Quello che è successo lo sapete meglio di me, visto che nelle scorse settimane non si è praticamente parlato d’altro: autentiche manciate, secchiate, badilate di parole. Per lo più a sproposito, invero, come da prassi.

Ed è proprio questo io credo il motivo che mi ha spinto – saggiamente devo dire – a non avere troppa fretta nello stendere il mio pezzo in merito. Chè la becera logica del pollaio non si addice a me, a noi, al nostro spirito, allo spirito della Fucina.

Francamente, scusate, preferiamo restarne fuori.

E mentre gli altri, tutti gli altri erano lì impegnati a darsi di becco, patetici capponi infarciti di astio e di malsano livore, intenti a spennacchiarsi alla stregua di sciocchi animali da cortile, lo sapete che cosa ha fatto il sottoscritto? Lo sapete cosa ha fatto? E’ molto semplice. Sono andato nel mio studio, mi sono seduto sulla mia bella e soffice poltrona, tranquillo, con un’ottima tisana di tiglio in una mano e con un volumetto nell’altra, un piccolo volumetto dal titolo Diritto di satira, dovere di censura?, interessantissimo trattato che il mio amico Borrini scrisse qualche tempo fa, si parla di fine anni novanta, prima della parentesi lussemburghese. Ecco cosa ho fatto. Me lo sono riletto tutto quanto, pagina dopo pagina, senza fretta, con rinnovato interesse, tra un benefico sorso e l’altro. E, vedete, rileggendolo ho capito tante, tante cose.
Prima di tutto ho capito che se tutti avessero nella propria libreria il volumetto del Borrini, e se soprattutto lo avessero letto, e ancor di più se l’avessero interiorizzato ed assimilato, beh, non ci sarebbe bisogno del volumetto del Borrini. Non so se mi seguite. Potrà sembrare un paradosso, ne convengo, ma non sono forse questi nostri tempi, piuttosto, ad essere essi stessi così maledettamente paradossali? Voglio dire, è mai possibile che in un Paese come il nostro, che vorrebbe potersi definire civilizzato e all’avanguardia, si senta ancora parlare di censura? Siamo nel duemila eh, tenete presente. Duemila. E si parla di censura. E il fatto è che non solo se ne parla, ma la si mette pure in pratica! Ecco il dramma!
Borrini è estremamente chiaro a riguardo e, ostinato com’è, figuriamoci, fin da subito non accetta mezze misure: rifacendosi dapprima a Rebellin e passando poi dai vari Rouchetau e Tresor, ma anche dagli stessi Tupper e Fletcher, intesse passo passo un ragionamento di una finezza e di una solidità impressionanti, dall’esito incontrovertibile. Il messaggio ultimo è netto, vigoroso e cristallino: la censura è il Male. La censura è una pratica medievale da aborrire, in tutte le sue forme e manifestazioni. La censura è sintomo di inciviltà e di ignoranza, oltre che inquietante campanello d’allarme del declino di una nazione. Come dicevo si tratta di un’analisi assai ponderata e condivisibile sotto ogni punto di vista. Il dovere di censura non esiste quindi, secondo Borrini; è in pratica un dovere-non-dovere, un pouvoir fictif. Così come non esiste il problema della volgarità all’interno della satira, che per sua stessa natura deve rimanere svincolata da qualsivoglia coercizione. Non esiste satira di merda – sostiene Borrini parafrasando Toodles – ma casomai merda di satira, il che, evidentemente, è l’esatto l’opposto. La merda – dice sempre Borrini – è quanto mai necessaria e funzionale, guai se non ci fosse, la merda è l’humus fermentatio che da sempre nutre e alimenta lo spirito del satiro provocatore per una causa più nobile, più elevata, in nome di una libertà d’espressione che va sempre, sempre, dico sempre, salvaguardata. Nel nostro piccolo sono anni che lavoriamo in questa direzione.
Certo, so già cosa staranno pensando i più noiosi e pedanti di voi: a-ah, ma tu Chico ce la vuoi raccontare… tu Chico la censura l’hai applicata eccome in passato…
Che discorsi! Il fatto che abbia, in qualche raro, rarissimo caso, cancellato dei commenti o non pubblicato determinate cose o messo a tacere alcuni focolai potenzialmente incontrollabili non significa certo che la Fucina avalli la censura! Si trattava di situazioni particolari e molto delicate in cui veniva messa in discussione la mia persona o le mie idee in maniera assolutamente non consona al contesto, talvolta con attacchi verbalmente inaccettabili, e in ogni caso il discorso è di portata ben più ampia. Oltretutto non mi devo giustificare con nessuno mi pare, visto che fino a prova contraria il padrone di casa sono io. O mi sbaglio, saputelli?
Comunque sia.
Ciò che mi mette più tristezza è che continuiamo a fare la figura dei retrogradi. Sembra quasi che ci proviamo gusto. Come diceva il compianto De Zottis, siamo proprio la terra dei cachi. Zucconi cronici e impenitenti. Delle bocce perse insomma. Ma quand’è che ci sveglieremo? Temo che quando capiremo che occorre guardarci intorno, forse, sarà troppo tardi. Ci siamo mai chiesti perchè negli altri Paesi certe cose non succedono? Cosa avrebbero dovuto fare allora un paio d’anni fa, in Francia, quando il famoso comico Levrier, durante un esilarante monologo, diede del figlio di troia in mondovisione al ministro degli esteri? Oh, che scandalo! Oh, mamma mia, che vergogna! Avrebbero dovuto ghigliottinarlo, immagino. E invece no. La cosa si è risolta con una sonora risata, una stretta di mano e un aperitivo giù da Ofrees, in totale serenità ed amicizia.
E perché, Restouches, allora? Vogliamo parlarne? Si è permesso di scrivere un intero capitolo su quella bagascia della sua editrice, dandole della frigida, della delinquente e della mignotta, eppure eccolo lì il suo libro, in bella mostra sugli scaffali. Mi dite qual è il problema? Se la satira è ben fatta, se ha solide radici (non commettiamo l’errore di pensare che siano offese gratuite eh, per l’amor del cielo: dietro ogni sillaba c’è una storia di costume ed infiniti rimandi culturali a maestri del passato, intendiamoci; Restouches, per dire, attinge tantissimo da Merlin, il quale a sua volta si ispirò fortemente a Privett e al teatro del Fuaiè per quanto riguarda tutta quella sovrastruttura onirica che è alla base del meccanismo sarcastico; penso per esempio all’episodio del povero culo, o a quello della lurida troietta, giusto per dire i primi due che mi vengono in mente) se ha solide radici – dicevo – ben venga, anzi, ce ne fosse di più anche qui alle nostre latitudini. Ma come solito parliamo di niente, ho paura, da inguaribili idealisti e sognatori quali siamo.
La verità è che abbiamo perso il senso dell’umorismo, abbiamo perso l’arguzia, la sagacia, la ragione, finanche la nostra storia, il nostro passato. Abbiamo perso tutto. E non so se sarà possibile recuperare a questo punto. Sono pessimista. Mi sovvengono le amare parole che scrisse Alain Fernet, il geniale autore satirico parigino, appena qualche ora prima di morire: se una colpa esiste, se esiste mai una colpa, su ogni singola spalla un dì graverà pesante; sulla mia, ma anche sulla tua. Soprattutto sulla tua. Fottiti, stronzo.

chicotrapella - lunedì, 07 gennaio 2008 | Permalink | commenti (17)
tags: cultura, riflessioni, letture, dibattiti

Parlare di sesso, oggi, è fin troppo facile. Si rischia - anzi, possiamo dire che si ha la certezza - di scadere nel banale, di rotolarsi nel più becero conformismo (becero perchè malamente mascherato da pseudo-trasgressione), di tracimare nel volgare, nel dileggio, nella cialtroneria. Ed ecco che senza neanche accorgertene, pressochè inesorabilmente, un bel momento ti ritrovi lì a cantare osteria numero nove abbracciato al beone di turno, sguaiatamente svoltato sul bancone di un bar, mentre i soldati, casomai, son là che fan le prove. Perché poi succede questo. E non lamentiamoci, dopo, delle varie Melisse P e dei vari colpi di spazzola sparati a casaccio, così, tanto per spazzolare, perché ogni Paese ha la letteratura che si merita in fin dei conti. Eh sì. Ce la siamo cercata e ce la siamo meritata tutta, cari miei. Abbiamo voluto alimentare una sottocultura rozza, infantile e superficiale? Bene. Adesso però son cazzi da cagare – scusate il francesismo – e non c’è più muro che tenga, per quanto duro possa essere. Abbiamo voluto fare le belle fighe? Ci siamo voluti sfamare unicamente di pappine inconsistenti mentre in Europa – Francia, Gran Bretagna, ma anche Svezia, Danimarca e paesi dell’Est – tutti gli altri crescevano, si svezzavano e mettevano i denti? Bravi. Ora però sapete cosa c’è? C’è che loro sono in tribunale, loro, e noi altri invece siamo qui all’ospedale, ammaccati e malconci, condannati a leccarci le ferite neanche fossimo tornati agli anni venti. Peggio che negli anni venti. E ditemi voi: ci abbiamo forse guadagnato? Si è forse rivelato vantaggioso questo modo di agire?
Osteria, no.
Beh, la visione del sesso fornitaci da Fabius Delapandoraine è – grazie al cielo – del tutto antitetica a quanto esposto poc’anzi. Ed è incredibile pensare come un libro di oltre trent’anni fa possa, tuttora, essere così denso di autentica modernità di esposizione e lucidità intellettuale pur non scendendo mai, dico mai a compromessi. Mi riferisco ovviamente a Oublier le burace, sconcertante romanzo che l’autore parigino scrisse nel suo periodo lionese, il più fecondo, quello che segue cioè il decisivo incontro con Apollinaire (siamo nel luglio del ’74).
oublier le burace
Intendiamoci, Oublier le burace non è un certo un libercolo per caste monachelle. Anzi. Cazzi e fighe sono disseminati un po’ ovunque all’interno del testo – va detto – ma sempre con grande cognizione di causa, sapientemente, incisivamente, con perizia da laboratorio. Mai, e sottolineo mai, in maniera volgare. E’ il vissuto dell’autore che irrompe prepotentemente in ogni pagina, col suo perenne carico di dolente stupore. Delapandoraine sceglie così di farsi cantore del sesso, dell’amore e dei sentimenti in un modo del tutto nuovo e sorprendente, ripercorrendo insieme a noi e per noi una tormentata liaison personalissima, torrida e carnale, la più importante della sua vita diremo, quella che lo segnerà per sempre.
Il libro – altra particolarità – non è suddiviso in capitoli, bensì in tappe d’amore. Egli concepisce infatti la struttura del racconto come una sorta di visita guidata all’interno di noi stessi e delle nostre angoscie relazionali. I fantasmi del sesso tutto pervadono spaventevolmente, ululando ed agitandosi a tal punto da divenire tremendamente reali e concreti, materializandosi infine in un oggetto ben preciso ed altamente simbolico: il burazzo.
Burazzo allegoria della paura, dunque, ma non solo. Burazzo che travalica il tempo e lo spazio, e che tutto avviluppa. Burazzo che si intromette nella vita di coppia, di soppiatto; burazzo che opprime, che insabbia, burazzo che mortifica. Burazzo come strumento di contenzione ultimo, l’indesiderato, l’onnipresente, l’incomodo. Burazzo che diventa una vera e propria ossessione per lo scrittore (bellissima la scena in cui lui, esasperato, vorrebbe dargli fuoco ma non ci riesce, arrendendosi infine al suo volere). Le dinamiche di coppia vengono messe alla prova e sviscerate a tal punto da risultare comiche nella loro drammaticità, generando un mécanisme du grotesque che ha del sensazionale, e che a tratti sfiora il sublime. Come nell’episodio dell’aeroporto – altra chicca – o in quello della lavatrice, o ancora in quello dell’idraulico e delle babbucce. E così via su questa falsa riga, in un crescendo di tensione sentimentale che sfocerà nel terribile grand guignol finale: l’avvento della sagoma nera, quella fantomatica zenza caduca la cui presenza si avverte costantemente nella narrazione, fin dal principio, pur senza manifestarsi interamente nella sua corporeità.
Ma ora non vorrei svelare troppo.
Quello che un po’ dispiace invece è prendere atto di come, ancora una volta, l’editoria italiana abbia perso l’ennesima occasione d’oro, riducendosi nuovamente a banalizzare il tutto cercando di re-inscatolare un prodotto come questo, di altissimo livello, in quegli standard di bassezza che ben conosciamo e di cui parlavo all’inizio. Al solito si punta sulla vendibilità a prescindere, e chissenefrega se il prezzo da pagare è quello di stravolgere a priori un messaggio. Sono cose che fanno stocere decisamente il naso. Da qui la scelta infelice di tradurre Oublier le burace con un ben più ammiccante (ma alquanto scontato ed ingeneroso) Senza mutande, con tanto di copertina furbetta a fungere da richiamo per lettori un po’ sprovveduti. Una versione patinata ed edulcorata (in cui i tagli e gli adattamenti si sprecano) che grida vendetta, frutto di una bieca operazione commerciale che va a snaturare profondamente l’anima dell’opera trasformandola in una sottospecie di moderno fotoromanzo pornosoft.
Che dire? Un film già visto. Forse qualcuno è convinto che la cultura, oggi, per sopravvivere, non possa fare a meno di questo genere di espedienti, di questi mezzucoli, senza mutandeveri e propri trucchetti da prestigiatore da parrocchietta di periferia. Bah. Forse, è probabile, questi signori sono poi le stesse persone che ritroveremo giù al bar, la sera, allegrotti et sempliciotti, a sgolarsi con l’osteria numero nove. Mi pare di vederli, ‘sti fenomeni. ‘Sti geni del marketing. Gentaglia senza scrupoli che munge senza ritegno dorati greggi senza cervello. Lasciando loro Senza mutande. E noi senza parole.
chicotrapella - lunedì, 19 novembre 2007 | Permalink | commenti (11)
tags: cultura, letture, autori, mutande, stroncature


Quello che vorrei proporre oggi si colloca decisamente oltre il grigio muro del convenzionale. Si tratta di una sperimentazione stuzzicante sotto molti di vista, che tanto attinge dal pozzo cyberaccademico storico di fine millennio, ma che al contempo va ad aprire un varco interessantissimo in quella sovrastruttura macchinosa che oggi chiamiamo ibridazione dialogica, la quale - non sono il solo a sostenerlo - da tempo richiede un vigoroso cambio di rotta, una sferzata tonificante, un'audace rivisitazione sostanziale di intenti che invada anche e soprattutto il formale, e senza la quale le sorti dell'intero movimento sarebbero senza ombra di dubbio tragicamente segnate verso il declino. Ammesso che di rinascita si possa ancora parlare.

Piergiorgio Tabellini, nonostante la giovane età, sembra averlo capito perfettamente. Ecco che allora il talentuoso autore emiliano ha voluto produrre con tenacia un primo, meditato abbozzo di ricerca, che tenga certamente ben salde le contaminazioni benefiche del passato senza per questo precludere uno sguardo attento e mirabilmente visionario sugli scenari futuri.

La metodologia di lavoro mi pare estremamente coerente e dinamica, e il risultato apprezzabilissimo. Tabellini applica alla lettera le tecniche di filtraggio teorizzate da Apollinaire (già trattate ampiamente in queste pagine), o quanto meno le applica rigorosamente nei primi tre passaggi, per poi scegliere una via se vogliamo ancor più rischiosa, che prevede cioè dapprima una scansione continua dello scritto con una banda passante relativamente tenue, a tratti impercettibile, con un crescendo finale inarrestabile segnato da una sequenza micidiale di cut-off progressivi davvero molto, molto severi. Ardita anche la scelta di ghettizzare senza possibilità di appello la punteggiatura, a detta dell'autore inutile fardello di un inutile retaggio vetero-passatista. Ghettizzare, non eliminare, attenzione. Non c'è disprezzo cieco ma piuttosto un diverso uso di. E ci passa un fiume. Da qui la nuova possibilità che viene messa a disposizione del lettore: usufruire della punteggiatora a piacimento, scegliendola e componendola secondo la propria personalissima chiave interpretativa ed emozionale del momento, in una operazione quanto mai viva e pulsante. Tabellini struttura l'operazione in maniera molto molto intelligente, piazzando dei veri e propri punti di ristoro attraverso i quali il lettore potrà trovare conforto grazie alla punteggiatura desiderata e strettamente necessaria, mai superflua. E' un continuum sorprendente, un bellissimo esempio di moderno testo fittato e mutaforme, da apprezzare e riscoprire lettura dopo lettura.

 

quale oscura dittatura di pensiero si celava in esso al punto di implodere di colpo il vento si ribellava soltanto all’idea di quella parodia di vita è il branco dei sapiens sapiens ominide o scimmia od omuncolo che tu sia devi esserne membro onoriario altrimenti non sei un cazzo di niente un cazzo di niente tu e la tua manciata di neuroni stanchi ,,,::.,,!.,.,;?,! che cosa immaginavi eh che cosa avresti sperato sparuta bestia con la parola dall’olfatto represso ti sembra strano ordunque ma che cosa è strano se non gli strani siti in cui navighi a comando dettati da chi se non da te stesso .,.,...,,?!?, te l’avevo detto te l’avevo detto te l’avevo detto ecco che cosa succede a maneggiare l’immaneggiabile ora non potrai più raccontarlo ah ah ah ah ah .,:,.!.!.!; farai la fine del topo nel cassetto la relazione matematica che in nepero contraddistingue una scala a chiocciola booleana la conosci bene è sempre la stessa e tu stai al centro dell’immane dardo come in una folle tromba d’aria che gela l’anima ..,,;.,,,,..,, ecco spiegato il perché del comune itinere della serie siamo tutti dentro ad un enorme cavallo di troia amico e tu hai visto amico che fine ha fatto anita e tutti quelli come lei il filmato era eloquente non trovi ma quanto meno lei ci ha messo la faccia ,.,!.;..?,,, è il concetto della montagna che si estende fino alla radice fino alle estreme conseguenze fallo tu allora fallo se ne sei capace invece di nasconderti dietro idoli di rame come fece bebo eri tu quello della foto vero sembrava tutto facile prendere senza dare ma l’esperienza non è gratis non è mai gratis anche quando tutto il resto sembra gratis dovresti averlo imparato ,.!,,:,,?!.;,, le immagini si confondono ora tutto ronza e si mescola fragile come bava di tornitura raschiante e in ombra segui allora i tuoi piedi loro sanno dove andare oh sì eccome se lo sanno prendi bebo per esempio se solo sapessi chi è questo dannato bebo in cima ad ogni classifica c’è lui bebo ed è come una grande spirale mistica che tutto avviluppa una immanente orgia di significato nel più classico dei deja vu ,.;,!,;;?,.:.,.,., strani pensieri si rincorrono arriverà :uovo un giorno la verità si rivelerà cruda così come è nuda senza veli senza mutande quasi svergognata ai nostri occhi sono cose che fanno male un duro colpo nella bocca dello stomaco che diventa allora bocca della verità ma muta mai mutevole vista la sudditanza e ci sarebbe da chiedersi se sarà rappresentabile in foto prima o poi similmente ad un sancta sanctorum modernizzato ,.,,!:,,,.,;..,.,., la patata è bollente specie entrando in un metacafè freddo e altezzoso l’hai visto quel video vero quel video in cui rebelde cavalcava nuda con la chioma rasata a zero uno spettacolo postimpressionista di cattivo gusto preferivo di gran lunga la mininova lei almeno tra tutte le donne aveva una testa pensante e gode di una stima notevole nell’ambiente dei wiki quello che può da e quello che può prendere lo prende non ha paura le donne lo sanno come la moglie di bebo ,.,,..,:.,.,..,.,,., spesso era ubriaca ma tra la botte la moglie ed i buoi si è sempre preferito il toro valenciano alla vacca non è certo applicabile la teoria della salama da sugo tutto questo geddes sciovinista da quattro soldi l’andamento che si prefigura è a dente di sega così drammaticamente variabile nei toni complessivi ricorda un gretto manico di scopa tutto fumo e niente arrosto quasi a dire che cambiare si può non si deve !,!.,,:..,.,.;,..:,.,;,., l’aveva detto anche parker del resto in tempi non sospetti prefigurando un’applicabilità pratica all’anticonsumismo dexteriano e qui eccone la nobilitazione a dogma pronta e servita su un piatto d’argento quello stesso piatto che bebo si rifiutò di vedere pensando forse erroneamente che la formula per calcolare un'area fosse differente dalla formula per il calcolo del perimetro ma qui la geometria dei quanti c’entra poco o niente ed è questo in ultimo il vero significato dell’esistenza !.,:.,,.;:!?,..,,.;,.,!:

chicotrapella - mercoledì, 24 ottobre 2007 | Permalink | commenti (15)
tags: cultura, letture, suggestioni, autori, sperimentazione, tecniche pratiche
È fatta dai, sono sopravvissuto anche a questa.
Conseguentemente ad una malaugurata, disgraziata, scriteriata scommessa fatta con un caro amico la settimana scorsa (perduta ovviamente, me tapino) mi sono dovuto sorbire per intero l’ultimo “libro” della Rowling, ultimo tassello della fortunata (commercialmente parlando, si intende) saga.
Beh, non che mi aspettassi, tanto per dire, il purismo estetico de I Giardini di Babilonia piuttosto che la lucida asprezza del Patto col padre di F. Fleur, però caspita, qualcosina di più me lo sarei aspettato dal tanto magnificato maghetto cicatrizzato e saputello… Tutto 'sto gran can-can, e per che cosa poi?
Che delusione.
D’altra parte le code in libreria, da che mondo è mondo, hanno sempre rappresentato un campanello d’allarme, una sorta di infallibile cartina di tornasole della mediocrità narrativa. E così è stato, puntualmente, una volta di più.
Quello che mi ha impressionato non è soltanto l’inconsistenza della trama, la macchinosità dell’espressione, la scarsa propensione linguistica – talvolta imbarazzante – ma anche e soprattutto l’assoluta mancanza di spessore dei personaggi, (non) caratterizzati da personalità fragili e maldestramente abbozzate, mai incisive, così marcatamente capziose; siamo d’accordo che si tratti di un libro prevalentemente rivolto ai giovani (a proposito, voi: sveglia eh), ma santo cielo! Che considerazione abbiamo dei nostri ragazzi? Se così fosse saremmo di fronte ad un dato socialmente preoccupante!
Come se non bastasse, se a tutto ciò andiamo a sommare l’inserimento pressochè casuale e profondamente snaturante di elementi mitici e mitologici, la prevedibilità degli eventi, il buonismo imperante, la melassa, la melassa che sgorga copiosa da ogni parola e da ogni situazione, melassa che tutto inviluppa, coprendo, avvolgendo, infine debordando al punto di trasudare dagli stessi pori della carta fino ad appiccicare le mani dell’incauto, sprovveduto lettore, beh: che altro dire?
Un polpettone.
Un noioso, noiosissimo polpettone per bocche particolarmente buone o dalle papille gustative anestetizzate, al limite, difficilmente digeribile anche in spiaggia sotto l’ombrellone, il che la dice lunga sull’intrinseco quanto involontario potere intasante dello scritto.
Se proprio dovete leggerlo, insomma, evitate di fare il bagno prima di tre ore. Abbondanti.
E’ un consiglio.
chicotrapella - martedì, 31 luglio 2007 | Permalink | commenti (6)
tags: cultura, riflessioni, letture, autori, stroncature, pseudo-letteratura
E’ l’inverno del 1973. In una Lione ancora assonnata ed indolenzita dal freddo, un uomo distinto siede al tavolo di un bar. Sorseggia un caffè caldo, in solitudine, con estrema calma, quasi che il tempo non esista o meglio, che per lui non sia cosa di rilievo. Appare sereno, fermo, sicuro di sé. Un altro sorso di caffè da gustare fino in fondo mentre poco lontano, all’interno del locale affollato, più di uno sguardo si posa fugacemente, e non senza invidia, sul suo impeccabile completo grigio.
 
Al tempo l’uomo godeva di una discreta fama, una fama meritata – certo, meritatissima, questo non è in discussione – una fama che gradatamente gli aveva vieppiù donato benessere, agio, stima. Certezze.
La copia de Le progrès che aveva davanti agli occhi era pronta a ricordarglielo. Il trafiletto a pagina nove parlava del suo ultimo libro, il terzo per la precisione, un pregevolissimo esempio di saggistica nonché il suo maggiore successo editoriale di sempre.
Un impercettibile sorriso. Un altro sorso di caffè.
Calore. Pace. Compiacimento.
E poi un tremendo scossone. Improvviso. Inaspettato. Prepotente.
Un uomo che gli rovina addosso. E la tazzina che si schianta irrimediabilmente sul pavimento…
 
Le cose andarono esattamente così (fu lui stesso a raccontarlo nella famosa intervista rilasciata a Le Monde dieci anni più tardi) ed è incredibile pensare come fu proprio quella tazzina, quella così apparentemente insignificante – ma altamente profetica – tazzina frantumata, a segnare il confine tra una vita vecchia ed una completamente nuova ed antitetica alla precedente.
Alle spalle dell’uomo si era accesa una piccola rissa, ed un individuo decisamente trasandato e fuori moda, dalla barba incolta, scura, dai lineamenti strani, spigolosi, verrebbe da dire misteriosi, era stato spintonato contro di lui. La discussione era tremendamente banale, come spesso accade in questi casi, eppure gli animi presero fuoco all’istante. Il losco figuro fu isolato, quindi malmenato senza esitazioni da alcuni non raccomandabili compari del suo avversario, in maniera tanto feroce quanto vigliacca: un vero e proprio pestaggio sotto gli occhi increduli degli astanti. Che non mossero un solo dito…
Lo “straniero” giaceva a terra malconcio quando ecco che l’uomo elegante, solo ed impietosito, gli si fece incontro per prestargli soccorso… Gli sguardi dei due si incrociarono, e da quel preciso momento in poi il loro sodalizio divenne prima amicizia, quindi collaborazione, infine storia.
 
L’uomo in grigio era il lionese d’adozione Laplace, mentre il barbuto forestiero disadattato altri non era che Apollinaire, naturalmente. Un Apollinaire diverso e già radicalmente maturato interiormente, sì, ma anche un Apollinaire fortemente spaesato in seguito al lungo, estenuante isolamento sui Pirenei.
Laplace ebbe il grande merito di non fermarsi alle apparenze ed anzi, in Jean Jacques seppe riconoscere prima di qualunque altro l’immane, oserei dire debordante carica rivoluzionaria e creativa.
Senza Laplace oggi non avremmo Apollinaire così come lo conosciamo; allo stesso modo, senza Apollinaire, è certo che non avremmo mai potuto avere il Laplace seconda maniera con i suoi sconcertanti, magnifici scritti.
Il cambiamento di Laplace infatti fu impressionante, e si può dire che coincise quasi perfettamente con l’assimilazione dei concetti espressi da Apollinaire nella sua opera-madre, S’èvanoiur pour renaìtre (all'epoca ancora in stadio embrionale), che egli esaminò approfonditamente qualche mese dopo.
Ben presto Laplace abbandonò la sua vita agiata, comoda, di successo, per auto-relegarsi ai margini della società, vivendo di espedienti come un fou chercheur de vèridique (così si definì); abbandonò la famiglia, il suo editore, gli affetti più cari, persino il suo amato pastore tedesco Brett; abbandonò tutto, tutto quanto, ma soprattutto abbandonò il suo modo di scrivere.
Non si può dire comunque che quest’ultimo venne del tutto rinnegato, ma al contrario venne come ribaltato, visto allo specchio e poi rielaborato, confuso, mistificato, quindi riadattato, reso credibile, trasmutato, trasmigrato, migliorato, in qualche modo emendato e consacrato.
Le mil et une scierie, Le nain et le pomme, Le photographe, solo per citarne alcune, sono opere senza tempo che tratteggiano un’identità vivida e multiforme, mai doma e sempre pronta a reinventarsi (non senza sofferenza, va detto).
Ma il culmine della produzione Laplaciana si raggiunge senz’altro con Métal Enterré (Metallo Sepolto), capolavoro edito nel 1979 per la prima volta da Endragon.
E qui senza dubbio ci troviamo di fronte ad una delle tre più grandi opere mai uscite dal felice crogiolo creativo della Cerchia dei Lionesi, la congrega letteraria di cui Laplace e Apollinaire furono i massimi esponenti in quegli anni.
 
Métal Enterré, ovvero l'opera spiazzante per eccellenza.
Opera cupa, intricata, controversa, claustrofobica. Opera anche e soprattutto mistica.
In quelle 279 pagine c’è racchiuso tutto l’impetuoso trascorso umano ed emozionale dell’autore, che incessantemente tende a deviare in sogno o in incubo, in incubo o in sogno, fantasmatica proiezione di un immaginario osservato ed analizzato dall’interno, talvolta freddamente e distaccatamente ma sempre, sempre in prima persona, esponendosi.
D’altro canto – è chiaro – l’influenza di una grande mente come Apollinaire non avrebbe potuto non lasciare il segno…
Scritto in una sola notte (incredibile ma vero) Métal Enterré è un romanzo a tutti gli effetti. Il protagonista (l’ambiguo Mat, che altri non è che l’alter ego di Laplace) intraprende un viaggio allucinante che lo porterà finanche nelle più remote pieghe della terra, scontrandosi uno ad uno con i suoi desideri e le sue paure più recondite, in una continua e dolorosissima esperienza di introspezione nel sottosuolo, alla spasmodica ricerca del prezioso O.E.U.F., un oggetto (ma forse uno stato mentale, un’ideale, un sogno, uno stato dell’arte, un segreto, un pooka: non è dato di saperlo con certezza) leggendario e straordinariamente potente, una sorta di ressort transcendant, l’affascinante spirale mistica lambita da Olorin nel suo Magish Witstock, poema epico-cavalleresco scandinavo di fine ottocento.
Senza svelare alcunchè di insvelabile, possiamo affermare tranquillamente che l’esito del tortuoso viaggio di Mat/Laplace rimane aperto a molteplici interpretazioni. Così come tante sono state le speculazioni fatte sul libro, che non solo è stato oggetto di culto per differenti categorie sociali (anche totalmente dissimili tra loro) soprattutto negli anni ottanta, ma addirittura è stato innalzato a bandiera di teorie personalistiche talvolta fumose o contrastanti, spesso, troppo spesso furbescamente costruite ad arte. Una vera e propria ridda di voci, insinuazioni e supposizioni che a dire il vero non hanno mai trovato conferme tangibili, ma che ugualmente presero piede, sempre più insistentemente, nel pensiero comune. Molti, per esempio, avrebbero giurato sul fatto che l’opera fosse stata dettata da una sorta di delirio lisergico dell’autore, ma questa voce fu inappellabilmente smentita dallo stesso Laplace, il quale pretese addirittura pubblica ammenda da parte del noto critico del Lire, Fabius Laurent, che appoggiò imprudentemente questa tesi. Altri sospettarono che, intessuto segretamente nel racconto, si nascondesse un veemente atto d’accusa rivolto alle più alte cariche dello Stato, coinvolte – parrebbe – in uno scandalo di proporzioni inimmaginabili, che avrebbe potuto minare seriamente il sistema-paese. Alcuni vissero addirittura questo messaggio onirico come un vero pretesto rivoluzionario, che avrebbe in sostanza reso lecita ed auspicabile una lotta di classe (anche violenta) ai danni della borghesia. Gli arresti per attività sovversiva all’interno del Gruppo O.E.U.F. (così si chiamarono) furono svariati. Métal Enterré fu osteggiato anche dalla Chiesa locale, in quanto accusato di alimentare ideali animistici ed esoterici, pericolosamente al confine del satanismo. Il testo fu scandagliato in diversi chiavi di lettura, fu anche letto al contrario, più volte e secondo metriche variabili e sghembe, ma nulla di tutto ciò trovò un riscontro concreto. Ciò nonostante, dal 1984 al 1989 il libro fu sottoposto a censura da parte delle autorità francesi.
Detto questo, una delle interpretazioni più credibili rimane senz’altro quella dell’auto-analisi psicologica, del percorso interiore, dell’intimismo portato alle estreme conseguenze, dell’angosciante screening autogeno dell’animo umano. Non per niente Laplace fu presto definito il rabdomante dell’inconscio, unica etichetta che l’autore, per così dire, non disdegnò.
Ma non dimentichiamo quella che forse è la più suggestiva delle ipotesi (ma non per questo meno plausibile), ipotesi che percepisce l’intera opera come un grande omaggio in codice, il più grande omaggio moderno a quello che per definizione è il metallo sepolto, ovvero invisibile, celato, in una sorta di messaggio al mondo che solo gli eletti potranno un giorno comprendere: in altre parole, la più grandiosa allegoria mai scritta del Grande Magnete. Ma qui si entra in un campo assai spinoso, e non mi pare che i tempi siano maturi per affrontare come si deve questo argomento.
Ne riparleremo, comunque, lo prometto.
 
Per concludere: quanta strada è stata fatta grazie a quella tazzina! Chissà se Laplace, quel giorno, comodamente seduto al tavolo del bar, l’avrebbe mai potuto immaginare...
Io sono sicuro di no.
Quel giorno infatti la tazzina si frantumò, è vero, ma è come se idealmente e miracolosamente, in quello stesso istante, su un piano conoscitivo differente e parallelo, essa si ricostituì in un modo nuovo e del tutto inaspettato, più fragile e solido allo stesso tempo. E’ un grande mistero. Così come il messaggio ultimo di Métal Enterré e, ancor di più, come l’esistenza stessa di Laplace. Un enigma da risolvere, che ancora oggi conserva intatto tutto il suo ancestrale fascino.
 
Era il 27 settembre del 1994, infatti, quando costeggiando il fiume Aisne durante un’escursione con alcuni amici, Laplace precipitò accidentalmente in un profondo crepaccio che si apriva nel terreno, venendo tragicamente inghiottito dalle buie fauci del sottosuolo.
Fatalità? Segno del destino?
Chi può dirlo.
 
Per ora certamente nessuno.
 
Il suo corpo, infatti, non fu mai più ritrovato.
chicotrapella - giovedì, 26 luglio 2007 | Permalink | commenti (9)
tags: cultura, letture, autori
Diciamolo pure apertamente: a noi della Fucina le smancerie non piacciono e non sono mai piaciute. Non ci piacciono i romanzotti adolescenziali, non ci piacciono le storielle zuccherose, patinate, glitterate, smielazzate, non ci piacciono i Moccia, per dirla tutta.
E questo per onestà intellettuale.
Fatta questa doverosa quanto banale premessa (a proposito: se putacaso – sfiga – ti piacesse davvero Moccia – ma non credo, dai – sei gentilmente pregato/a di dirigere il tuo grazioso puntatore verso altri lidi virtuali, e piuttosto celermente anche: te ne saremmo davvero tutti molto grati; poi semmai fai così, fatti un regalo và: vatti a comprare, che so, Rui Mong, leggitelo due o tre volte e poi – forse – possiamo riparlarne – forse – ), fatta questa piccola importante premessa dicevo, il brano di oggi è quello che si può definire un vero e proprio concentrato di carica emozionale. Tratto dal “Dandy Ribelle” di Pietro Zuler, edito nel 2002 da Cassiopea, il brano è quanto mai funzionale per comprendere come anche i sentimenti e l’affettività possano essere trattati in un certo modo, mi verrebbe da dire di gran lunga più consono ed edificante, ma non è mia intenzione sbilanciarmi. Preferirei davvero lasciare spazio anche alle vostre sensazioni, pertanto, ancora una volta, buona lettura.
 
P.S. E’ un testo davvero particolare ed intrigante, una vera chicca per voi amici lettori. Mi auguro che con questo possiate perdonare la mia prolungata assenza dalla pagine della Fucina.
 
[…] E non era forse quella la soluzione? Rinnovare un sentimento senza implicazioni di sorta, lacerandosi esteriormente, certo, eppure mai nel nucleo. Quello - a differenza del mondo decadente e satrapo che lo circondava da qualche tempo - sarebbe rimasto puro, integro, vergine nella sostanza. Se c’era una cosa da imparare adesso era proprio l’arte del rugginofago. Suggere le altrui lucide forze per nutrimento, senza preconcetti fatti di molli scrupoli, alimentandosi di quella gelida, metallica brillantezza che in ogni caso sarebbe andata perduta, e per sempre, per il fatto stesso di essere inanimata.
Ma attingere a quella fonte pareva essere più complicato del previsto, specie per lui, eterno molosso dell’emotività karmica.
La stessa storia si ripeteva identica ogni giorno, indifferente alle mutazioni cellulari, ai microcosmi, all’aria ed ai pulviscoli, come se fosse immune ad ogni allergia, quasi che il vento stesso avesse iniettato in lui uno spiraglio di vera eucatastrofe, unico efficace antidoto alla perdizione più nera. Ma per quanto ancora avrebbe potuto sopportarlo?
Camminando per strada se lo chiedeva, sguardo vacuo e sinapsi rabberciate.
Qual era il significato di tutto questo? Il significato della parola amore, intesa come malattia? Il significato della parola cura, intesa come amore? E ancora il significato della parola disprezzo, intesa come sintomo?
Era tutto troppo, troppo complicato.
Le donne, ne era certo, vivevano idealmente su di un’altra terra, così irraggiungibile da poter essere toccata, così vicina da non essere scorta ad occhio nudo.
E lei non era diversa dalle altre, in fin dei conti. Come quella volta, quella volta a Parigi…
'Oh, Paris! Paris! Tu me manque, Paris!'
Lo gridava forte ad ogni vicolo, disperatamente, furiosamente, consapevole che certe volte un paio di mocassini gialli, purtroppo, non basta… No, non basta, non basta affatto.
Era tutto troppo complicato.
Spesso la realtà è fin troppo prevedibilmente difforme rispetto all’immaginario umano, così come accade che la verità non si presenti nuda, talvolta, a determinate latitudini, cosicché la ribellione resta soltanto un ricordo sbiadito di un’epoca passata. Della gioventù, forse, ammesso che sia mai esistita. Lo diceva sempre anche il vecchio Cedric: ‘non c’è nulla di più fantasmatico della realtà, a questo mondo…’
Dannato Cedric, vecchia canaglia, avevi proprio ragione tu. Avevi ragione su tutto! Su tua moglie – quella sgualdrina, pace all’anima sua – sui soldi, sulle donne, sulla vita. Giocavi d’azzardo coi sentimenti, amavi il rischio, ma non hai perduto una sola partita. ‘La donna è la più profumata delle illusioni’, dicevi, non senza un fremito di vivida angoscia. Adoravo il tuo ragionare senza veli, il tuo esporti senza censura, sempre e comunque, anche quando le porte parevano chiudersi impietose in faccia.
Di quelle nove porte hai saputo rimuovere tutto tranne l’ombra, così tragicamente indelebile nel nostro animo.
Non è facile predicare e praticare la trasparenza. Me lo hai insegnato tu, vecchia carogna putrefatta! E ora so che bisogna andare avanti senza leccare i piedi di nessuno, con coraggio e determinazione, cavalcando a pelo, per godere e suggere, suggere e godere, proprio come il rugginofago.
Del resto lo scrisse anche Yarni:’ il vuoto è noioso, rigido e freddo come una palla di vetro: se la fai rimbalzare va in mille pezzi…’
Dio mio quanto è vero. Non lo è mai stato così tanto.
Se ripenso a Parigi, adesso, sotto questa luce, nulla mi sembra come prima.
Le porte si schiudono, ecco, le ombre si assottigliano. Mentre fuori sta per nascere un fiore […]
chicotrapella - giovedì, 12 luglio 2007 | Permalink | commenti (6)
tags: cultura, riflessioni, letture, autori, sperimentazione
Brano intenso, intensissimo, quello che ho intenzione di proporre oggi. Brano duro, lucido, asciutto, di rottura. Brano tratto da “La guerra di Roscoe”, il tagliente saggio-denuncia del poliedrico e mai scontato Giulio De Rimondi (tanto acclamato dai nostri lettori), il quale anche in questa occasione non esita a prendere posizioni nette, talvolta scomode o impopolari, ma certamente sempre intellettualmente oneste, oltre che assai articolate e mirate. Le critiche mosse dall’amico Giulio alla società e ai suoi modelli distorti sono sferzanti e dirette, ed invadono con forza inaudita anche le coscienze del singolo, scrollandole perentoriamente dall’atavico torpore a cui troppo spesso, troppo spesso, tutti noi purtroppo siamo soggetti. Parole pesanti come macigni dunque, parole che mai come ora chiedono spazio ad una attenta, ponderata riflessione.
Ancora una volta, buona lettura.
 
“…Riconquistare il vero, con l’impetuoso coraggio della passione, sovvertendo e soverchiando, riappropriandosene, ogni volta, e ancora, e ancora. Come se un prezioso giovenco d’onice fosse lì ad aspettarci, al centro del labirinto, incommensurabile compenso d’una campagna d’armi trionfale. Strategie d’attesa, tattiche di rivalsa, è tutto qui. Non c’è altro. Se non la vecchia storia, quella del lupo e della pecora. E di società malate.
Società che si nascondono, bieche, dietro asettiche maschere di keronite. Società miserabili e torve, artefatte, così manifestamente occulte, glitterate di fiele bruciante che acceca le menti. Assuefatti dall’odio le giustificheremo. Anestetizzati dai media persevereremo, scioccamente, nel raggiro di noi stessi. Annichiliti dal ricatto ci assopiremo insieme alle nostre coscienze.
Quanto ancora potremo resistere? Quanto ancora? E’ assurda e disumana, questa farsa in pompa magna! E noi no, noi non siamo nati per questo, diamine!
Il mondo intero dovrà saperlo: io non ci sto.
Non ci sto ora. Non ci starò mai. Mai. Mai. Mai!
E ancora mai.
Tenetevi allora i vostri setacci patinati, le vostre ridicole illusioni, i vostri giocattoli di cartapesta. Le vostre squallide smanie, la vostra spocchia del cazzo – sì, del cazzo, dico del cazzo! – con buona pace dei benpensanti. E ‘fanculo anche a loro. Se cercavate un complice, sappiatelo, avete fallito, fallito pesantemente.
La fitta nebbia di senso che ora ci avvolge offusca ogni cosa, ne svuota il nucleo, ne succhia il vigore, avvilendo anche i fervori più limpidi. Perduta gente del deserto freddo, basculiamo sordi nella nostra stessa ombra. Viandanti rapidi al passo, pieghiamo il capo dinnanzi al nulla. Ma non sarà così per sempre, no: chè la fenice non ingoia fiele in eterno, né di polvere si nutre, pur traendone sostanza per la gloriosa rinascita.
Allo stesso modo, se noi sapremo vedere oltre, e se sapremo resistere, unendo gli sforzi in una sola grande, fattiva biomassa, allora sì, forse, avremo una speranza. Una. Quella di cui abbiamo più bisogno.
Per vedere la luce in fondo al labirinto. E far sì che quel magnifico giovenco, un giorno, possa ssere nostro…”
chicotrapella - martedì, 27 marzo 2007 | Permalink | commenti (14)
tags: cultura, riflessioni, letture, autori, sperimentazione
Oggi vorrei proporre il seguente brano, tratto da “Tricromia dell’opaco”, l’ultima visionaria – ma allo stesso tempo così eccezionalmente strutturata – creazione di Stefano Maria Carpano. Considerando la vasta quantità di spunti che offre, mi pare un’ottima base per avviare una bozza di discussione.
Buona lettura.
 
“…Adattarsi non era mai stato facile. Come un solido catalizzatore organico, avrebbe dovuto accellerare una reazione chimica, possibilmente uscendone inalterato. Ecco cosa avrebbe dovuto fare. Se solo ne fosse stato capace! Al limite decellerare lentamente… Errori che si commettono, banalmente, nell’età dell’inganno.
La sua collera ora è scarlatta, come il campo di battaglia di Wurth, sul colle scuro, e si autoalimenta in maniera inconvertibile, fagocitando il suo ego. Scende con Eveline dalla rupe più alta, senza fretta. Lei lo fissa, ma lui distoglie lo sguardo. Non è il momento. Il pensiero è altrove.
Mi sono sempre chiesto il motivo per cui Adam Lester parli continuamente della notte, specie di quella berlinese. Dopo il primo contatto col sesso, forse, ha calibrato ogni intento. Anche Raul lo sa, avendo aperto quella porta tempo addietro.
Fa freddo. Raggiunta la brughiera si sfiorano le dita, ma è solo un istante. Da lì tutto sembra più sfumato, come quei paesaggi dipinti ad ovest di Molberry. Timori. Fremiti. E’ un blow-by emozionale.
I vermi conoscono le meccaniche del tempo, facendone parte integrante. Si muovono con coscienza di causa e si nutrono di esperienze. Raul ne è sempre stato affascinato. Si ferma un attimo, scava avidamente con la mano, quasi ad afferrarne il senso. Che gli scivola via, puntualmente, ancora una volta. Lei non capisce.
E’ un problema di inadeguatezza, come dicevo. Di cronicità posizionale, di enzimi.
Ed ecco che una larva si posa sulla gamba di Eveline, fuori da ogni calcolo. Raul alza gli occhi, entrando nei suoi. Forse Lester, dopotutto, aveva ragione…”
chicotrapella - lunedì, 22 gennaio 2007 | Permalink | commenti (12)
tags: letture