Diciamolo pure apertamente: a noi della Fucina le smancerie non piacciono e non sono mai piaciute. Non ci piacciono i romanzotti adolescenziali, non ci piacciono le storielle zuccherose, patinate, glitterate, smielazzate, non ci piacciono i Moccia, per dirla tutta.
E questo per onestà intellettuale.
Fatta questa doverosa quanto banale premessa (a proposito: se putacaso – sfiga – ti piacesse davvero Moccia – ma non credo, dai – sei gentilmente pregato/a di dirigere il tuo grazioso puntatore verso altri lidi virtuali, e piuttosto celermente anche: te ne saremmo davvero tutti molto grati; poi semmai fai così, fatti un regalo và: vatti a comprare, che so, Rui Mong, leggitelo due o tre volte e poi – forse – possiamo riparlarne – forse – ), fatta questa piccola importante premessa dicevo, il brano di oggi è quello che si può definire un vero e proprio concentrato di carica emozionale. Tratto dal “Dandy Ribelle” di Pietro Zuler, edito nel 2002 da Cassiopea, il brano è quanto mai funzionale per comprendere come anche i sentimenti e l’affettività possano essere trattati in un certo modo, mi verrebbe da dire di gran lunga più consono ed edificante, ma non è mia intenzione sbilanciarmi. Preferirei davvero lasciare spazio anche alle vostre sensazioni, pertanto, ancora una volta, buona lettura.
P.S. E’ un testo davvero particolare ed intrigante, una vera chicca per voi amici lettori. Mi auguro che con questo possiate perdonare la mia prolungata assenza dalla pagine della Fucina.
[…] E non era forse quella la soluzione? Rinnovare un sentimento senza implicazioni di sorta, lacerandosi esteriormente, certo, eppure mai nel nucleo. Quello - a differenza del mondo decadente e satrapo che lo circondava da qualche tempo - sarebbe rimasto puro, integro, vergine nella sostanza. Se c’era una cosa da imparare adesso era proprio l’arte del rugginofago. Suggere le altrui lucide forze per nutrimento, senza preconcetti fatti di molli scrupoli, alimentandosi di quella gelida, metallica brillantezza che in ogni caso sarebbe andata perduta, e per sempre, per il fatto stesso di essere inanimata.
Ma attingere a quella fonte pareva essere più complicato del previsto, specie per lui, eterno molosso dell’emotività karmica.
La stessa storia si ripeteva identica ogni giorno, indifferente alle mutazioni cellulari, ai microcosmi, all’aria ed ai pulviscoli, come se fosse immune ad ogni allergia, quasi che il vento stesso avesse iniettato in lui uno spiraglio di vera eucatastrofe, unico efficace antidoto alla perdizione più nera. Ma per quanto ancora avrebbe potuto sopportarlo?
Camminando per strada se lo chiedeva, sguardo vacuo e sinapsi rabberciate.
Qual era il significato di tutto questo? Il significato della parola amore, intesa come malattia? Il significato della parola cura, intesa come amore? E ancora il significato della parola disprezzo, intesa come sintomo?
Era tutto troppo, troppo complicato.
Le donne, ne era certo, vivevano idealmente su di un’altra terra, così irraggiungibile da poter essere toccata, così vicina da non essere scorta ad occhio nudo.
E lei non era diversa dalle altre, in fin dei conti. Come quella volta, quella volta a Parigi…
'Oh, Paris! Paris! Tu me manque, Paris!'
Lo gridava forte ad ogni vicolo, disperatamente, furiosamente, consapevole che certe volte un paio di mocassini gialli, purtroppo, non basta… No, non basta, non basta affatto.
Era tutto troppo complicato.
Spesso la realtà è fin troppo prevedibilmente difforme rispetto all’immaginario umano, così come accade che la verità non si presenti nuda, talvolta, a determinate latitudini, cosicché la ribellione resta soltanto un ricordo sbiadito di un’epoca passata. Della gioventù, forse, ammesso che sia mai esistita. Lo diceva sempre anche il vecchio Cedric: ‘non c’è nulla di più fantasmatico della realtà, a questo mondo…’
Dannato Cedric, vecchia canaglia, avevi proprio ragione tu. Avevi ragione su tutto! Su tua moglie – quella sgualdrina, pace all’anima sua – sui soldi, sulle donne, sulla vita. Giocavi d’azzardo coi sentimenti, amavi il rischio, ma non hai perduto una sola partita. ‘La donna è la più profumata delle illusioni’, dicevi, non senza un fremito di vivida angoscia. Adoravo il tuo ragionare senza veli, il tuo esporti senza censura, sempre e comunque, anche quando le porte parevano chiudersi impietose in faccia.
Di quelle nove porte hai saputo rimuovere tutto tranne l’ombra, così tragicamente indelebile nel nostro animo.
Non è facile predicare e praticare la trasparenza. Me lo hai insegnato tu, vecchia carogna putrefatta! E ora so che bisogna andare avanti senza leccare i piedi di nessuno, con coraggio e determinazione, cavalcando a pelo, per godere e suggere, suggere e godere, proprio come il rugginofago.
Del resto lo scrisse anche Yarni:’ il vuoto è noioso, rigido e freddo come una palla di vetro: se la fai rimbalzare va in mille pezzi…’
Dio mio quanto è vero. Non lo è mai stato così tanto.
Se ripenso a Parigi, adesso, sotto questa luce, nulla mi sembra come prima.
Le porte si schiudono, ecco, le ombre si assottigliano. Mentre fuori sta per nascere un fiore […]