l’onnipresente, l’incomodo. Burazzo che diventa una vera e propria ossessione per lo scrittore (bellissima la scena in cui lui, esasperato, vorrebbe dargli fuoco ma non ci riesce, arrendendosi infine al suo volere). Le dinamiche di coppia vengono messe alla prova e sviscerate a tal punto da risultare comiche nella loro drammaticità, generando un mécanisme du grotesque che ha del sensazionale, e che a tratti sfiora il sublime. Come nell’episodio dell’aeroporto – altra chicca – o in quello della lavatrice, o ancora in quello dell’idraulico e delle babbucce. E così via su questa falsa riga, in un crescendo di tensione sentimentale che sfocerà nel terribile grand guignol finale: l’avvento della sagoma nera, quella fantomatica zenza caduca la cui presenza si avverte costantemente nella narrazione, fin dal principio, pur senza manifestarsi interamente nella sua corporeità.
Ma ora non vorrei svelare troppo.
Quello che un po’ dispiace invece è prendere atto di come, ancora una volta, l’editoria italiana abbia perso l’ennesima occasione d’oro, riducendosi nuovamente a banalizzare il tutto cercando di re-inscatolare un prodotto come questo, di altissimo livello, in quegli standard di bassezza che ben conosciamo e di cui parlavo all’inizio. Al solito si punta sulla vendibilità a prescindere, e chissenefrega se il prezzo da pagare è quello di stravolgere a priori un messaggio. Sono cose che fanno stocere decisamente il naso. Da qui la scelta infelice di tradurre Oublier le burace con un ben più ammiccante (ma alquanto scontato ed ingeneroso) Senza mutande, con tanto di copertina furbetta a fungere da richiamo per lettori un po’ sprovveduti. Una versione patinata ed edulcorata (in cui i tagli e gli adattamenti si sprecano) che grida vendetta, frutto di una bieca operazione commerciale che va a snaturare profondamente l’anima dell’opera trasformandola in una sottospecie di moderno fotoromanzo pornosoft.
Che dire? Un film già visto. Forse qualcuno è convinto che la cultura, oggi, per sopravvivere, non possa fare a meno di questo genere di espedienti, di questi mezzucoli, senza mutandeveri e propri trucchetti da prestigiatore da parrocchietta di periferia. Bah. Forse, è probabile, questi signori sono poi le stesse persone che ritroveremo giù al bar, la sera, allegrotti et sempliciotti, a sgolarsi con l’osteria numero nove. Mi pare di vederli, ‘sti fenomeni. ‘Sti geni del marketing. Gentaglia senza scrupoli che munge senza ritegno dorati greggi senza cervello. Lasciando loro Senza mutande. E noi senza parole.
chicotrapella - lunedì, 19 novembre 2007 | Permalink | commenti (11)
tags: cultura, letture, autori, mutande, stroncature

Fiamma e diaframma
di Amedeo Fortini

Una stanza bianca, una corda. Che fine ha fatto l’attivismo viennese? sembra chiedersi Franz Schiller, ormai vecchio e stanco, mentre annoda il cappio.
Così si apre “Fiamma e diaframma”, unico film di Amedeo Fortini, girato – non senza difficoltà – nel 1976. Da molti considerato la risposta meno utopistica a Blow Up, ha sempre rappresentato uno scoglio per chi si accinge a collocarlo all’interno del cinema dell’epoca: i colori, la fotografia, la sceneggiatura sincopata, tutto sembra essere in antitesi con le correnti cinematografiche e stilistiche degli anni 70.
La trama è nota: il giovane fotografo Schiller si avvicina al mondo dell’attivismo viennese, che negli anni settanta vedeva il suo corso divenire sempre più estremo, poiché prossimo alla fine, quando dopo alcuni episodi formativi, decide di andare oltre, a suo modo, negando sé stesso in un modo crudo che rapidamente lo porta a quella che è considerata la scena madre del film, il lancio della sua macchina fotografica Canon AE1 (prima fotocamera con rudimentale microprocessore, chiave di lettura tutt’altro che casuale). Il lancio tormentoso, quasi organico, di una parte di lui, tecnicamente ineccepibile (uno split screen ante litteram) che è passato alla storia del cinema italico come un piccolo capolavoro. La macchina, come sappiamo, non giungerà mai al suolo, e questo scatenerà nel protagonista una serie di reazioni, paradossalmente più vicine all’attivismo viennese ora che non quando ne era un seguace, reazioni che rapidamente lo porteranno al declino e infine alla morte per sua stessa mano, nella stanza della sequenza iniziale, da cui il film, un cupo flashback, ha origine.
Difficile dire, senza essere banali, che cosa ha significato all’epoca questo film: uno scomodo fardello, soffocato dalle vicende legate alla sua realizzazione: dalle censure in odore di maccartismo all’ostracismo della stessa area comunista in cui il film era maturato. Certo è che trent’anni dopo, con lucidità, possiamo vedere distintamente i contorni di questo episodio di meta-cinema: il film, nel suo spezzare i canoni, non voleva dare risposte, ma piuttosto essere la risposta.
Questo è quindi “Fiamma e diaframma” oggi, un insegnamento, ma anche un più ampio monito a non dimenticarsi consciamente o meno di questo cinema, scomodo ma proprio per questo prezioso. Fortini ha pagato sulla sua pelle un coraggio forse dovuto all’ingenuità dell’esordiente (non era un regista vero, piuttosto un tecnico prestato al cinema), e ha continuato a pagare fino alla sua scomparsa, nel 2002, consumatasi dell’indifferenza. Certo è un po’ triste che un personaggio così, debba venir omaggiato all’estero (un personaggio in Kill Bill si chiama Franz Schiller) e non in patria, non nella sua Roma, la città aperta, che ad esclusione di qualche passaggio nei cineclub ha sempre sbarrato le porte a “Fiamma e diaframma”.
E’ doveroso concludere con le parole che Fortini amava ripetere: “Tutti dovrebbero aver la possibilità di fare film, ma non tutti dovrebbero avere la possibilità di guardarli."

Salve a tutti, mi intrometto in calce a questa straordinaria recensione solamente per dare, a nome della Fucina tutta, un grosso, grossissimo benvenuto a Stranigiorni, che oggi per la prima volta - e speriamo sempre più di frequente - ha accettato di mettere a disposizione della Fucina le proprie competenze maturate nell'ambito della critica cinematografica (fruttuosamente integrate da contaminazioni fotografiche/visionario/immaginifiche proprie del suo personalissimo background). E' davvero una bella sorpresa, un piccolo regalo che ci facciamo e vi facciamo, con l'augurio di poter implementare ulteriormente, per il futuro, questo prezioso feedback emozionale instaurato con i lettori, un rapporto di fiducia che rappresenta davvero un bene raro, di cui andare fieri, specie al giorno d'oggi. Ma non voglio tirarla per le lunghe. In bocca al lupo a Stranigiorni, dunque, e buona lettura a tutti voi. Carlo Trapella.


Non amo questo genere di post, eppure eccomi di nuovo qui a dover puntualizzare l'ovvio, a dover rimettere le cose al loro posto, a trovarmi costretto a dare una bella pettinata a qualcuno, un'altra volta, di nuovo. Uff. E' dannatamente seccante, credetemi. Eppure, a quanto pare, necessario.

E così eccomi qua.

Un anno fa non sapevo nemmeno che esistessero, costoro. Ignoravo la loro esistenza. E stavo bene. Perchè questa gente, vedete, è gente meschina, dannosa e malata. Sì, malata. Non ho intenzione di usare mezzi termini stavolta, sia chiaro. Chè questi sono parassiti, ecco cosa, sono frustrati, certo, sono persone che nella vita non hanno niente, niente al di fuori della loro triste tastierina e del loro miserrimo computerino del menga. Bravi, bravi. Vi sentite al sicuro, vero, dietro a quel vostro bel monitorino eh? Chi ve l'ha comprato, il paparino? E nella stanza a fianco chi c'è? C'è la mammina che vi ha appena rimboccato le copertine? O la nonnina che vi ha imboccato la minestrina? Oh, poveri!

No, non ho nessuna intenzione di compatirvi, sappiatelo. Cristo santo, SVE-GLIA-TE-VI!!! Il mondo reale è un altro, bamboccioni cresciuti che non siete altro! Attivare i neuroni non è un reato! Eh che diamine!

Vi immagino lì, nella vostra zuccherosa cameretta, immersi in quella rassicurante bambagia domestica, mentre magari fuori c'è gente che si fa un culo grosso come una capanna. Magari. E non riesco a provare compassione. Hey, sto parlando anche a te, Matteo P, o a te, caro il mio Ardizzoni, che non hai niente di meglio da fare se non venire qui a rompere i cosiddetti a noi altri. E pure a te, JM, non credere, ti conosco, fai parte anche tu dei Ringo Boys. Che cosa volete dimostrare eh? Me lo dite una buona volta? Qual è il vostro credo, quale la cultura, il messaggio che portate avanti? Vorrei capirlo. Voi che sul comodino ostentate – mi sembra di vederlo – roba tipo "la ballata delle prugne secche" – tipico! – e avete pure il coraggio di classificarla come libro (brr), o che basate la vostra ideologia sulla barzelletta n°152 della raccolta su Totti; voi, voi che avete svenduto il cervello al primo arrivato, senza ritegno, della serie emisfero sinistro offerto in olocausto nei lunghi pomeriggi Defilippiani ed emisfero destro lucchettato saldamente a Ponte Milvio, osceno obolo al dio Moccia; voi che – potrei scommetterci, potrei scommetterci! – arrivate qui digitando "britney spears senza mutande" o "non ci sto dentro se non vedo entro max un minuto l'ultimo video con paris hilton nuda mi aiuti la prego signor google mi dica dove posso trovarlo è importante!!!".

Proprio voi. Babbei.

Continuate pure così, continuate, Chico Trapella non è nessuno per impedirvelo. Ma sappiate una cosa: che da oggi, in Fucina, si cambia ufficialmente registro.

Da oggi, in Fucina, non c'è più trippa per troll.

(fate i bravi, aderite alla campagna...)


Quello che vorrei proporre oggi si colloca decisamente oltre il grigio muro del convenzionale. Si tratta di una sperimentazione stuzzicante sotto molti di vista, che tanto attinge dal pozzo cyberaccademico storico di fine millennio, ma che al contempo va ad aprire un varco interessantissimo in quella sovrastruttura macchinosa che oggi chiamiamo ibridazione dialogica, la quale - non sono il solo a sostenerlo - da tempo richiede un vigoroso cambio di rotta, una sferzata tonificante, un'audace rivisitazione sostanziale di intenti che invada anche e soprattutto il formale, e senza la quale le sorti dell'intero movimento sarebbero senza ombra di dubbio tragicamente segnate verso il declino. Ammesso che di rinascita si possa ancora parlare.

Piergiorgio Tabellini, nonostante la giovane età, sembra averlo capito perfettamente. Ecco che allora il talentuoso autore emiliano ha voluto produrre con tenacia un primo, meditato abbozzo di ricerca, che tenga certamente ben salde le contaminazioni benefiche del passato senza per questo precludere uno sguardo attento e mirabilmente visionario sugli scenari futuri.

La metodologia di lavoro mi pare estremamente coerente e dinamica, e il risultato apprezzabilissimo. Tabellini applica alla lettera le tecniche di filtraggio teorizzate da Apollinaire (già trattate ampiamente in queste pagine), o quanto meno le applica rigorosamente nei primi tre passaggi, per poi scegliere una via se vogliamo ancor più rischiosa, che prevede cioè dapprima una scansione continua dello scritto con una banda passante relativamente tenue, a tratti impercettibile, con un crescendo finale inarrestabile segnato da una sequenza micidiale di cut-off progressivi davvero molto, molto severi. Ardita anche la scelta di ghettizzare senza possibilità di appello la punteggiatura, a detta dell'autore inutile fardello di un inutile retaggio vetero-passatista. Ghettizzare, non eliminare, attenzione. Non c'è disprezzo cieco ma piuttosto un diverso uso di. E ci passa un fiume. Da qui la nuova possibilità che viene messa a disposizione del lettore: usufruire della punteggiatora a piacimento, scegliendola e componendola secondo la propria personalissima chiave interpretativa ed emozionale del momento, in una operazione quanto mai viva e pulsante. Tabellini struttura l'operazione in maniera molto molto intelligente, piazzando dei veri e propri punti di ristoro attraverso i quali il lettore potrà trovare conforto grazie alla punteggiatura desiderata e strettamente necessaria, mai superflua. E' un continuum sorprendente, un bellissimo esempio di moderno testo fittato e mutaforme, da apprezzare e riscoprire lettura dopo lettura.

 

quale oscura dittatura di pensiero si celava in esso al punto di implodere di colpo il vento si ribellava soltanto all’idea di quella parodia di vita è il branco dei sapiens sapiens ominide o scimmia od omuncolo che tu sia devi esserne membro onoriario altrimenti non sei un cazzo di niente un cazzo di niente tu e la tua manciata di neuroni stanchi ,,,::.,,!.,.,;?,! che cosa immaginavi eh che cosa avresti sperato sparuta bestia con la parola dall’olfatto represso ti sembra strano ordunque ma che cosa è strano se non gli strani siti in cui navighi a comando dettati da chi se non da te stesso .,.,...,,?!?, te l’avevo detto te l’avevo detto te l’avevo detto ecco che cosa succede a maneggiare l’immaneggiabile ora non potrai più raccontarlo ah ah ah ah ah .,:,.!.!.!; farai la fine del topo nel cassetto la relazione matematica che in nepero contraddistingue una scala a chiocciola booleana la conosci bene è sempre la stessa e tu stai al centro dell’immane dardo come in una folle tromba d’aria che gela l’anima ..,,;.,,,,..,, ecco spiegato il perché del comune itinere della serie siamo tutti dentro ad un enorme cavallo di troia amico e tu hai visto amico che fine ha fatto anita e tutti quelli come lei il filmato era eloquente non trovi ma quanto meno lei ci ha messo la faccia ,.,!.;..?,,, è il concetto della montagna che si estende fino alla radice fino alle estreme conseguenze fallo tu allora fallo se ne sei capace invece di nasconderti dietro idoli di rame come fece bebo eri tu quello della foto vero sembrava tutto facile prendere senza dare ma l’esperienza non è gratis non è mai gratis anche quando tutto il resto sembra gratis dovresti averlo imparato ,.!,,:,,?!.;,, le immagini si confondono ora tutto ronza e si mescola fragile come bava di tornitura raschiante e in ombra segui allora i tuoi piedi loro sanno dove andare oh sì eccome se lo sanno prendi bebo per esempio se solo sapessi chi è questo dannato bebo in cima ad ogni classifica c’è lui bebo ed è come una grande spirale mistica che tutto avviluppa una immanente orgia di significato nel più classico dei deja vu ,.;,!,;;?,.:.,.,., strani pensieri si rincorrono arriverà :uovo un giorno la verità si rivelerà cruda così come è nuda senza veli senza mutande quasi svergognata ai nostri occhi sono cose che fanno male un duro colpo nella bocca dello stomaco che diventa allora bocca della verità ma muta mai mutevole vista la sudditanza e ci sarebbe da chiedersi se sarà rappresentabile in foto prima o poi similmente ad un sancta sanctorum modernizzato ,.,,!:,,,.,;..,.,., la patata è bollente specie entrando in un metacafè freddo e altezzoso l’hai visto quel video vero quel video in cui rebelde cavalcava nuda con la chioma rasata a zero uno spettacolo postimpressionista di cattivo gusto preferivo di gran lunga la mininova lei almeno tra tutte le donne aveva una testa pensante e gode di una stima notevole nell’ambiente dei wiki quello che può da e quello che può prendere lo prende non ha paura le donne lo sanno come la moglie di bebo ,.,,..,:.,.,..,.,,., spesso era ubriaca ma tra la botte la moglie ed i buoi si è sempre preferito il toro valenciano alla vacca non è certo applicabile la teoria della salama da sugo tutto questo geddes sciovinista da quattro soldi l’andamento che si prefigura è a dente di sega così drammaticamente variabile nei toni complessivi ricorda un gretto manico di scopa tutto fumo e niente arrosto quasi a dire che cambiare si può non si deve !,!.,,:..,.,.;,..:,.,;,., l’aveva detto anche parker del resto in tempi non sospetti prefigurando un’applicabilità pratica all’anticonsumismo dexteriano e qui eccone la nobilitazione a dogma pronta e servita su un piatto d’argento quello stesso piatto che bebo si rifiutò di vedere pensando forse erroneamente che la formula per calcolare un'area fosse differente dalla formula per il calcolo del perimetro ma qui la geometria dei quanti c’entra poco o niente ed è questo in ultimo il vero significato dell’esistenza !.,:.,,.;:!?,..,,.;,.,!:

chicotrapella - mercoledì, 24 ottobre 2007 | Permalink | commenti (15)
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