Forse sono io, siamo noi ad essere sbagliati. Non so più.

Forse è il nostro modo di lavorare, di fare divulgazione, di esser sempre in prima linea, di esser sempre troppo onesti, troppo trasparenti. Forse è questo, sì. Forse la blogosfera che ci immaginiamo non esiste, o non è mai esistita. Forse noi non viviamo lo strumento blog nel modo corretto, proprio come leggevo in giro da qualche parte un paio di giorni fa, su un sito di certo molto più autorevole del nostro, e con dei commentatori di gran lunga più preparati.

Forse, anzi sicuramente, abbiamo ancora tanto da imparare per saperci muovere bene in questo strano mondo così sdrucciolevole e fittizio, che per sua stessa natura non ci sarà mai del tutto congeniale credo, e che anzi, ancora oggi, non nego ci risulti oltre modo stretto.

Quello che è certo è che fa male.

Fa male perchè ci hai messo dell'impegno, ci hai investito del tempo, delle risorse, hai speso parole, hai preso contatti, ci hai messo la faccia, ti sei sbattuto, ti sei fatto un mazzo tanto. E per cosa?

Per aprire Shiny Stat, ancora una volta, dopo mesi e mesi da quel durissimo sfogo, e trovare questo:

 

- foto veline senza mutande

- le veline nude senza mutandine

- brigitta bulgari + diego conte + video scandalo

- melissa satta nuda

- melissa satta + paris hilton + britney spears = un paio di mutande in tre

- la velina senza mutande era la bionda o la mora? devo sapere

- patonze al vento

- patonze al vento come se piovesse

- guida alla sandrona 2.0

- i migliori siti porno selezionati da matteo p

- come intraprendere la dolorosa via del pugnale

- siti intimisti gratis

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- melissa satta + miele

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- mi farei la lecciso + ho dei problemi?

- se è vero che il tronista della de filippi si è trombato una pornostar coi capelli di megaloman

- se il video di brigitta bulgari e diego conte è veramente casuale come dicono + se gli asini volano per davvero

- se è vero che ninna erre è un fake di buona fattura

- se è vero che ninna erre maneggia: uovo

 

Fa male credetemi. Fa molto, molto male.

Fa venir  voglia di mollare tutto.

Soprattutto - ed è questa la cosa più sconcertante di tutte - se certe parole, prima d'ora, non ti eri mai nemmeno sognato di scriverle, se certi argomenti qui non sono mai stati nemmeno sfiorati, se il sottoscritto ignora la quasi totalità dei suddetti argomenti e, non ultimo, se certe immagini o certi filmati (come tra l'altro si può vedere dalla foto che allego in calce) non sono mai, mai, mai state pubblicate da queste parti, e voi lettori ne siete testimoni e che Dio vi aiuti. Evidentemente esiste una richiesta talmente folle e disperata da travalicare finanche le basilari leggi dell’informatica. Ci troviamo di fronte ad un fenomeno preoccupante, allarmante, da non sottovalutare affatto. E’ l’apologia della patonza come tragico sintomo dell’irreversibile decadenza di una nazione. Dev’essere questo.

Non saprei che altro dire se non che sono disgustato. E basta.

Speriamo in tempi più felici.

 veline senza mutande

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


P.S. Domani parto alla volta di Marsiglia, per una importante conferenza sul Grande Magnete. Ve ne riferirò al mio ritorno, naturalmente se avrò ancora voglia di perder la salute per questo dannato spazio web. Ora come ora non so, devo essere sincero. Sono tremendamente depresso.

Au revoir,

C.T.

chicotrapella - martedì, 01 aprile 2008 | Permalink | commenti (9)
tags: cultura, britney spears, blogosfera, mutande, trasparenza, veline


Dicevamo della primavera lionese del ’75. Guardate, non ho nessun problema a ribadirlo: il dirompente spirito insurrezionalista emerso in queste ultime settimane ha tanto a che spartire con quella che fu – e non lo dico solo io, intendiamoci, lo dicono tutti, da Toodles a Fabozzo - una delle tre più importanti prese di coscienza collettive del ventesimo secolo. Non so prevedere se gli esiti di un tumulto interiore di tale portata si riveleranno i medesimi di allora (non sono il mago Otelma), tuttavia non mi sento di negare quella che è l’evidenza di un legame, di un filo sottile che parrebbe annodare misteriosamente tra di loro gli eventi in un bizzarro gioco di corsi e ricorsi storici, un magique tressage verrebbe da dire, quasi a significare che il passato è poco più che mera illusione di fronte ad un presente così incalzante, così ineffabile, così transeunte.

E’ l’aprile del 1975. Il giovane Jean Jacques Apollinaire – ormai lo sapete meglio di me – ha già abbandonato la sua condizione di eremita, è già sceso a Parigi, ha già incontrato Laplace e sta gettando quelle che saranno le basi della Sociètè du Abstracion Eclairè, la congrega letteraria che fonderà ufficialmente nel ’76. Un paio di mesi prima, in compagnia dello stesso Laplace, Apollinaire si era recato a Lione (città natale dell’amico) per incontrare Burneau e Fortaine e discutere insieme del progetto.

I quattro dimorano nella vecchia casa di Burneau, fatiscente edificio al 2 di Rue Saint Gobain, nel cuore pulsante del ghetto. Il clima sociale non è dei migliori. La tensione è palpabile. Il malcontento si respira nell’aria. Centinaia di persone versano in condizioni di povertà e di disagio insostenibili, condizioni aggravate dall’odiosa imposta sull’acqua, voluta dal governo e responsabile, tra l’altro, del diffondersi di molteplici epidemie dovute alla scarsa igiene personale. Il quartiere è una bomba pronta ad esplodere.

Apollinaire vive dapprima questa situazione da spettatore. Si rende perfettamente conto della gravità del contesto sociale che lo circonda, certo, ma avendo vissuto per anni come randagio tra i randagi, solo come un cane a casa di Dio, lassù in cima ai Pirenei, fondamentalmente se ne sbatte. E continua a sbattersene bellamente fino al giorno in cui incontra Valèrie, per puro capriccio del destino, da Sàndròn, rinomato caffè della Lione bene.

Valèrie è una donna bellissima, colta e sensibile, ma soprattutto Valerie è l’amante segreta di Guillarme Lapin, alto funzionario del governo francese di istanza a Lione. Lapin è uomo tanto potente quanto ambizioso ed infido. Tra Valèrie e Jean Jacques, inevitabilmente, esplode incontenibile la passione, ma è una passione minata dall’ombra lunga di Lapin, che incombe sugli amanti come la più opprimente delle cappe. Lapin non è stupido, tutt’altro, è assai scaltro, e così ben presto fiuta la tresca. La sera del 27 marzo finge di partire per Parigi e fa pedinare Valèrie da un paio di scagnozzi. La serata si conclude più in fretta del previsto con due costole rotte e una frattura al metacarpo sul conto di Jean Jacques, che viene poi legato, imbavagliato e gettato nel Rodano a rinfrescarsi le idee. Valèrie fugge sconvolta, ma nel farlo viene tragicamente investita da un’autovettura. Viene quindi portata all’ospedale in condizioni gravissime.

Ma Jean Jacques, si sa, ha la scorza di un rinoceronte. Scampa miracolosamente alle acque del Rodano e riemerge incazzato come tredici. Purtroppo per lui però ha due costole rotte e il metacarpo fratturato, così fa due passi e si accascia mestamente al suolo.

Si sveglierà due giorni dopo a casa Burneau, con una pezza in fronte e completamente madido di sudore.

Il pensiero va a Valèrie, ma subito l’amico Fortaine lo mette al corrente della situazione, avendo appreso dai giornali dell’incidente misterioso occorso alla ragazza. Nello stesso giornale, in prima pagina, campeggia il volto sprezzante di Guillarme Lapin – del tutto estraneo alla vicenda, almeno per l’opinione pubblica – il quale annuncia l’ennesimo rincaro dell’acqua a danno dei quartieri popolari della città.

E’ davvero troppo. In quello stesso istante, mentre Valèrie ancora lotta tra la vita e la morte, Apollinaire concepisce la sua vendetta.

Ancora malconcio si reca al vecchio palazzo del municipio sulla place des Terreaux, con un bigliettino in mano. Lo consegna ad una anziana segretaria raccomandandosi di recapitarlo personalmente al signor Lapin. Poi torna di corsa a casa Burneau. Scrive di getto una sorta di manifesto-lampo che divulga in ogni via, in ogni vicolo, in ogni cupo anfratto della banlieu, un manifesto in cui invita la popolazione non solo a non pagare mai più le tasse, ma anche a non utilizzare più una sola goccia d’acqua in segno di protesta, e in cui indica in Lapin il massimo responsabile dei soprusi. La lettera è a firma dalla fantomatica “congrègation du malnètt”, sotto il cui misterioso nome, naturalmente, si celano Apollinaire, Laplace, Burneau e Fortaine.
In quel mentre Lapin apre il biglietto, e subito schiuma di rabbia. In esso sono riportate queste dure, durissime parole: “Avec tien il souille de l'eau on ne laverai pas ma saleté ne pas mon cul”. Traducendo sommariamente: “Con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culo”. Niente firma in calce, se non uno scarabocchio che recita “per Valèrie”. Il messaggio è fin troppo esplicito: quel barbuto bastardo l’aveva fatta franca…
Ora Lapin è inquieto, molto inquieto. Passa una notte insonne pensando che Apollinaire potrebbe spifferare tutto; potrebbe screditarlo, rovinare il suo matrimonio, rovinare la sua carriera… Potrebbero persino incriminarlo per il pestaggio. Non può permetterlo.
Il mattino seguente bussano alla porta dello studio di Guillarme: è il suo consigliere, Philippe. Non ha buone nuove. Nella banlieu la situazione è critica. La popolazione, riunita nel nome della congrègation du malnètt, sembra essersi svegliata da un atavico torpore, e pare pronta a reagire. Lapin non sa che fare. Medita se affrontare di persona Apollinaire. Capisce che il momento è giunto. Ma non prima della seconda, terribile notizia di Philippe…
Sono le 22:37 del 31 marzo 1975 quando Guillarme Lapin, scortato da una quindicina di gendarmi, si reca al numero 2 di Rue Saint Gobain. Il volto è teso, cupo ed impenetrabile come non mai. E’ determinato e pronto ad ogni evenienza. Sotto il gabardin cela una calibro nove.
Giunti ai piedi di casa Burneau, i gendarmi intimano Apollinaire e gli altri inquilini di uscire dalla casa e di consegnarsi alle autorità per provata attività criminosa e sovversiva.
Di tutta risposta due chiappe pelose fanno bella mostra di sé dalla finestra. Ed ecco che contemporaneamente, dal terrazzo, cala anche uno striscione gigante: “con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culo!”.
La folla accorre a capannello e l’ilarità è grande, grande quasi come il diffuso malcontento. Ma Lapin d’un tratto squarcia il silenzio urlando: “Esci farabutto! Vieni fuori! Lei è morta, ed è morta per colpa tua!
Non l’avesse mai fatto.
Il volto scavato e barbuto di Apollinaire si sostituisce alle rosee chiappe, ed è un volto segnato dalla rabbia e dalla disperazione. In quell’istante ripensa alle belle serate passate con Valèrie, alle passaggiate giù a valle, in riva al fiume, a quella sera a cena, da Laurent, a lume di candela; al suo corpo morbido e profumato, che ora non era più.
“NOOOOOO!” grida di dolore nella notte.
Poi sparisce per un attimo, e al grido di “ho detto che con la tua sporca acqua non mi laverò nemmeno il mio sporco culooo!!!” ricompare brandendo alto sulla testa un bidet in ceramica, per poi gettarlo nel vuoto, giù dalla finestra, come impazzito.
Un gendarme viene colpito e cade al suolo esanime. Qualcuno spara un colpo. Un grido, poi un altro. Le guardie che fanno irruzione, la folla che avanza e che li blocca… poi un bidet che vola da una finestra – era quello di Luc, il vicino omosessuale di Burneau – poi un altro, un altro, e un altro ancora… Lapin spara nel mucchio, ma capisce di non avere scampo, così fugge, fugge disperatamente, fino a quando un bidet – quello della signora Marie sembra, l’ex prostituta cognata di Burneau, almeno secondo le ricostruzioni successive – lo centra in piena nuca, ferendolo a morte.
Nell’infuocato inferno di quella notte, Apollinaire si ritrova da solo, in un bagno mai così disadorno, a versare le sue lacrime più amare. Lapin ha pagato, ma non è servito a niente. Valèrie è perduta per sempre. Nulla sarà più come prima.
Chino con la testa tra le mani, l’uomo non ode nient’altro che i suoi muti singhiozzi, mentre là fuori, di voce in voce, di mano in mano, di banlieu in banlieu, di città in città, di regione in regione, sotto un’incessante pioggia di ceramica, si sta consumando la sua rivoluzione.
Fu a partire da quella notte che, in segno di rispetto, il bidet venne bandito da tutte le abitazioni e gli edifici pubblici, in un gesto spontaneo voluto dal popolo e compiuto affinchè non si potesse dimenticare.
Che l’arroganza non paga. Che l’uomo nasce libero. Che le rivoluzioni partono sempre dal basso. Ma soprattutto per non dimenticare lei, la dolce Valèrie, il suo sacrificio, il suo amore spezzato.
E fatemi un piacere: la prossima volta che date dei merdoni ai francesi, anche voi, pensateci due volte adesso.

chicotrapella - martedì, 19 febbraio 2008 | Permalink | commenti (19)
tags: cultura, mutande


La Delinking Week è stata veramente intensa. Intensa e fruttifera, sotto tanti punti di vista, specie per voi amici bloggers. Il coraggio è stato premiato, ancora una volta, trasformando l'impossibile in possibile, il sogno in realtà, la realtà in magia, la magia in sogno. Ed ecco che il germe della speranza ha attecchito, dapprima timidamente, poi sempre più con forza, con tenacia ed appassionato ardimento, crescendo piano e sbocciando infine in quella che io definirei una straordinaria presa di coscienza collettiva, una croissance cognitive davvero sorprendente di questi tempi, che per certi versi mi ha addirittura ricordato la primavera lionese del ‘75. Sorprendente, sorprendente è la parola giusta. Sono fiero di voi.

Il pachidermico convoglio-titanic non è ancora al sicuro, no, eppure venerdì scorso ho avvertito distintamente un vigoroso colpo di timone. Credo che ognuno di voi l’abbia avvertito. La nave ha ondeggiato a lungo, paurosamente, nel buio, ma ora siamo qui, ci siamo, ci siamo ancora e venderemo cara la pelle, potete scommetterci; rimarremo saldamente abbarbicati alla speranza con tutte le forze delle quali disponiamo, caparbi come mai, affinchè la speranza stessa non affondi insieme a noi, insieme all’ultimo di noi.

E’ una grossa responsabilità, me ne rendo conto. E’ una sfida che la Fucina si sente di accettare per non tradire se stessa e la propria identità. Abbiamo ragionato a lungo in questi giorni, e una volta di più vorremmo rassicurare i tanti che ci hanno scritto allarmati paventando un improvviso cambio di programma nella nostra linea editoriale. No, amici, niente affatto. Non temete. Non ci vedrete né cospargerci di miele né cantare Mariah Carey, né ci udirete gemere in un’umida vasca da bagno. So che a qualcuno piacerebbe ma noi non lo faremo. Non a breve termine almeno. No. Noi non ci svenderemo al primo offerente. Non tradiremo la nostra missione. Non twitteremo, giammai, noi non twitteremo. Non scriveremo su Grazia, non affronteremo il tanto discusso tema peperoni, pur consapevoli del fatto che il tema peperoni, oggi, tira come una bestia e ti consente frotte di accessi facili. Tutto ciò a noi non interessa. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, con grande umiltà. Continueremo a divulgare e a fare cultura senza mutande e lo faremo con lo stesso identico spirito del primo giorno, credetemi, potete state tranquilli. Non cambieremo. Rimarremo noi, rimarremo Fucina, fino alla fine.

 

p.s. Per chi desidera approfondire l’argomento se ne parla a lungo anche qui.

chicotrapella - lunedì, 11 febbraio 2008 | Permalink | commenti (4)
tags: riflessioni, manifesto, servizio, blogosfera, mutande, trasparenza

Così mi espressi qualche tempo fa – lo ricorderete – al termine di un duro, durissimo sfogo a proposito dell’annosa questione template. E a livello concettuale, ci tengo a precisarlo, la mia posione non sarebbe, o meglio non è, cambiata di una sola virgola. Se non che.
Se non che un mesetto fa, in maniera del tutto fortuita a dire il vero, conversando del più e del meno col mio amico Igor, titolare dell’omonima Triplat Design, salta fuori questa cosa. Ed ecco che lui – il solito incontenibile vulcano di idee – me la butta lì, tanto per. No, non ne voglio nemmeno sentir parlare, rispondo io. Figuriamoci. Insisto, mi fa lui. No, no davvero, ribatto io: la Fucina è sostanza, non mero involucro, non vuota crisalide. Eppure se io… Senti Igor, ti ho già detto… Ma ti assicuro che… Sei testone eh! Chico, ascoltami… No! Sì! Ma. No. Sì. No. Sì. No. Sì. No. Beh, insomma per farla breve: sì. Dannato Igor, vecchia carcassa putrescente. Sì.
Ed eccoci qua.
Il risultato è sotto i vostri occhi, lo vedete, ed ora devo essere onesto al cento per cento: non me ne pento affatto. Al contrario. In neanche venti giorni Igor e il suo team hanno partorito un layout che è un’autentica chicca. Snello, lineare, senza fronzoli. Essenziale, diretto, sincero, in pieno stile Fucina. Sobrio di quella sobrietà che sa di autorevolezza, non di scialbo minimalismo. Audace e moderno (si potrebbe già parlare tranquillamente di nuovi dettami stilistici per il 3.0 – o almeno così mi dicono), ma che al contempo ci rimanda con la mente a tutta una serie di importanti richiami artistici del passato, uno su tutti l’evidente tributo all’Incudine di Moreau che si staglia, massiccia ed imponente, ad accogliere sotto di sè ed in sè l’avventore di turno. Un vero e proprio bastione metallico in grado di conferire protezione e ristoro, ma non solo. L’allegoria è fin troppo lampante se stiamo parliamo di una fucina. Ed ecco allora che prontamente fa la sua comparsa anche il fuoco, altro elemento decisivo; il fuoco con la sua energia e il suo dirompente calore, fuoco che tutto modella e plasma, trasfigurando, mutando, forgiando e rimodellando ancora. E’ incredibile come sia stato possibile racchiudere un potere evocativo di tale portata in una manciata di pixel, eppure quel semplice rettangolino del logo, se possedesse il dono della parola, ci direbbe esattamente questo. Pare di sentirlo.
Ancora due parole sul sottotitolo del blog, che come avrete certamente notato è stato lievemente riadattato. Fucina Trapella rimane tuttora un avamposto, così come recitava il vecchio slogan, e ne conserva in toto lo spirito. Sotto questo aspetto ci tengo a rassicurarvi (lo dico perché immagino che alcuni di voi, probabilmente, avranno storto il naso). Abbiamo ritenuto però opportuno soffermarci su quelli che per noi, ad oggi, rappresentano i tre concetti cardine della nostra esperienza: sperimentazione, divulgazione, cultura. Quale sconfinato universo si apre al dolce suono di queste tre parole! Abbiamo intenzione di esplorarlo ancora, questo universo, e vogliamo farlo proprio così, alla nostra maniera, a muso duro e senza scendere mai a compromessi. Eh no, mi spiace, su questo aspetto non transigo. Sperimentazione, divulgazione e cultura sono e resteranno sempre imprescindibilmente ed indissolubilmente legate tra di loro, ma se ad una, se ad una soltanto verrà imposto un bavaglio, ecco, allora sarà la fine. Da qui la provocazione: quel cultura senza mutande che vuole significare cultura vis-à-vis, ovvero cultura senza nascondimenti, senza legacci, dunque senza vergogna e dunque senza veli.
Ce la faremo, lo so, lo sento.
Nel frattempo, buone feste a tutti voi.
chicotrapella - martedì, 18 dicembre 2007 | Permalink | commenti (16)
tags: cultura, generale, manifesto, mutande, arte visiva, template o templates

Parlare di sesso, oggi, è fin troppo facile. Si rischia - anzi, possiamo dire che si ha la certezza - di scadere nel banale, di rotolarsi nel più becero conformismo (becero perchè malamente mascherato da pseudo-trasgressione), di tracimare nel volgare, nel dileggio, nella cialtroneria. Ed ecco che senza neanche accorgertene, pressochè inesorabilmente, un bel momento ti ritrovi lì a cantare osteria numero nove abbracciato al beone di turno, sguaiatamente svoltato sul bancone di un bar, mentre i soldati, casomai, son là che fan le prove. Perché poi succede questo. E non lamentiamoci, dopo, delle varie Melisse P e dei vari colpi di spazzola sparati a casaccio, così, tanto per spazzolare, perché ogni Paese ha la letteratura che si merita in fin dei conti. Eh sì. Ce la siamo cercata e ce la siamo meritata tutta, cari miei. Abbiamo voluto alimentare una sottocultura rozza, infantile e superficiale? Bene. Adesso però son cazzi da cagare – scusate il francesismo – e non c’è più muro che tenga, per quanto duro possa essere. Abbiamo voluto fare le belle fighe? Ci siamo voluti sfamare unicamente di pappine inconsistenti mentre in Europa – Francia, Gran Bretagna, ma anche Svezia, Danimarca e paesi dell’Est – tutti gli altri crescevano, si svezzavano e mettevano i denti? Bravi. Ora però sapete cosa c’è? C’è che loro sono in tribunale, loro, e noi altri invece siamo qui all’ospedale, ammaccati e malconci, condannati a leccarci le ferite neanche fossimo tornati agli anni venti. Peggio che negli anni venti. E ditemi voi: ci abbiamo forse guadagnato? Si è forse rivelato vantaggioso questo modo di agire?
Osteria, no.
Beh, la visione del sesso fornitaci da Fabius Delapandoraine è – grazie al cielo – del tutto antitetica a quanto esposto poc’anzi. Ed è incredibile pensare come un libro di oltre trent’anni fa possa, tuttora, essere così denso di autentica modernità di esposizione e lucidità intellettuale pur non scendendo mai, dico mai a compromessi. Mi riferisco ovviamente a Oublier le burace, sconcertante romanzo che l’autore parigino scrisse nel suo periodo lionese, il più fecondo, quello che segue cioè il decisivo incontro con Apollinaire (siamo nel luglio del ’74).
oublier le burace
Intendiamoci, Oublier le burace non è un certo un libercolo per caste monachelle. Anzi. Cazzi e fighe sono disseminati un po’ ovunque all’interno del testo – va detto – ma sempre con grande cognizione di causa, sapientemente, incisivamente, con perizia da laboratorio. Mai, e sottolineo mai, in maniera volgare. E’ il vissuto dell’autore che irrompe prepotentemente in ogni pagina, col suo perenne carico di dolente stupore. Delapandoraine sceglie così di farsi cantore del sesso, dell’amore e dei sentimenti in un modo del tutto nuovo e sorprendente, ripercorrendo insieme a noi e per noi una tormentata liaison personalissima, torrida e carnale, la più importante della sua vita diremo, quella che lo segnerà per sempre.
Il libro – altra particolarità – non è suddiviso in capitoli, bensì in tappe d’amore. Egli concepisce infatti la struttura del racconto come una sorta di visita guidata all’interno di noi stessi e delle nostre angoscie relazionali. I fantasmi del sesso tutto pervadono spaventevolmente, ululando ed agitandosi a tal punto da divenire tremendamente reali e concreti, materializandosi infine in un oggetto ben preciso ed altamente simbolico: il burazzo.
Burazzo allegoria della paura, dunque, ma non solo. Burazzo che travalica il tempo e lo spazio, e che tutto avviluppa. Burazzo che si intromette nella vita di coppia, di soppiatto; burazzo che opprime, che insabbia, burazzo che mortifica. Burazzo come strumento di contenzione ultimo, l’indesiderato, l’onnipresente, l’incomodo. Burazzo che diventa una vera e propria ossessione per lo scrittore (bellissima la scena in cui lui, esasperato, vorrebbe dargli fuoco ma non ci riesce, arrendendosi infine al suo volere). Le dinamiche di coppia vengono messe alla prova e sviscerate a tal punto da risultare comiche nella loro drammaticità, generando un mécanisme du grotesque che ha del sensazionale, e che a tratti sfiora il sublime. Come nell’episodio dell’aeroporto – altra chicca – o in quello della lavatrice, o ancora in quello dell’idraulico e delle babbucce. E così via su questa falsa riga, in un crescendo di tensione sentimentale che sfocerà nel terribile grand guignol finale: l’avvento della sagoma nera, quella fantomatica zenza caduca la cui presenza si avverte costantemente nella narrazione, fin dal principio, pur senza manifestarsi interamente nella sua corporeità.
Ma ora non vorrei svelare troppo.
Quello che un po’ dispiace invece è prendere atto di come, ancora una volta, l’editoria italiana abbia perso l’ennesima occasione d’oro, riducendosi nuovamente a banalizzare il tutto cercando di re-inscatolare un prodotto come questo, di altissimo livello, in quegli standard di bassezza che ben conosciamo e di cui parlavo all’inizio. Al solito si punta sulla vendibilità a prescindere, e chissenefrega se il prezzo da pagare è quello di stravolgere a priori un messaggio. Sono cose che fanno stocere decisamente il naso. Da qui la scelta infelice di tradurre Oublier le burace con un ben più ammiccante (ma alquanto scontato ed ingeneroso) Senza mutande, con tanto di copertina furbetta a fungere da richiamo per lettori un po’ sprovveduti. Una versione patinata ed edulcorata (in cui i tagli e gli adattamenti si sprecano) che grida vendetta, frutto di una bieca operazione commerciale che va a snaturare profondamente l’anima dell’opera trasformandola in una sottospecie di moderno fotoromanzo pornosoft.
Che dire? Un film già visto. Forse qualcuno è convinto che la cultura, oggi, per sopravvivere, non possa fare a meno di questo genere di espedienti, di questi mezzucoli, senza mutandeveri e propri trucchetti da prestigiatore da parrocchietta di periferia. Bah. Forse, è probabile, questi signori sono poi le stesse persone che ritroveremo giù al bar, la sera, allegrotti et sempliciotti, a sgolarsi con l’osteria numero nove. Mi pare di vederli, ‘sti fenomeni. ‘Sti geni del marketing. Gentaglia senza scrupoli che munge senza ritegno dorati greggi senza cervello. Lasciando loro Senza mutande. E noi senza parole.
chicotrapella - lunedì, 19 novembre 2007 | Permalink | commenti (11)
tags: cultura, letture, autori, mutande, stroncature


Mi accingo a scrivere questo post con una punta di irritazione, non intendo nasconderlo.

La gioia e l’esaltazione vissute recentemente – vedi Monvalle e vedi De Rimondi, ma anche altri succosi progetti che si stanno concretizzando in questi giorni – sono sacrosante, ma non devono minimamente indurci a perdere il contatto con la realtà. Una realtà, lo sappiamo, terribilmente arida, desolata e desolante, una realtà che mai come adesso sembrerebbe compiacersi del suo lato più buio, più triste.

 

E’ pratica diffusa, tra i giovani bloggers, quella di spulciare tra le chiavi di ricerca, o referrers, o referral, o so ben io/lascia pur dire a loro. Tra le tante abitudini discutibili che costoro si ostinano a portare avanti, questa, per lo meno, mi sembrava un’operazione carina, simpatica, innocente.

Ripeto: carina, simpatica e innocente.

E qui, perdonatemi, pur non essendo persona avvezza alle volgarità gratuite – mi conoscete – corre l’obbligo di un secco, oserei dire doveroso‘sto cazzo.

 

Che delusione…

Analizzando il mese di settembre 2007 i dati sono a dir poco sconfortanti. Fanno venir voglia non dico di mollare tutto, questo no, ma di mollare Shiny Stat almeno sì, perché proprio allora mi dico che non ne vale la pena. E non sto parlando di quantità di accessi, sia chiaro, che quelli li abbiamo sempre lasciati volentieri al trionfatore del MHB e al suo giardiniere (senza offesa intendiamoci; anzi, li saluto). Qui stiamo parlando di altro: parliamo di attitudine alla cultura, parliamo di ricerca del bello, di ansia del bello, di slancio intellettuale, di vero interesse della gente verso un ideale più alto, da inseguire con passione e sacrificio ogni giorno di più, e ancora e ancora.

E invece no, niente di tutto questo. Credetemi amici, se vi dico che aprire quella finestra è stato un po’ come affacciarsi su di un pauroso abisso senza fondo in cui il nulla alberga sovrano, sinistra proiezione dei più cupi recessi della mente umana.

 

Britney Spears. Paris Hilton. Nude. Senza mutande.

 

Ecco, papale papale, che cosa cerca la gente. Ecco che cosa la gente vuole, che cosa la gente si aspetta da questo blog, dal web, dalle istituzioni, dalla società intera. Cultura? Bello? Impegno? Crescita intellettuale? Macchè. Britney Spears e Paris Hilton, possibilmente nude e possibilmente senza mutande. Ecco tutto. Altro non serve. Il resto è out, roba vecchia, spazzatura, così come qualcuno auspicava da tempo, probabilmente, in nome di una pseudo ideologia plasticea, mediocre, omologante, piatta. Drammaticamente piatta, come da copione.

Beh, signori miei, se è questo che volevate sentirvi dire eccomi qui, eccomi a decretarlo, solo con un filo di legittima amarezza: avete vinto.

Non sono io, è Shiny Stat stesso a recarne testimonianza, tragico specchio di una realtà distorta, sanguinoso campo di battaglia profanato da un nemico senza scrupoli, che gode nel procurarne scempio.

 

45 chiavi settembrine di ricerca.

Ecco allora che qualcuno, timidamente, si affaccia digitando “trapella”, o “fucina trapella”, o si produce in un temerario “rui mong”. Apprezzabile, ma parliamo di tre, quattro persone. Mosche bianche. “Apollinaire”, “Laplace”, “De Rimondi”, ecco arrivare qualcun altro… e poi “serroni via del pratello”, sì, forse ci siamo… qualcuno che si interessa al centro civico, agli spettacoli… la speranza è viva… forse non tutto è perduto…

No, amici miei, no. Finiamola di illuderci.

In tutto fanno 14 chiavi di ricerca su 45. 14 su 45.

 

Le restanti 31 (ben il 69%, e non credo si possa parlare di coincidenza a questo punto) non sono altro che uno stucchevole minestrone di quelle quattro parole che ora non voglio ripetere, reimpastate, reimpapocchiate in tutte le salse possibili e immaginabili: e le voglio senza censura di qua, e le voglio in un video di là; e le voglio in foto di su, e le voglio in padella di giù. Noioso nonché irritante, a maggior ragione se le intenzioni che ci muovono sono ben altre e ben più nobili. E quasi quasi dimenticavo, ciliegina sulla torta, i 3 in cerca di “studenti arrapati”… Che tristezza.

Non sono un moralista né un bigotto né un censore, non lo sono mai stato, eppure ora ne ho le scatole veramente piene, lasciatemelo dire. Solo l’idea che tutte queste persone si presentino in Fucina barzotte mi indispone in un modo che non potete capire. E perché poi? Solo perché una volta – in un contesto di un certo tipo, molto più complesso e articolato – sfiorai l’argomento? Siamo messi male.

 

La mia speranza inizialmente era che un post di questo tenore potesse rappresentare una sorta di deterrente per l’esercito dei suddetti barzotti. In questo momento però, mentre sto scrivendo, questa prospettiva mi appare già fin troppo utopistica e farraginosa, se non anacronistica.

Non credo sia la soluzione al problema.

Pertanto: fate quello che volete. La Fucina è pur sempre (anche) un blog di servizio, lo sapete, quindi andate, andate pure, abbuffatevi tranquillamente delle vostre malsane proiezioni immaginifiche, fatevi una bella scorpacciata di mutande di Britney Spears o di chicchessia alla mia salute, gozzovigliate in compagnia dei vostri discutibili feticci virtuali. Proseguite imperterriti sulla tormentosa via del pugnale, se proprio lo desiderate, se è questo che sapete fare meglio. E’ la Fucina stessa che vi esorta, che vi sprona e che vi smista, parimenti ad una stolta mandria di bovini: di qua, di qua, di là. Per Britney a destra, per Paris a sinistra. Mutande sempre dritto. Per gli studenti arrapati, al semaforo, chiedere.

 

Andate in pace, cari miei, sfogatevi, ma se tornate qui almeno abbiate la decenza di farlo a mente fredda, che di tempo da perdere noi non ne abbiamo. Dobbiamo lavorare. E se c’è una cosa della quale proprio non abbiamo bisogno è una patetica banda barzotti smidollata e cialtrona, che versa in condizioni pietose irraccontabili persino ai suoi stessi simili.

Bonne chance.


shamestat
chicotrapella - lunedì, 08 ottobre 2007 | Permalink | commenti (19)
tags: cultura, riflessioni, servizio, britney spears, blogosfera, mutande, trasparenza
E’ interessante, davvero molto interessante lo studio realizzato dal professore tedesco Alexander Khermes in merito all’intelligibilità visiva preliminare, sviluppato in collaborazione del Dipartimento di Scienze Filologiche Sperimentali dell’Università di Hannover.
Profondo conoscitore della letteratura sassone nonché stimato semiologo internazionale, dopo aver tenuto per oltre dieci anni la cattedra di storia comunicativa medioevale al prestigioso Rineal Dext Institute di Amburgo, l’esimio professore ha seguito diversi progetti di carattere formativo e sociologico a livello europeo, finalizzati a promuovere una nuova cultura dialogica basata sullo scambio de-contestuale, che valorizzasse cioè le dissimilitudini – come lui stesso ama definirle – tra i diversi popoli, usi e costumi, attingendo dal grande serbatoio della storia quei valori che, se e solo se conformi alla carta deontologica stipulata dall’Associazione Interculturale Middeleuropea, potessero rilanciare fattivamente quel meccanismo di produttività linguistica da tempo sopito (per lo meno in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia).
Ed è proprio in seno a questa delicata attività che si è sviluppata nella sensibilità del professore un’ulteriore esigenza educativa, per molti versi così essenziale, indissolubilmente legata al discorso dell’ermeneutica intesa come valore aggiunto di una moderna società civile; parlo naturalmente dello studio della IVP (intelligibilità visiva preliminare), che è un po’ da considerarsi come la naturale continuazione del costante percorso di ricerca intrapreso dall'intellettuale tedesco.
Nata inizialmente come materia sperimentale, l’IVP ha raccolto nell’ultimo biennio un’infinità di consensi, ed oggi sta dispensando, e a piene mani, i primi succosi frutti.
Tutto ciò è ampiamente trattato all’interno del fascicolo ALKH07, redatto dal professore insieme ai ragazzi di Hannover, fascicolo che aiuta a capire – in un linguaggio estremamente semplice, comprensibilissimo, adatto anche ai non addetti ai lavori – quanto l’IVP giochi un ruolo cruciale nell’ambito dei nostri modelli comportamentali rapportati alla sfera del sociale.
Ma quali sono le sostanziali novità introdotte dallo studio? Beh, sono davvero un’enormità.
Senza dubbio va citata l’ampia dissertazione in merito ai prolassi consequenziali di significato, che prende spunto dalla progressiva erosione di senso già trattata in passato da Alley e Stevenson, con riferimenti incredibilmente coerenti alla realtà che tutti noi viviamo ogni giorno (corredati da una serie di slides esplicative davvero ben fatte). Pregevole ed illuminante anche la demolizione del concetto di ibridazione dialogica, un vero scacco matto in tre mosse (per certi versi davvero cinico e spietato) che non lascia possibilità d’appello ai suoi demiurghi, Montagna in primis. Mi sento tuttavia di affermare che il nocciolo dello studio, dell’intero studio probabilmente, sia racchiuso nel capitolo 19, intitolato in maniera del tutto provocatoria dumm-derjenige-der-lesenstrasse (letteralmente scemochilegge: un chiaro riferimento, anche giocoso, al più classico dei paradossi linguistici di ogni tempo).
E’ qui che, non prima di una prefazio storica dettagliatissima, che aiuta a comprendere le origini più antiche di un vero fenomeno di costume, ci si addentra nel vivo del discorso.
Come mai – si chiede il professore – come mai ci troviamo sempre più spesso di fronte ad un deterioramento così radicato della tensione cognitiva? Come si spiega il disinteresse, il volontario quanto sconsiderato digiuno da parte dei giovani, ma anche dei meno giovani, riguardo alla produzione letteraria di livello per così dire “alto”? Esiste una sorta di rigetto? Di apatia? Di svuotamento?
Le risposte – va detto – non sono affatto confortanti.
Dati alla mano, quello che emerge è un drammatico allontanamento dal modello di Hexagon dovuto principalmente a motivi quali vita frenetica, immaturità, mancanza di valori, superficialità. Il problema è che non si ha più tempo, non si ha più tempo per leggere, assimilare, ragionare, capire, crescere.
Tutto ciò è molto grave.
L’esempio riportato nel capitolo 19 è davvero illuminante in propostito, oltre che terribilmente reale. La gente non ha tempo, i giovani non hanno tempo, i lettori non hanno tempo. Ad un palmo dal proprio naso ecco un testo di autentico spessore ma niente, niente da fare, non c’è tempo, non c’è tempo per leggerlo, non c’è tempo per interiorizzarlo. E che cosa fa allora il nostro simpatico lettore moderno? Semplice: sorvola, svicola, non approfondisce, giudica in maniera superficiale. Dà un’occhiata alle prime righe, a qualche grassetto magari, certo, e pensa di aver capito già tutto, il furbone. Quante volte sarà capitato anche qui tra le pagine di Fucina Trapella! Ahime, quante volte!
E’ uno studio di una concretezza impressionante.
Sostiene il professor Khermes che di fronte ad un testo impegnato soltanto una persona su 10 decide di mettere in discussione il proprio tempo, dedicandolo all’assimilazione dei contenuti (operazione talvolta impegnativa, senza dubbio, ma allo stesso tempo così indispensabile). Gli altri nove no. Gli altri nove si ritengono più scaltri, probabilmente. Superiori. Più fichi. A loro basta qualche dannata riga e qualche fottuto grassetto per decidere che il tal argomento non è degno di interesse. Se poi i grassetti si diradano allora ciao, si passa ad altro, si corre subito via, via, a giocare alla Playstation o a guardar la De Filippi. Khermes si scaglia duramente contro questo malcostume diffuso e nel paragrafo tecniche pratiche di sub-assimilazione concettuale la sua posizione viene esplicitata senza mezzi termini.
Un testo di tipo A – afferma il professore – potrebbe finanche contenere i peggiori epiteti del mondo, magari rivolti allo stesso lettore (ricordate il titolo del capitolo 19?), e questi con grande probabilità potrebbe assimilarli involontariamente, subliminalmente per così dire, rendendoli effettivi proprio a causa del suo stesso modo di fare sconsiderato, colpevolmente superficiale. E’ possibile che all’interno di questo ipotetico testo siano presenti – è solo un esempio, intendiamoci – parole come faccia del tuo cazzo, coglione, rimbambito, rintronato, scellerato, mentecatto, bagaglio, bagiano, zavaglio, testa di pube, glande raffermo, vulva rinsecchita, pezzo di melma, bestia con la parola, cesso vivente, rottame ambulante, feccia della società, puss del mondo, gran pezzo di sterco di capra andato a male, uomo-merda, poveretto, pover’uomo, cazzone avariato e via di questo passo, soloper citarne alcune. Niente di più facile. E’ incredibile come questi termini potrebbero essere presenti, ovunque, sparsi qua e là all’interno dell’ipotetico testo, e il lettore medio neanche se ne accorgerebbe (nove volte su dieci). Perché tanto ci sarà sempre un rassicurante grassetto al quale aggrapparsi, come folle baluardo d’approssimazione mentale dal quale risulterà fin troppo facile librarsi in aria per sorvolare a volo d’uccello l’intero testo, bellamente, spensieratamente, mettendo così a tacere la propria coscienza critica.
E’ triste, lo so. Eppure pare proprio che sia così, almeno secondo lo studio condotto dal professore.
Mi chiedo a questo punto se veramente anche qui alla Fucina Trapella questo fenomeno sia accaduto o possa accadere, e con quale frequenza. Spero francamente il meno possibile (e lo spero più che altro per voi lettori).
Tuttavia sono convinto che il nostro sia per la maggioranza un pubblico attento e preparato, che non si lascia certo intimidire da un testo apparentemente più lungo dela media, magari condito da qualche parolina difficile.
Io lo so che siete così, lo sento. So che non fate parte di quei nove. Datemene testimonianza, vi prego.
Altrimenti, beh, è anche inutile che ve lo dica.
Perchè in fondo – ed è proprio questo il bello del paradosso Khermesiano – ve lo sareste già detto voi stessi, in autonomia.
chicotrapella - mercoledì, 30 maggio 2007 | Permalink | commenti (13)
tags: cultura, riflessioni, generale, autori, britney spears, mutande, dibattiti, sperimentazione
A seguito delle roventi polemiche scatenate dal precedente post, polemiche senza dubbio costruttive, certo, ma in parte anche contaminate, spiacevolmente contaminate devo dire da dosi massicce di astiosità, illazioni gratuite e malafede, sento il bisogno di precisare un paio di cose importanti. Molto importanti. Ne va dell’intera credibilità del progetto-Fucina.
Premetto che non mi esprimerò ulteriormente sulla questione Grande Magnete, non per ora almeno. Gli animi sono ancora fin troppo infuocati ed io non sarò così sciacallo da cavalcare questa onda emotiva per un mio tornaconto personale a livello di visibilità, no davvero.
Tuttavia vorrei fosse chiaro, una volta per tutte, ciò che deve aspettarsi o non aspettarsi il lettore da questo nostro blog, e cosa noi dobbiamo al lettore in termini di servizio, al fine di evitare sgradevoli fraintendimenti futuri.
 
E allora per prima cosa, con estrema serenità, a nome della Fucina tutta desidero dirti questo, carissimo lettore-avventore: che se sei in cerca di informazione spicciola, disimpegnata, da bar sport, questo non è il posto che fa per te. Sono desolato. Non ti deprimere però, mi raccomando, non arrenderti così facilmente caro avventore un po’ superficialotto. Che di bar sport il mondo è pieno, pullula; guarda: ce n’è uno proprio lì all’angolo. Quindi vai, accomodati pure. E fatti una bella sorsata di tragico niente alla mia salute.
Però dopo, per cortesia, evita di presentarti qui, sbronzo, a pisciarmi le tue mediocri sentenze sulla moquette del salotto.
Caro avventore, sei per caso in cerca di facile pubblicità per il tuo imperdibile, fantasmagorico blog? Okay, in fondo non c’è niente di male, lo capisco, è più che legittimo il desiderio di condividere con gli altri le proprie idee e la propria interiorità. Del resto a chi non interesserebbe sapere dettagliatamente che ieri, subito dopo che avevi litigato così furiosamente con la tua fidanzata perché ti eri dimenticato di videoregistrarle l’ultima puntata di Uomini e Donne hai deciso di prenderti finalmente del tempo per te stesso e hai fatto quella rilassantissima passeggiata al mercato rionale dove tra l’altro sei riuscito finalmente a reperire quella rarissima statuetta del presepe proprio quella del pastore albino che pensavi di non trovare mai ma proprio mai mai mai più? Certo io non me la sento di escludere a priori l’esistenza di un qualche squilibrato che desideri veramente sapere tutto questo.
Però ti prego, se puoi, almeno, cerca di non venire qui a chiedermi di votarti al tal-concorso del tal-tizio del tal-sito, spudoratamente, senza alcun ritegno. Altrimenti fallo, fallo pure. Ma sappi che la cosa migliore, la più bella che ti potrà accadere è che io non ti voterò. Tutto il resto (leggi: il modo più efficace per fartela pagare frantumandoti quel briciolo di reputazione che ti è rimasto) lo valuteremo, e attentamente, di volta in volta.
Caro il mio avventore birichino nonché porcellone, sei forse tu in cerca di una frizzante emozione virtuale, di un effimero squarcio di piacere che, per quanto fuggevole, ti aiuti ad emergere dalle grigie miserie della tua vita quotidiana? Bravo. Ma Fucina Trapella non è il sito che fa per te, fattene una ragione. Qui non troverai immagini di Paris Hilton nuda, né foto di Britney Spears senza mutande, né video di Paris Hilton e Britney Spears nude e senza mutande. E a dirla tutta temo che non le troverai nemmeno col cappotto. Così come non troverai quei filmati girati a scuola col telefonino, quelli tanto di moda al giorno d’oggi, quei video che stai cercando da giorni e giorni con copiosi rigagnoli di bava alla bocca – ma guarda come ti sei ridotto – , quelli in cui gli studenti del liceo se la fanno con l’insegnante che se la fa con la preside mentre altri studenti arrapati filmano la bidella che si tocca pensando a Britney Spears nuda insieme a Paris Hilton senza mutande. O era il contrario, non ricordo. Ma io dico: ci rendiamo conto a che punto siamo arrivati?
Ricapitolando: qui non troverai nessuna foto, immagine, video, filmino o filmato che dir si voglia che possa riguardare gente nuda o in atteggiamenti compromettenti e/o promiscui, deprecabili, fini a sé stessi. In altre parole se sei in cerca di materiale che abbia a che fare con il sesso inteso come pornografia, con la pornografia intesa come sesso, con Paris Hilton intesa come nuda o con Britney Spears intesa come senza mutande – era lei quella senza mutande mi sa – e tutto questo magari lo stai cercando gratis – eh beh certo, gratis, perché abbiamo pure il braccino corto – se stai cercando tutto questo dicevo, allora sappi che qui alla Fucina Trapella non lo troverai.
Non solo. Sarà lo stesso staff di Fucina Trapella a farsi carico personalmente e con discrezione del delicato compito di informare tua moglie, o chi per lei, a proposito delle tue scorribande proibite sul web.
Caro il mio bel avventore.
Già. Avrei tante altre cose da dirti, ma forse è il caso che mi fermi qui.
Anzi no.
Perché io lo so come sei fatto. Tu pensi di poter venire qui a criticare tutto, tutto quanto, tipo che so, ne dico una, il template. Sì, proprio quello che stai osservando in questo momento con quell’aria da infelice.
Ti fa vomitare, non è vero?
Beh, ci stiamo lavorando. Scusa tanto se non siamo dei perdigiorno come te, fannulloni che non fanno altro che stare al pc, a mettere insieme tag, a dispensare links, a testare tools. Il tuo template è più fico del nostro, e con ciò? Qui si bada ai contenuti. Non mi parlare di template, allora, non mi parlare di template di wordpress, che sono meglio dei template di bloggers, che sono peggio dei template di splinder, che assomigliano ai template di ‘sto cazzo, di ‘sto grande, grandissimo, beneamato cazzo. Non parlarmi di template. Non so neanche come si scrive la parola template, amico, se il plurale è template o templates, pensa un po’. E poi basta: ho detto non me ne parlare.
Chiedo scusa se ho alzato leggermente i toni, spero che nessuno se ne sia avuto a male. E’ che certe cose mi mandano al limitatore, sul serio, mi offuscano la ragione e purtroppo non so che farci; è più forte di me, chiedo venia. Come ad esempio quel brutto modo di fare che avete voi bloggers, o almeno alcuni di voi – i più meschini – di sfoggiare ad arte un campionario collaudato di trucchetti di una bassezza disarmante, pietosa, al fine di convogliare presso di voi i visitatori più sprovveduti, seminando qua e là manciate e manciate di parole-esca quasi foste vili bracconieri senza scrupoli, miserabili cacciatori di frodo dell’attenzione altrui, indebitamente carpita, impunemente sottratta.
No, non si fa così.
Fucina Trapella prende le distanze da questa folle giostra, da questo squallido teatrino, ed eccomi qui a ribadirlo a gran voce.
 
In ultima analisi, ecco perché il nostro amato lettore-avventore, esule e naufrago nello sconfinato quanto sconfortante oceano del nulla, sa di poter trovare in Fucina Trapella un approdo diverso, accogliente, costituito da solide fondamenta.
Egli sa che potrà bussare con fiducia alla nostra porta e ad accoglierlo sarà il bello, l’arte, la cultura. Ma anche e soprattutto la sperimentazione, la ricerca, l’approfondimento. Sentieri non battuti per giungere allo sviluppo, oserei dire alla esaltazione ultima della sensibilità collettiva ed individuale, con impegno, perché no, anche con fatica.
Perché questa rimane pur sempre una Fucina, non dimentichiamocelo: da focina, ovvero officina, ma allo stesso tempo anche da focus, focos, vale a dire un luogo dove si suda e si lavora, dove si produce, si plasma, si forgia, sospinti da un fuoco creativo che tutto infiamma e monda, monda e infiamma, vigoroso ed instancabile.
Ed è anche un avamposto. Posto-avanti. Sì, prima di tutto perché siamo ben consapevoli di quanto sia necessario anticipare i tempi, se non si vuole poi correre il rischio di rimanere impantanati nelle torbide paludi del vecchio. Ma soprattutto perché c’è una guerra in atto. Una guerra sommersa, probabilmente, ma non per questo meno drammatica. Il nemico è alle porte! Sveglia! Appiattimento culturale, omologazione del pensiero, povertà di contenuti, queste le sue infide armi. E noi siamo chiamati a resistere.
Ecco perché c’è bisogno di un avamposto. Ecco perché c’è bisogno di Fucina Trapella.
 
Bene. Dovrebbe essere tutto per ora.
Mi scuso per la lunghezza dell’intervento, d’altronde capite anche voi quanto fosse indispensabile. Spero di aver dissipato eventuali dubbi e perplessità. Non mi aspetto un unanime consenso popolare, sarebbe sciocco ed utopistico da parte mia, anzi, lungi da me. Quello che mi auguro, piuttosto, è di aver contribuito a creare un clima di interscambio formativo decisamente più mite e disteso, che ci consenta di continuare a camminare insieme nella maniera più proficua possibile.
Se sapremo lavorare in questo modo, con grande pacatezza e senso di responsabilità, sono sicuro che presto potremo permetterci di riaffrontare anche il discorso Grande Magnete.
 
C. Trapella