Interessante il quesito che ci pone Riccardo da Padova, lettore attento e preparato. E' ragionevole - ci chiede il nostro amico Riccardo - considerare il fitting testuale di Jean Jacques Apollinaire come ante litteram rispetto alla più recente metodologia Einhornn & Finkle? E se sì, quali le analogie? Quali i punti in comune?
Beh, rispondere in poche righe non è certo impresa facile. In primo luogo, caro Riccardo, occorre operare una netta distinzione di intenti, ancor prima che di modus operandi. Cosa non di poco conto se desideriamo bypassare il solito, banale, vecchio errore commesso da taluni sedicenti epistemologi - veri e propri avventurieri, io li definirei piuttosto -, Righetti in primis. Contesto storico quindi. Mai, mai da sottovalutare laddove si desideri approntare una analisi anche solo squisitamente tecnica. Guai.
Detto questo, le differenze sono molteplici e di entità assolutamente non trascurabile, ma è vero anche che esiste una linea sottile, un minimo comune denominatore che ha portato più di uno studioso, da Stodal fino alla nostra Lanari, a credere che sì, l'influenza apollineriana sul metodo Einhornn & Finkle sia stata enorme, nonostante le reiterate smentite da parte dei due demiurghi statunitensi.
Buffo, estremamente buffo il tentativo di arrocco da parte dei due studiosi poichè anche un neofita si renderà presto conto che il Crivello di Einhorn non solo è una approssimata imitazione del Crivello di Eratostene, furbescamente smussata all'occorrenza, ma ancor di più va a ricalcare passo passo i punti nodali della scansione progressiva apollineriana (teorizzata ventisette anni fa!) in una squallida - e mi assumo la responsabilità di quello che dico - operazione di mirroring. E' bene chiarirlo questo aspetto, e da subito, a mio avviso. Più di una rivista di settore è incorsa in svarioni del genere.
Certo, Aynor opera sette scansioni consequenziali e Apollinaire ne fa solo tre, con cut-off predeterminati, ma che significa? Lo conosci il detto molto fumo e poco arrosto, caro Riccardo? Beh, non ti nascondo che già dalla prima volta in cui mi sottoposero il fascicolo Finkle & Einhorn, a tratti faticavo a respirare. Sul mio capo incombeva una cappa opprimente e fastidiosa. Lugubre. Fosca. Un po' la stessa sensazione che avverto quando mi imbatto in un Righetti ad esempio (ancora lui, l’avventuriero) il quale da mesi va ripetendo come una triste marionetta la stessa grottesca filastrocca: che la congettura di Aynor è innovativa, rivoluzionaria, che aprirà senz'altro nuovi orizzonti nel campo del fitting testuale... Poveretto. Ma davvero. Son trentanni che quell'orizzonte è spalancato, per la mistocchina fritta! Andiamo! Finiamola con questi luoghi comuni! Quello che mi dispiace è che Righetti (e poi la smetto di citarlo, chè ogni volta mi procuro una stomatite aftosa) sembra crederci veramente. Non so davvero cosa gli passi per la testa. Forse ha qualche problema di salute, non so, non capisco. Bontà divina, come diavolo si fa dico io? Come si può pensare anche solo per un minuto di equiparare la sequenza finkleriana al modello di Abbot? Come è possibile mettere sullo stesso piano concetti antitetici quali il Grande Magnete e il Bosone di Higgs, solo perché magari ne ha sentito parlare al telegiornale della sera? Che castroneria è mai questa? Ma ci rendiamo conto? E’ paradossale. Non puoi ogni due per tre tirarmi fuori il Rasoio di Occam, così, pour parlè, soltanto per dar aria ai denti. Quando Righetti non sa cosa dire tira fuori il Rasoio di Occam, oh, stanne sicuro caro Riccardo. Si sente fico, lui e il suo Rasoio. Si sente importante, lui e il suo rasoio. Non sa fare una “O” col bicchiere però c’ha sempre un fottutissimo Rasoio di Occam a portata di mano, ‘sto cialtronazzo. E l’ho nominato ancora, mannaggia a me.
In ultima analisi: per sostenere certe tesi o si è degli squilibrati o si è in malafede, anche se io propendo per un cinquanta e cinquanta, onestamente. E questo è quanto.
Non conosco il tuo percorso, amico Riccardo da Padova, non so quali studi tu abbia portato avanti ma su una cosa converrai con me: c’è ancora tanto da lavorare. C’è tanta ignoranza, tanta, troppa in questo ambito, anche in coloro i quali si spacciano per esperti o massimi conoscitori. Occhio, Riccardo. Occhio. Antenne dritte e diffida sempre da certi personaggi, specie se ti spiattellano in faccia un Rasoio. Fuor di metafora: non permettere che ti rapinino il cervello! In particolar modo mi riferisco a Righetti se non l’hai capito.
Avrei voluto scendere più nel dettaglio per farti comprendere meglio alcuni passaggi importanti della scansione apollineriana, che come avrai intuito non reputo affatto, affatto e ancora affatto inferiore a quella partorita dai due pur stimabili colleghi americani. Ma il problema è che mi sono decisamente già dilungato troppo, è tardi, sono stanco e soprattutto mi è venuto un terribile mal di bocca, caro il mio bel Riccardino. Stomatite. Accidenti a te e a Righetti.
chicotrapella - venerdì, 19 settembre 2008 | Permalink | commenti (3)
tags: cultura, riflessioni, autori, stroncature, dibattiti, malafede, tecniche pratiche


La Delinking Week è stata veramente intensa. Intensa e fruttifera, sotto tanti punti di vista, specie per voi amici bloggers. Il coraggio è stato premiato, ancora una volta, trasformando l'impossibile in possibile, il sogno in realtà, la realtà in magia, la magia in sogno. Ed ecco che il germe della speranza ha attecchito, dapprima timidamente, poi sempre più con forza, con tenacia ed appassionato ardimento, crescendo piano e sbocciando infine in quella che io definirei una straordinaria presa di coscienza collettiva, una croissance cognitive davvero sorprendente di questi tempi, che per certi versi mi ha addirittura ricordato la primavera lionese del ‘75. Sorprendente, sorprendente è la parola giusta. Sono fiero di voi.

Il pachidermico convoglio-titanic non è ancora al sicuro, no, eppure venerdì scorso ho avvertito distintamente un vigoroso colpo di timone. Credo che ognuno di voi l’abbia avvertito. La nave ha ondeggiato a lungo, paurosamente, nel buio, ma ora siamo qui, ci siamo, ci siamo ancora e venderemo cara la pelle, potete scommetterci; rimarremo saldamente abbarbicati alla speranza con tutte le forze delle quali disponiamo, caparbi come mai, affinchè la speranza stessa non affondi insieme a noi, insieme all’ultimo di noi.

E’ una grossa responsabilità, me ne rendo conto. E’ una sfida che la Fucina si sente di accettare per non tradire se stessa e la propria identità. Abbiamo ragionato a lungo in questi giorni, e una volta di più vorremmo rassicurare i tanti che ci hanno scritto allarmati paventando un improvviso cambio di programma nella nostra linea editoriale. No, amici, niente affatto. Non temete. Non ci vedrete né cospargerci di miele né cantare Mariah Carey, né ci udirete gemere in un’umida vasca da bagno. So che a qualcuno piacerebbe ma noi non lo faremo. Non a breve termine almeno. No. Noi non ci svenderemo al primo offerente. Non tradiremo la nostra missione. Non twitteremo, giammai, noi non twitteremo. Non scriveremo su Grazia, non affronteremo il tanto discusso tema peperoni, pur consapevoli del fatto che il tema peperoni, oggi, tira come una bestia e ti consente frotte di accessi facili. Tutto ciò a noi non interessa. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, con grande umiltà. Continueremo a divulgare e a fare cultura senza mutande e lo faremo con lo stesso identico spirito del primo giorno, credetemi, potete state tranquilli. Non cambieremo. Rimarremo noi, rimarremo Fucina, fino alla fine.

 

p.s. Per chi desidera approfondire l’argomento se ne parla a lungo anche qui.

chicotrapella - lunedì, 11 febbraio 2008 | Permalink | commenti (4)
tags: riflessioni, manifesto, servizio, blogosfera, mutande, trasparenza


Quello che è successo lo sapete meglio di me, visto che nelle scorse settimane non si è praticamente parlato d’altro: autentiche manciate, secchiate, badilate di parole. Per lo più a sproposito, invero, come da prassi.

Ed è proprio questo io credo il motivo che mi ha spinto – saggiamente devo dire – a non avere troppa fretta nello stendere il mio pezzo in merito. Chè la becera logica del pollaio non si addice a me, a noi, al nostro spirito, allo spirito della Fucina.

Francamente, scusate, preferiamo restarne fuori.

E mentre gli altri, tutti gli altri erano lì impegnati a darsi di becco, patetici capponi infarciti di astio e di malsano livore, intenti a spennacchiarsi alla stregua di sciocchi animali da cortile, lo sapete che cosa ha fatto il sottoscritto? Lo sapete cosa ha fatto? E’ molto semplice. Sono andato nel mio studio, mi sono seduto sulla mia bella e soffice poltrona, tranquillo, con un’ottima tisana di tiglio in una mano e con un volumetto nell’altra, un piccolo volumetto dal titolo Diritto di satira, dovere di censura?, interessantissimo trattato che il mio amico Borrini scrisse qualche tempo fa, si parla di fine anni novanta, prima della parentesi lussemburghese. Ecco cosa ho fatto. Me lo sono riletto tutto quanto, pagina dopo pagina, senza fretta, con rinnovato interesse, tra un benefico sorso e l’altro. E, vedete, rileggendolo ho capito tante, tante cose.
Prima di tutto ho capito che se tutti avessero nella propria libreria il volumetto del Borrini, e se soprattutto lo avessero letto, e ancor di più se l’avessero interiorizzato ed assimilato, beh, non ci sarebbe bisogno del volumetto del Borrini. Non so se mi seguite. Potrà sembrare un paradosso, ne convengo, ma non sono forse questi nostri tempi, piuttosto, ad essere essi stessi così maledettamente paradossali? Voglio dire, è mai possibile che in un Paese come il nostro, che vorrebbe potersi definire civilizzato e all’avanguardia, si senta ancora parlare di censura? Siamo nel duemila eh, tenete presente. Duemila. E si parla di censura. E il fatto è che non solo se ne parla, ma la si mette pure in pratica! Ecco il dramma!
Borrini è estremamente chiaro a riguardo e, ostinato com’è, figuriamoci, fin da subito non accetta mezze misure: rifacendosi dapprima a Rebellin e passando poi dai vari Rouchetau e Tresor, ma anche dagli stessi Tupper e Fletcher, intesse passo passo un ragionamento di una finezza e di una solidità impressionanti, dall’esito incontrovertibile. Il messaggio ultimo è netto, vigoroso e cristallino: la censura è il Male. La censura è una pratica medievale da aborrire, in tutte le sue forme e manifestazioni. La censura è sintomo di inciviltà e di ignoranza, oltre che inquietante campanello d’allarme del declino di una nazione. Come dicevo si tratta di un’analisi assai ponderata e condivisibile sotto ogni punto di vista. Il dovere di censura non esiste quindi, secondo Borrini; è in pratica un dovere-non-dovere, un pouvoir fictif. Così come non esiste il problema della volgarità all’interno della satira, che per sua stessa natura deve rimanere svincolata da qualsivoglia coercizione. Non esiste satira di merda – sostiene Borrini parafrasando Toodles – ma casomai merda di satira, il che, evidentemente, è l’esatto l’opposto. La merda – dice sempre Borrini – è quanto mai necessaria e funzionale, guai se non ci fosse, la merda è l’humus fermentatio che da sempre nutre e alimenta lo spirito del satiro provocatore per una causa più nobile, più elevata, in nome di una libertà d’espressione che va sempre, sempre, dico sempre, salvaguardata. Nel nostro piccolo sono anni che lavoriamo in questa direzione.
Certo, so già cosa staranno pensando i più noiosi e pedanti di voi: a-ah, ma tu Chico ce la vuoi raccontare… tu Chico la censura l’hai applicata eccome in passato…
Che discorsi! Il fatto che abbia, in qualche raro, rarissimo caso, cancellato dei commenti o non pubblicato determinate cose o messo a tacere alcuni focolai potenzialmente incontrollabili non significa certo che la Fucina avalli la censura! Si trattava di situazioni particolari e molto delicate in cui veniva messa in discussione la mia persona o le mie idee in maniera assolutamente non consona al contesto, talvolta con attacchi verbalmente inaccettabili, e in ogni caso il discorso è di portata ben più ampia. Oltretutto non mi devo giustificare con nessuno mi pare, visto che fino a prova contraria il padrone di casa sono io. O mi sbaglio, saputelli?
Comunque sia.
Ciò che mi mette più tristezza è che continuiamo a fare la figura dei retrogradi. Sembra quasi che ci proviamo gusto. Come diceva il compianto De Zottis, siamo proprio la terra dei cachi. Zucconi cronici e impenitenti. Delle bocce perse insomma. Ma quand’è che ci sveglieremo? Temo che quando capiremo che occorre guardarci intorno, forse, sarà troppo tardi. Ci siamo mai chiesti perchè negli altri Paesi certe cose non succedono? Cosa avrebbero dovuto fare allora un paio d’anni fa, in Francia, quando il famoso comico Levrier, durante un esilarante monologo, diede del figlio di troia in mondovisione al ministro degli esteri? Oh, che scandalo! Oh, mamma mia, che vergogna! Avrebbero dovuto ghigliottinarlo, immagino. E invece no. La cosa si è risolta con una sonora risata, una stretta di mano e un aperitivo giù da Ofrees, in totale serenità ed amicizia.
E perché, Restouches, allora? Vogliamo parlarne? Si è permesso di scrivere un intero capitolo su quella bagascia della sua editrice, dandole della frigida, della delinquente e della mignotta, eppure eccolo lì il suo libro, in bella mostra sugli scaffali. Mi dite qual è il problema? Se la satira è ben fatta, se ha solide radici (non commettiamo l’errore di pensare che siano offese gratuite eh, per l’amor del cielo: dietro ogni sillaba c’è una storia di costume ed infiniti rimandi culturali a maestri del passato, intendiamoci; Restouches, per dire, attinge tantissimo da Merlin, il quale a sua volta si ispirò fortemente a Privett e al teatro del Fuaiè per quanto riguarda tutta quella sovrastruttura onirica che è alla base del meccanismo sarcastico; penso per esempio all’episodio del povero culo, o a quello della lurida troietta, giusto per dire i primi due che mi vengono in mente) se ha solide radici – dicevo – ben venga, anzi, ce ne fosse di più anche qui alle nostre latitudini. Ma come solito parliamo di niente, ho paura, da inguaribili idealisti e sognatori quali siamo.
La verità è che abbiamo perso il senso dell’umorismo, abbiamo perso l’arguzia, la sagacia, la ragione, finanche la nostra storia, il nostro passato. Abbiamo perso tutto. E non so se sarà possibile recuperare a questo punto. Sono pessimista. Mi sovvengono le amare parole che scrisse Alain Fernet, il geniale autore satirico parigino, appena qualche ora prima di morire: se una colpa esiste, se esiste mai una colpa, su ogni singola spalla un dì graverà pesante; sulla mia, ma anche sulla tua. Soprattutto sulla tua. Fottiti, stronzo.

chicotrapella - lunedì, 07 gennaio 2008 | Permalink | commenti (17)
tags: cultura, riflessioni, letture, dibattiti


Non amo questo genere di post, eppure eccomi di nuovo qui a dover puntualizzare l'ovvio, a dover rimettere le cose al loro posto, a trovarmi costretto a dare una bella pettinata a qualcuno, un'altra volta, di nuovo. Uff. E' dannatamente seccante, credetemi. Eppure, a quanto pare, necessario.

E così eccomi qua.

Un anno fa non sapevo nemmeno che esistessero, costoro. Ignoravo la loro esistenza. E stavo bene. Perchè questa gente, vedete, è gente meschina, dannosa e malata. Sì, malata. Non ho intenzione di usare mezzi termini stavolta, sia chiaro. Chè questi sono parassiti, ecco cosa, sono frustrati, certo, sono persone che nella vita non hanno niente, niente al di fuori della loro triste tastierina e del loro miserrimo computerino del menga. Bravi, bravi. Vi sentite al sicuro, vero, dietro a quel vostro bel monitorino eh? Chi ve l'ha comprato, il paparino? E nella stanza a fianco chi c'è? C'è la mammina che vi ha appena rimboccato le copertine? O la nonnina che vi ha imboccato la minestrina? Oh, poveri!

No, non ho nessuna intenzione di compatirvi, sappiatelo. Cristo santo, SVE-GLIA-TE-VI!!! Il mondo reale è un altro, bamboccioni cresciuti che non siete altro! Attivare i neuroni non è un reato! Eh che diamine!

Vi immagino lì, nella vostra zuccherosa cameretta, immersi in quella rassicurante bambagia domestica, mentre magari fuori c'è gente che si fa un culo grosso come una capanna. Magari. E non riesco a provare compassione. Hey, sto parlando anche a te, Matteo P, o a te, caro il mio Ardizzoni, che non hai niente di meglio da fare se non venire qui a rompere i cosiddetti a noi altri. E pure a te, JM, non credere, ti conosco, fai parte anche tu dei Ringo Boys. Che cosa volete dimostrare eh? Me lo dite una buona volta? Qual è il vostro credo, quale la cultura, il messaggio che portate avanti? Vorrei capirlo. Voi che sul comodino ostentate – mi sembra di vederlo – roba tipo "la ballata delle prugne secche" – tipico! – e avete pure il coraggio di classificarla come libro (brr), o che basate la vostra ideologia sulla barzelletta n°152 della raccolta su Totti; voi, voi che avete svenduto il cervello al primo arrivato, senza ritegno, della serie emisfero sinistro offerto in olocausto nei lunghi pomeriggi Defilippiani ed emisfero destro lucchettato saldamente a Ponte Milvio, osceno obolo al dio Moccia; voi che – potrei scommetterci, potrei scommetterci! – arrivate qui digitando "britney spears senza mutande" o "non ci sto dentro se non vedo entro max un minuto l'ultimo video con paris hilton nuda mi aiuti la prego signor google mi dica dove posso trovarlo è importante!!!".

Proprio voi. Babbei.

Continuate pure così, continuate, Chico Trapella non è nessuno per impedirvelo. Ma sappiate una cosa: che da oggi, in Fucina, si cambia ufficialmente registro.

Da oggi, in Fucina, non c'è più trippa per troll.

(fate i bravi, aderite alla campagna...)


Mi accingo a scrivere questo post con una punta di irritazione, non intendo nasconderlo.

La gioia e l’esaltazione vissute recentemente – vedi Monvalle e vedi De Rimondi, ma anche altri succosi progetti che si stanno concretizzando in questi giorni – sono sacrosante, ma non devono minimamente indurci a perdere il contatto con la realtà. Una realtà, lo sappiamo, terribilmente arida, desolata e desolante, una realtà che mai come adesso sembrerebbe compiacersi del suo lato più buio, più triste.

 

E’ pratica diffusa, tra i giovani bloggers, quella di spulciare tra le chiavi di ricerca, o referrers, o referral, o so ben io/lascia pur dire a loro. Tra le tante abitudini discutibili che costoro si ostinano a portare avanti, questa, per lo meno, mi sembrava un’operazione carina, simpatica, innocente.

Ripeto: carina, simpatica e innocente.

E qui, perdonatemi, pur non essendo persona avvezza alle volgarità gratuite – mi conoscete – corre l’obbligo di un secco, oserei dire doveroso‘sto cazzo.

 

Che delusione…

Analizzando il mese di settembre 2007 i dati sono a dir poco sconfortanti. Fanno venir voglia non dico di mollare tutto, questo no, ma di mollare Shiny Stat almeno sì, perché proprio allora mi dico che non ne vale la pena. E non sto parlando di quantità di accessi, sia chiaro, che quelli li abbiamo sempre lasciati volentieri al trionfatore del MHB e al suo giardiniere (senza offesa intendiamoci; anzi, li saluto). Qui stiamo parlando di altro: parliamo di attitudine alla cultura, parliamo di ricerca del bello, di ansia del bello, di slancio intellettuale, di vero interesse della gente verso un ideale più alto, da inseguire con passione e sacrificio ogni giorno di più, e ancora e ancora.

E invece no, niente di tutto questo. Credetemi amici, se vi dico che aprire quella finestra è stato un po’ come affacciarsi su di un pauroso abisso senza fondo in cui il nulla alberga sovrano, sinistra proiezione dei più cupi recessi della mente umana.

 

Britney Spears. Paris Hilton. Nude. Senza mutande.

 

Ecco, papale papale, che cosa cerca la gente. Ecco che cosa la gente vuole, che cosa la gente si aspetta da questo blog, dal web, dalle istituzioni, dalla società intera. Cultura? Bello? Impegno? Crescita intellettuale? Macchè. Britney Spears e Paris Hilton, possibilmente nude e possibilmente senza mutande. Ecco tutto. Altro non serve. Il resto è out, roba vecchia, spazzatura, così come qualcuno auspicava da tempo, probabilmente, in nome di una pseudo ideologia plasticea, mediocre, omologante, piatta. Drammaticamente piatta, come da copione.

Beh, signori miei, se è questo che volevate sentirvi dire eccomi qui, eccomi a decretarlo, solo con un filo di legittima amarezza: avete vinto.

Non sono io, è Shiny Stat stesso a recarne testimonianza, tragico specchio di una realtà distorta, sanguinoso campo di battaglia profanato da un nemico senza scrupoli, che gode nel procurarne scempio.

 

45 chiavi settembrine di ricerca.

Ecco allora che qualcuno, timidamente, si affaccia digitando “trapella”, o “fucina trapella”, o si produce in un temerario “rui mong”. Apprezzabile, ma parliamo di tre, quattro persone. Mosche bianche. “Apollinaire”, “Laplace”, “De Rimondi”, ecco arrivare qualcun altro… e poi “serroni via del pratello”, sì, forse ci siamo… qualcuno che si interessa al centro civico, agli spettacoli… la speranza è viva… forse non tutto è perduto…

No, amici miei, no. Finiamola di illuderci.

In tutto fanno 14 chiavi di ricerca su 45. 14 su 45.

 

Le restanti 31 (ben il 69%, e non credo si possa parlare di coincidenza a questo punto) non sono altro che uno stucchevole minestrone di quelle quattro parole che ora non voglio ripetere, reimpastate, reimpapocchiate in tutte le salse possibili e immaginabili: e le voglio senza censura di qua, e le voglio in un video di là; e le voglio in foto di su, e le voglio in padella di giù. Noioso nonché irritante, a maggior ragione se le intenzioni che ci muovono sono ben altre e ben più nobili. E quasi quasi dimenticavo, ciliegina sulla torta, i 3 in cerca di “studenti arrapati”… Che tristezza.

Non sono un moralista né un bigotto né un censore, non lo sono mai stato, eppure ora ne ho le scatole veramente piene, lasciatemelo dire. Solo l’idea che tutte queste persone si presentino in Fucina barzotte mi indispone in un modo che non potete capire. E perché poi? Solo perché una volta – in un contesto di un certo tipo, molto più complesso e articolato – sfiorai l’argomento? Siamo messi male.

 

La mia speranza inizialmente era che un post di questo tenore potesse rappresentare una sorta di deterrente per l’esercito dei suddetti barzotti. In questo momento però, mentre sto scrivendo, questa prospettiva mi appare già fin troppo utopistica e farraginosa, se non anacronistica.

Non credo sia la soluzione al problema.

Pertanto: fate quello che volete. La Fucina è pur sempre (anche) un blog di servizio, lo sapete, quindi andate, andate pure, abbuffatevi tranquillamente delle vostre malsane proiezioni immaginifiche, fatevi una bella scorpacciata di mutande di Britney Spears o di chicchessia alla mia salute, gozzovigliate in compagnia dei vostri discutibili feticci virtuali. Proseguite imperterriti sulla tormentosa via del pugnale, se proprio lo desiderate, se è questo che sapete fare meglio. E’ la Fucina stessa che vi esorta, che vi sprona e che vi smista, parimenti ad una stolta mandria di bovini: di qua, di qua, di là. Per Britney a destra, per Paris a sinistra. Mutande sempre dritto. Per gli studenti arrapati, al semaforo, chiedere.

 

Andate in pace, cari miei, sfogatevi, ma se tornate qui almeno abbiate la decenza di farlo a mente fredda, che di tempo da perdere noi non ne abbiamo. Dobbiamo lavorare. E se c’è una cosa della quale proprio non abbiamo bisogno è una patetica banda barzotti smidollata e cialtrona, che versa in condizioni pietose irraccontabili persino ai suoi stessi simili.

Bonne chance.


shamestat
chicotrapella - lunedì, 08 ottobre 2007 | Permalink | commenti (19)
tags: cultura, riflessioni, servizio, britney spears, blogosfera, mutande, trasparenza


Non è senza un pizzico di orgoglio che mi accingo a riportare qui di seguito l'articolo pubblicato sul numero di questo mese di frontiere d'inchiostro, nel quale Franco Monvalle parla di noi, del nostro lavoro e del nostro blog, non lesinando parole di elogio e di stima; belle parole davvero, parole che ci gratificano e ci danno la forza necessaria - se mai ce ne fosse stato il bisogno - per continuare a migliorarci in questo nostro grande impegno. E' un po' una conferma, se vogliamo, del fatto che la strada che stiamo percorrendo – insieme a tutti voi, certamente – è proprio quella giusta.

Grazie di cuore.

 

"In una panorama bloghereccio sempre più grigio, tristanzuolo ed indolente, sempre più chiuso in se stesso, avvolto dal torpore, così restio a muovere un solo muscolo per uscire dalla sterile fanghiglia dell’autoreferenzialità in cui giorno dopo giorno parrebbe sguazzare, non accorgendosi viceversa di stare sprofondando, tragicamente sprofondando risucchiato dal cupo abisso della mediocrità di contenuti, in uno scenario così lugubre e sconsolante, ecco, inaspettato, giungere a noi un barlume. La speranza non è morta. No. Rallegriamoci ed esultiamo, perché non tutto è perduto. E’ cosa davvero rara avere la fortuna di imbattersi in simili riflessi di fulgida luce, di cristallina passione, di così spiccata temerarietà artistica, di questi tempi. Eppure può succedere. A noi è successo. Sì, perché Fucina Trapella (col suo spazio web www.fucinatrapella.splinder.com) è stata molto di più che una piacevole scoperta. Non stiamo parlando infatti di un semplice blog d’informazione, né di divulgazione spicciola, e nemmeno di avanguardia da quattro soldi. Il progetto che c’è dietro è di portata ben più ampia. Basti dare un’occhiata ai suoi ideatori, Carlo Trapella su tutti. Il carismatico, eclettico professore milanese d’origine e bolognese d’adozione (già noto per i suoi famosi quanto non convenzionali seminari oltre che per i suoi studi filologico-umanistici, nonché profondo conoscitore del substrato letterario francese della seconda metà del novecento) è di fatto – per fama e meriti – il garante numero uno della solidità della proposta. Ma non vanno certo dimenticati collaboratori di spessore come Azeglio Cacciot, Nevio Scannabucci, Putrelli, Benassi, Ciocco, Bastelli, Di Donato di Cassiopea ed altri, chiamati a sostenere concretamente, sul campo, una linea editoriale dalle evidenti contaminazioni cyber-accademiche (che tanto hanno attinto dal metodo Kobayashi). E’ un progetto serio e senza dubbio ambizioso. Il lettore stesso è chiamato ad interagire fattivamente e a farsi promotore, in prima persona, dei progressi di ricerca sperimentale che il sito si propone, quasi a dire che dal letargo ci si può risvegliare, che si può e si deve!, se lo si desidera veramente. Gli input lanciati – mai a caso – dallo staff della Fucina sono spesso illuminanti, veri e propri fendenti che centrano il bersaglio, che scuotono le coscienze critiche, che smuovono e scavano, pazientemente, caparbiamente. E’ una pratica anche faticosa, certo, ma necessaria, come ha sempre tenuto a ribadire lo stesso Carlo “Chico” Trapella, il quale prospetta ora nuovi scenari, nuovi contributi e nuovi sviluppi per questo meccanismo virtuoso che è ancora giovane, sì, ma che a maggior ragione tanto, tanto ancora può regalare a questo nostro paese così appiattito nella forma e nella sostanza. Ce n’è davvero bisogno.”

chicotrapella - lunedì, 24 settembre 2007 | Permalink | commenti (6)
tags: cultura, riflessioni, generale, blogosfera
Quello che sto per annunciare farà la gioia di molti di voi, lo so bene. In tanti ce lo avevate chiesto, davvero a gran voce, davvero con appassionata insistenza, ed eccoci qui: il popolo chiede, la Fucina risponde.
Mi scuso per l’assenza più prolungata del previsto, ma abbiamo letteralmente fatto i salti mortali per organizzare questo evento, che come sempre non sarebbe stato possibile se non grazie alla preziosa ed insostituibile collaborazione di Azeglio Cacciot e il suo staff del Mercuriale. Grazie di cuore ragazzi, grazie per la passione che ci mettete ogni giorno! E grazie anche ad Edizioni Cassiopea, che continua a credere in noi e che ha deciso una volta di più di accompagnarci per mano nel nostro cammino di sperimentazione e ricerca.
Ma basta con i preamboli, ora, e veniamo al dunque! Non è senza emozione che, ancora una volta, sto per darvi appuntamento al Centro Civico Serroni, in via del Pratello a Bologna, Sabato 29 Settembre alle 21:00 per
 
L’INGANNO DEGLI INGANNI
un monologo di C. Simon
riadattato, rivisto ed interpretato da
Giulio De Rimondi
 
Ecco: il post potrebbe tranquillamente essere chiuso qui.
Qualsiasi discorso rischierebbe di risultare superfluo, in casi come questo, eppure due parole vorrei spenderle ugualmente a favore del grande, irreprensibile Giulio. In qualche modo glielo si deve, per onestà intellettuale ma non solo: glielo si deve per gratitudine, verrebbe da dire, perché il lavoro di questi anni ha arricchito ognuno di noi di una forza nuova, sorprendente, costruita con dedizione ed audacia per mezzo della costante e delicata manovra operata da Giulio nel reinventarsi, giorno dopo giorno, di parola in parola, nel rimettere in discussione tutto attraverso se stesso, che nella sua personalissima visione del reale equivale a mettere in gioco in primo luogo se stesso, attraverso il tutto. E capite bene quanto si tratti di una logica tutt’altro che comoda, tutt’altro che semplicistica.
Il Giulio De Rimondi scrittore lo conoscete. Probabilmente meno nota ai più è la straordinaria attitudine teatrale del De Rimondi, la sua propensione scenica, l’irresistibile e prostetnico carisma comunicativo unito ad una raffinatezza di pensiero non comune, doti che indiscutibilmente hanno fatto e fanno di lui un artista completo, a tutto tondo.
De Rimondi non è nuovo ad estroflessioni di questo genere. Così come fece nel 2001 con la fortunata trilogia (sempre di Simon) del Bambino Cresciuto, che tanto successo riscosse nelle banlieu parigine, egli ha voluto curare personalmente ogni singolo aspetto della rappresentazione, trasformando il già articolato monologo di Simon in uno spettacolo pirotecnico all’interno del quale il pubblico gioca un ruolo chiave. Del resto, come sappiamo, De Rimondi ha fatto della sua vocazione alla polemica, alla provocazione, alla denuncia non solo un segno distintivo, ma una vera e propria misson sociologica.
Ecco che allora quella che dapprima potrebbe sembrare una abbozzata introflessione onirica si va schiudendo poco a poco, lambendo stralci di visceralità assoluta, fino alla vertigine; da qui la folle, disperata discesa che inevitabilmente dovrà condurre il singolo ad una comune presa di coscienza, abbandonando ogni cieca logica manichea a favore di un più consapevole agnosticismo sociale, che per sua stessa definizione non potrà mai piegarsi alle logiche consumistiche e opprimenti dettate del sistema (inteso come controllo preordinato delle menti).
E’ chiaro che una denuncia di questo tipo diventa allora molto pesante. De Rimondi se ne assume piena responsabilità, tanto da indicare con inaudita lucidità il mezzo principe di questa drammatica opera di anestetizzazione collettiva: la televisione. E’ il topos della rappresentazione. De Rimondi, con un cinismo critico senza precedenti, scardina uno ad uno i plasticei pilastri che costituiscono, in maniera così ingannevole, la sovrastruttura massmediatica, facendoli letteralmente saltare come birilli, con una nonchalance quasi imbarazzante. E’ un’azione veramente impietosa. Non sazio di una seppur così profonda demolizione concettuale, De Rimondi intraprende una demolizione materiale che travalica la mera provocazione per assumere i contorni ben delineati della catarsi. Una catarsi collettiva. Sarà il pubblico stesso, infatti, ad offrire in olocausto il proprio televisore, immolando con esso la propria condizione di prigionia. E quando il maglio (non più figurato ora, ma che al contrario ha preso corpo, sostanza e vigore) di De Rimondi si abbatterà con violenza su ogni tubo catodico, su ogni singolo cristallo liquido, e questi esploderanno devastati in mille pezzi, o si accartocceranno tragicamente in un fragore assordante davanti agli occhi luccicanti del pubblico, in una sorta di trance distruttiva purificatrice, ecco che allora sì l’inganno degli inganni non sarà solamente svelato, ma superato. Insieme. E chissà che forse, per la prima volta, non potremo tutti tornare a casa più liberi e più leggeri, o quanto meno diversi.
 
P.S. Come consuetudine, per chi vorrà, seguirà dibattito informale a caldo con Azeglio Cacciot del Gruppo Mercuriale. Non mancate.
Sembra ieri, eppure sono già passati oltre sette mesi dall'inizio di questa piccola grande avventura.
Neanche un anno fa - ricordo quando ne parlammo amichevolmente con Luca e Azeglio, a Montpellier, giù in taverna, ospiti di Simon - la Fucina online appariva come un'idea balzana o poco più, certamente temeraria, si sarebbe detto folle. Un piccolo sogno da perseguire con l'incoscienza di un bambino - ne eravamo consapevoli, non c'era altro modo.
L
a stessa identica e così sconsideratamente lungimirante incoscienza di un bambino.
Beh, amici, di strada ne abbiamo fatta. Il sogno ha preso forma. La pazzia si è messa in moto, ha viaggiato, si è trasformata, incanalata, plasmata, ed infine si è concretizzata in una forma nuova, diversa, più alta.
Ed eccoci qui.
Sappiamo bene quanto ci sia ancora da fare e da lavorare, duramente, instancabilmente, per plasmare ancora e ancora quello che un sogno rimane, tremendamente vivo e pulsante, ma che al contempo è diventato un impegno da portare avanti con forza e dedizione, con tenacia e rinnovato coraggio. Lo sappiamo, è vero, eppure tutto ciò non ci spaventa. Al contrario. La viviamo come una sfida ulteriore, come un eccezionale stimolo che ci spronerà a non mollare mai, mai, nemmeno nei momenti più difficili. Ce la metteremo tutta, statene certi. E con il vostro affetto la salita sarà meno dura.
In attesa di risentirci su queste pagine, vi lascio con un piccolo dono: un estratto quanto mai pertinente al nostro spirito, allo spirito che ci anima. Si tratta di un passo a me particolarmente caro, che desidero dedicare a tutti voi affezionati lettori della Fucina.

[...] Possiamo essere sicuri che non sia l'uomo a trascendere se stesso? O possiamo forse pensare che le chimere del pensiero, come oscuri fantasmi, ci possano mettere al riparo ancora una volta da ciò che il tempo ha inciso sulle nostre strade? No, certo, solo la follia potrebbe illuderci di questo. Ma cos'è un bambino se non un folle? [...]

(Jean Jacques Apollinaire - S'evanouir pour renaitre - 1976)

E buone vacanze a tutti voi.
chicotrapella - mercoledì, 08 agosto 2007 | Permalink | commenti (8)
tags: cultura, riflessioni, generale, manifesto, appuntamenti
È fatta dai, sono sopravvissuto anche a questa.
Conseguentemente ad una malaugurata, disgraziata, scriteriata scommessa fatta con un caro amico la settimana scorsa (perduta ovviamente, me tapino) mi sono dovuto sorbire per intero l’ultimo “libro” della Rowling, ultimo tassello della fortunata (commercialmente parlando, si intende) saga.
Beh, non che mi aspettassi, tanto per dire, il purismo estetico de I Giardini di Babilonia piuttosto che la lucida asprezza del Patto col padre di F. Fleur, però caspita, qualcosina di più me lo sarei aspettato dal tanto magnificato maghetto cicatrizzato e saputello… Tutto 'sto gran can-can, e per che cosa poi?
Che delusione.
D’altra parte le code in libreria, da che mondo è mondo, hanno sempre rappresentato un campanello d’allarme, una sorta di infallibile cartina di tornasole della mediocrità narrativa. E così è stato, puntualmente, una volta di più.
Quello che mi ha impressionato non è soltanto l’inconsistenza della trama, la macchinosità dell’espressione, la scarsa propensione linguistica – talvolta imbarazzante – ma anche e soprattutto l’assoluta mancanza di spessore dei personaggi, (non) caratterizzati da personalità fragili e maldestramente abbozzate, mai incisive, così marcatamente capziose; siamo d’accordo che si tratti di un libro prevalentemente rivolto ai giovani (a proposito, voi: sveglia eh), ma santo cielo! Che considerazione abbiamo dei nostri ragazzi? Se così fosse saremmo di fronte ad un dato socialmente preoccupante!
Come se non bastasse, se a tutto ciò andiamo a sommare l’inserimento pressochè casuale e profondamente snaturante di elementi mitici e mitologici, la prevedibilità degli eventi, il buonismo imperante, la melassa, la melassa che sgorga copiosa da ogni parola e da ogni situazione, melassa che tutto inviluppa, coprendo, avvolgendo, infine debordando al punto di trasudare dagli stessi pori della carta fino ad appiccicare le mani dell’incauto, sprovveduto lettore, beh: che altro dire?
Un polpettone.
Un noioso, noiosissimo polpettone per bocche particolarmente buone o dalle papille gustative anestetizzate, al limite, difficilmente digeribile anche in spiaggia sotto l’ombrellone, il che la dice lunga sull’intrinseco quanto involontario potere intasante dello scritto.
Se proprio dovete leggerlo, insomma, evitate di fare il bagno prima di tre ore. Abbondanti.
E’ un consiglio.
chicotrapella - martedì, 31 luglio 2007 | Permalink | commenti (6)
tags: cultura, riflessioni, letture, autori, stroncature, pseudo-letteratura
Diciamolo pure apertamente: a noi della Fucina le smancerie non piacciono e non sono mai piaciute. Non ci piacciono i romanzotti adolescenziali, non ci piacciono le storielle zuccherose, patinate, glitterate, smielazzate, non ci piacciono i Moccia, per dirla tutta.
E questo per onestà intellettuale.
Fatta questa doverosa quanto banale premessa (a proposito: se putacaso – sfiga – ti piacesse davvero Moccia – ma non credo, dai – sei gentilmente pregato/a di dirigere il tuo grazioso puntatore verso altri lidi virtuali, e piuttosto celermente anche: te ne saremmo davvero tutti molto grati; poi semmai fai così, fatti un regalo và: vatti a comprare, che so, Rui Mong, leggitelo due o tre volte e poi – forse – possiamo riparlarne – forse – ), fatta questa piccola importante premessa dicevo, il brano di oggi è quello che si può definire un vero e proprio concentrato di carica emozionale. Tratto dal “Dandy Ribelle” di Pietro Zuler, edito nel 2002 da Cassiopea, il brano è quanto mai funzionale per comprendere come anche i sentimenti e l’affettività possano essere trattati in un certo modo, mi verrebbe da dire di gran lunga più consono ed edificante, ma non è mia intenzione sbilanciarmi. Preferirei davvero lasciare spazio anche alle vostre sensazioni, pertanto, ancora una volta, buona lettura.
 
P.S. E’ un testo davvero particolare ed intrigante, una vera chicca per voi amici lettori. Mi auguro che con questo possiate perdonare la mia prolungata assenza dalla pagine della Fucina.
 
[…] E non era forse quella la soluzione? Rinnovare un sentimento senza implicazioni di sorta, lacerandosi esteriormente, certo, eppure mai nel nucleo. Quello - a differenza del mondo decadente e satrapo che lo circondava da qualche tempo - sarebbe rimasto puro, integro, vergine nella sostanza. Se c’era una cosa da imparare adesso era proprio l’arte del rugginofago. Suggere le altrui lucide forze per nutrimento, senza preconcetti fatti di molli scrupoli, alimentandosi di quella gelida, metallica brillantezza che in ogni caso sarebbe andata perduta, e per sempre, per il fatto stesso di essere inanimata.
Ma attingere a quella fonte pareva essere più complicato del previsto, specie per lui, eterno molosso dell’emotività karmica.
La stessa storia si ripeteva identica ogni giorno, indifferente alle mutazioni cellulari, ai microcosmi, all’aria ed ai pulviscoli, come se fosse immune ad ogni allergia, quasi che il vento stesso avesse iniettato in lui uno spiraglio di vera eucatastrofe, unico efficace antidoto alla perdizione più nera. Ma per quanto ancora avrebbe potuto sopportarlo?
Camminando per strada se lo chiedeva, sguardo vacuo e sinapsi rabberciate.
Qual era il significato di tutto questo? Il significato della parola amore, intesa come malattia? Il significato della parola cura, intesa come amore? E ancora il significato della parola disprezzo, intesa come sintomo?
Era tutto troppo, troppo complicato.
Le donne, ne era certo, vivevano idealmente su di un’altra terra, così irraggiungibile da poter essere toccata, così vicina da non essere scorta ad occhio nudo.
E lei non era diversa dalle altre, in fin dei conti. Come quella volta, quella volta a Parigi…
'Oh, Paris! Paris! Tu me manque, Paris!'
Lo gridava forte ad ogni vicolo, disperatamente, furiosamente, consapevole che certe volte un paio di mocassini gialli, purtroppo, non basta… No, non basta, non basta affatto.
Era tutto troppo complicato.
Spesso la realtà è fin troppo prevedibilmente difforme rispetto all’immaginario umano, così come accade che la verità non si presenti nuda, talvolta, a determinate latitudini, cosicché la ribellione resta soltanto un ricordo sbiadito di un’epoca passata. Della gioventù, forse, ammesso che sia mai esistita. Lo diceva sempre anche il vecchio Cedric: ‘non c’è nulla di più fantasmatico della realtà, a questo mondo…’
Dannato Cedric, vecchia canaglia, avevi proprio ragione tu. Avevi ragione su tutto! Su tua moglie – quella sgualdrina, pace all’anima sua – sui soldi, sulle donne, sulla vita. Giocavi d’azzardo coi sentimenti, amavi il rischio, ma non hai perduto una sola partita. ‘La donna è la più profumata delle illusioni’, dicevi, non senza un fremito di vivida angoscia. Adoravo il tuo ragionare senza veli, il tuo esporti senza censura, sempre e comunque, anche quando le porte parevano chiudersi impietose in faccia.
Di quelle nove porte hai saputo rimuovere tutto tranne l’ombra, così tragicamente indelebile nel nostro animo.
Non è facile predicare e praticare la trasparenza. Me lo hai insegnato tu, vecchia carogna putrefatta! E ora so che bisogna andare avanti senza leccare i piedi di nessuno, con coraggio e determinazione, cavalcando a pelo, per godere e suggere, suggere e godere, proprio come il rugginofago.
Del resto lo scrisse anche Yarni:’ il vuoto è noioso, rigido e freddo come una palla di vetro: se la fai rimbalzare va in mille pezzi…’
Dio mio quanto è vero. Non lo è mai stato così tanto.
Se ripenso a Parigi, adesso, sotto questa luce, nulla mi sembra come prima.
Le porte si schiudono, ecco, le ombre si assottigliano. Mentre fuori sta per nascere un fiore […]
chicotrapella - giovedì, 12 luglio 2007 | Permalink | commenti (6)
tags: cultura, riflessioni, letture, autori, sperimentazione