La conferenza, dunque. Mi chiedevate della conferenza. Sì. La conferenza c'è stata. Oh, c'e stata eccome la conferenza.
Inconsueta, spiazzante, illuminante. Semplicemente imperdibile. Memorabile. Grandiosa. Magneticamente parlando.
La conferenza.
Lungamente ho indugiato, meditando le parole più opportune, soppesandole una ad una come l’orafo attento che finanche la più minuta pietra soppesa, nell'arduo compito di equilibrare l'oblio e la conoscienza, la storia ed il mito, la finzione e la realtà, pazientemente, docilmente, sulla bilancia fragile di ciò che tutti noi chiamiamo vero.
La conferenza.
Lungamente ho indugiato, meditando le parole più opportune, soppesandole una ad una come l’orafo attento che finanche la più minuta pietra soppesa, nell'arduo compito di equilibrare l'oblio e la conoscienza, la storia ed il mito, la finzione e la realtà, pazientemente, docilmente, sulla bilancia fragile di ciò che tutti noi chiamiamo vero.
E' quello che - per intenderci - le antiche popolazioni caucasiche definivano kit-ty, ancor prima dello yin e dello yang orientale, del bambulè, prima ancora dello zornik slavo, che è poi lo stesso concetto che ritroveremo secoli dopo in Tatouches o nello stesso Apollinaire, così come in Toodles e in Pintossi, perchè no, passando dal leggendario uovo della Bakeries fino ad arrivare ai giorni nostri e al più moderno deburrage di Piazzi, o alla asfittica caducità dell'Io di un Montagna, tanto per fare qualche esempio.
Si tratta di una ricerca, è evidente. Sarà banale, certo, ma è proprio per questo che non è facile trovare le parole.
Ne parlavo anche con Emmanuelle Blanchot, la cara amica editorialista del Du Pareil, la ricorderete. Siamo stati anche in disaccordo su questo. Come no. Ci siamo scontrati, ruvidamente, schiettamente come da prassi, ma sempre con reciproco rispetto. Ci mancherebbe. Sapete bene quanto io la stimi. Emmanuelle è sempre stata la più liberale, o libertina che dir si voglia, tra noi due, mentre su questi temi il sottoscritto non ha mai nascosto la propria vena vetero-difensivista, al limite del passivismo se vogliamo (prendetela come un timido, goffo tentativo di autocritica da parte dello scrivente). E la nostra personalissima ricerca è dunque continuata, incessante, a tratti estenuante, da quel giorno sino ad oggi. Nessun mistero, dunque, sulla mia prolungata assenza. E' stata una assenza ponderata e vigile, dettata da una parolina piuttosto in disuso al giorno d'oggi: responsabilità. Non so se la conoscete.
E se pensate che sia stato un lavoro facile vi sbagliate della grossa. Quante discussioni, quante battaglie in quell'umida garconnière parigina! Quella donna è di una tenacia sorprendente. Ha la stessa tenacia dei vent'anni, non ci si crede. Lei lo yin ed io lo yang, come ai bei vecchi tempi dell'università e della contestazione. Il nero ed il bianco, il bianco e il nero, faccia a faccia, mossa dopo mossa, in una lotta posizionale continua, senza fine. Io arroccato sulle tesi di Jean Jacques; lei, spregiudicata, a declamarmi Borrini, sprezzante, sfrenata, Borrini e ancora Borrini, senza ritegno alcuno. Sul Borrini, lo ammetto, sovente ho vacillato. Poi, finalmente, sulla Bakeries il primo punto d'incontro. A seguire un piccolo impasse sul Bolognini, un intoppo senza troppe conseguenze a dire il vero (le soliti incomprensioni sull'allegoria del cagnone, un film già visto). Una strategia sottile la sua, dopo tutto, ma al contempo anche prevedibile, se alle spalle hai un solido background. Per dire: sul Montagna non mi sono spostato di un millimetro, così come sui dettami umanistici di Stefano Carpano. Una roccia, una roccia. Ho tenuto duro alla grandissima. Di Cacciot poi non ne parliamo, ci saremo stati su almeno un mese. Altri quindici giorni solo per farle capire che no, neanche per idea, cosa diavolo vuol dire che l'attivismo viennese è stata un'invenzione degli americani? Non sta nè in cielo nè in terra, bambina mia, mi dispiace. Scriverai anche sul Du Pareil dei miei balogi, ma fondamentalmente dell'attivismo viennese e di Fortini non ne sai una cippa, tecnicamente parlando. Ah, l'ha detto anche Righetti? Come sarebbe a dire l'ha detto anche Righetti? Se Righetti è quel Righetti che conosco io, beh, me la faccio addosso dalle risate, bellezza. Puoi spazzarti il naso col tuo Righetti. Su e giù, avanti e indietro, più e più passate, con una nonchalanche d'altri tempi. Lo trovi anche sui libri di testo ormai, che Righetti è un vecchio rincoglionito. E' una verità universalmente riconosciuta. E' un dogma, un dogma della critica contemporanea. Bavoso e rincoglionito. Secco. Lo insegnano nelle scuole, pensa un po'. Lo insegnano ai ragazzini di quattordici anni, quindi non me la vendere, dolcezza, cambia proprio argomento, fammi la cortesia, che con me non attacca. Pensa te.
Come dicevo è stata dura un bel po'.
Tra l'altro è stato proprio il giorno seguente alla disputa sul Righetti, se ben ricordo, che ella, la signora Emmanuelle Blanchot, stimata editorialista del Du Pareil, cara amica di vecchia data, mi ha cordialmente piazzato un micidiale uno-due sulla teoria del deburrage.
Sbam, sbam. Così. Di colpo lei. Senza preavviso. Per poi, non sazia, rincarare la dose. Sbarabam, bam, sba-bam! - con una determinazione inaudita, paragonabile forse solo ad una scarica di lopez nel basso ventre, lopez a mitraglia, se possibile, sempre sulla questione del deburrage di Piazzi. Un'esperienza dolorosa, invero.
Per farla breve: l'ha spuntata lei (ma di poco). E mi sono fatto convincere... Oh, les femmes!
Così eccomi qui. Fosse stato per me, lo dico sinceramente, avrei taciuto. Ma una promessa è una promessa, bisogna saper accettare anche le sconfitte, essere uomini fino in fondo, mantenere una certa signorilità, un certo aplomb, e poi basta ginocchiate nei testicoli sinceramente.
Pertanto, come si dice in questi casi: quod scripsi scripsi, amici miei, miei cari, amatissimi apprendisti orafi. E' tempo che anche voi approntiate la vostra brava bilancietta, per soppesare con cura le vostre piccole, fragili verità. Questo l'insegnamento più grande della magnifica, magnanima, magnerrima, ma soprattutto magnetica conferenza marsigliese con strascichi parigini. Ognuno di noi ha il suo kit-ty dentro di sè: basta trovarlo.
Fucina Trapella augura a tutti voi una proficua ricerca, già da domattina.
P.S. Stiamo cercando un pianista per la piece di novembre che si terrà come di consueto al Centro Serroni, col Mercuriale e tutta quanta la gang di Cassiopea. Chi è interessato si faccia avanti. Questo banner aspettattè.







