Fiamma e diaframma
di Amedeo Fortini

Una stanza bianca, una corda. Che fine ha fatto l’attivismo viennese? sembra chiedersi Franz Schiller, ormai vecchio e stanco, mentre annoda il cappio.
Così si apre “Fiamma e diaframma”, unico film di Amedeo Fortini, girato – non senza difficoltà – nel 1976. Da molti considerato la risposta meno utopistica a Blow Up, ha sempre rappresentato uno scoglio per chi si accinge a collocarlo all’interno del cinema dell’epoca: i colori, la fotografia, la sceneggiatura sincopata, tutto sembra essere in antitesi con le correnti cinematografiche e stilistiche degli anni 70.
La trama è nota: il giovane fotografo Schiller si avvicina al mondo dell’attivismo viennese, che negli anni settanta vedeva il suo corso divenire sempre più estremo, poiché prossimo alla fine, quando dopo alcuni episodi formativi, decide di andare oltre, a suo modo, negando sé stesso in un modo crudo che rapidamente lo porta a quella che è considerata la scena madre del film, il lancio della sua macchina fotografica Canon AE1 (prima fotocamera con rudimentale microprocessore, chiave di lettura tutt’altro che casuale). Il lancio tormentoso, quasi organico, di una parte di lui, tecnicamente ineccepibile (uno split screen ante litteram) che è passato alla storia del cinema italico come un piccolo capolavoro. La macchina, come sappiamo, non giungerà mai al suolo, e questo scatenerà nel protagonista una serie di reazioni, paradossalmente più vicine all’attivismo viennese ora che non quando ne era un seguace, reazioni che rapidamente lo porteranno al declino e infine alla morte per sua stessa mano, nella stanza della sequenza iniziale, da cui il film, un cupo flashback, ha origine.
Difficile dire, senza essere banali, che cosa ha significato all’epoca questo film: uno scomodo fardello, soffocato dalle vicende legate alla sua realizzazione: dalle censure in odore di maccartismo all’ostracismo della stessa area comunista in cui il film era maturato. Certo è che trent’anni dopo, con lucidità, possiamo vedere distintamente i contorni di questo episodio di meta-cinema: il film, nel suo spezzare i canoni, non voleva dare risposte, ma piuttosto essere la risposta.
Questo è quindi “Fiamma e diaframma” oggi, un insegnamento, ma anche un più ampio monito a non dimenticarsi consciamente o meno di questo cinema, scomodo ma proprio per questo prezioso. Fortini ha pagato sulla sua pelle un coraggio forse dovuto all’ingenuità dell’esordiente (non era un regista vero, piuttosto un tecnico prestato al cinema), e ha continuato a pagare fino alla sua scomparsa, nel 2002, consumatasi dell’indifferenza. Certo è un po’ triste che un personaggio così, debba venir omaggiato all’estero (un personaggio in Kill Bill si chiama Franz Schiller) e non in patria, non nella sua Roma, la città aperta, che ad esclusione di qualche passaggio nei cineclub ha sempre sbarrato le porte a “Fiamma e diaframma”.
E’ doveroso concludere con le parole che Fortini amava ripetere: “Tutti dovrebbero aver la possibilità di fare film, ma non tutti dovrebbero avere la possibilità di guardarli."

Salve a tutti, mi intrometto in calce a questa straordinaria recensione solamente per dare, a nome della Fucina tutta, un grosso, grossissimo benvenuto a Stranigiorni, che oggi per la prima volta - e speriamo sempre più di frequente - ha accettato di mettere a disposizione della Fucina le proprie competenze maturate nell'ambito della critica cinematografica (fruttuosamente integrate da contaminazioni fotografiche/visionario/immaginifiche proprie del suo personalissimo background). E' davvero una bella sorpresa, un piccolo regalo che ci facciamo e vi facciamo, con l'augurio di poter implementare ulteriormente, per il futuro, questo prezioso feedback emozionale instaurato con i lettori, un rapporto di fiducia che rappresenta davvero un bene raro, di cui andare fieri, specie al giorno d'oggi. Ma non voglio tirarla per le lunghe. In bocca al lupo a Stranigiorni, dunque, e buona lettura a tutti voi. Carlo Trapella.


Quello che vorrei proporre oggi si colloca decisamente oltre il grigio muro del convenzionale. Si tratta di una sperimentazione stuzzicante sotto molti di vista, che tanto attinge dal pozzo cyberaccademico storico di fine millennio, ma che al contempo va ad aprire un varco interessantissimo in quella sovrastruttura macchinosa che oggi chiamiamo ibridazione dialogica, la quale - non sono il solo a sostenerlo - da tempo richiede un vigoroso cambio di rotta, una sferzata tonificante, un'audace rivisitazione sostanziale di intenti che invada anche e soprattutto il formale, e senza la quale le sorti dell'intero movimento sarebbero senza ombra di dubbio tragicamente segnate verso il declino. Ammesso che di rinascita si possa ancora parlare.

Piergiorgio Tabellini, nonostante la giovane età, sembra averlo capito perfettamente. Ecco che allora il talentuoso autore emiliano ha voluto produrre con tenacia un primo, meditato abbozzo di ricerca, che tenga certamente ben salde le contaminazioni benefiche del passato senza per questo precludere uno sguardo attento e mirabilmente visionario sugli scenari futuri.

La metodologia di lavoro mi pare estremamente coerente e dinamica, e il risultato apprezzabilissimo. Tabellini applica alla lettera le tecniche di filtraggio teorizzate da Apollinaire (già trattate ampiamente in queste pagine), o quanto meno le applica rigorosamente nei primi tre passaggi, per poi scegliere una via se vogliamo ancor più rischiosa, che prevede cioè dapprima una scansione continua dello scritto con una banda passante relativamente tenue, a tratti impercettibile, con un crescendo finale inarrestabile segnato da una sequenza micidiale di cut-off progressivi davvero molto, molto severi. Ardita anche la scelta di ghettizzare senza possibilità di appello la punteggiatura, a detta dell'autore inutile fardello di un inutile retaggio vetero-passatista. Ghettizzare, non eliminare, attenzione. Non c'è disprezzo cieco ma piuttosto un diverso uso di. E ci passa un fiume. Da qui la nuova possibilità che viene messa a disposizione del lettore: usufruire della punteggiatora a piacimento, scegliendola e componendola secondo la propria personalissima chiave interpretativa ed emozionale del momento, in una operazione quanto mai viva e pulsante. Tabellini struttura l'operazione in maniera molto molto intelligente, piazzando dei veri e propri punti di ristoro attraverso i quali il lettore potrà trovare conforto grazie alla punteggiatura desiderata e strettamente necessaria, mai superflua. E' un continuum sorprendente, un bellissimo esempio di moderno testo fittato e mutaforme, da apprezzare e riscoprire lettura dopo lettura.

 

quale oscura dittatura di pensiero si celava in esso al punto di implodere di colpo il vento si ribellava soltanto all’idea di quella parodia di vita è il branco dei sapiens sapiens ominide o scimmia od omuncolo che tu sia devi esserne membro onoriario altrimenti non sei un cazzo di niente un cazzo di niente tu e la tua manciata di neuroni stanchi ,,,::.,,!.,.,;?,! che cosa immaginavi eh che cosa avresti sperato sparuta bestia con la parola dall’olfatto represso ti sembra strano ordunque ma che cosa è strano se non gli strani siti in cui navighi a comando dettati da chi se non da te stesso .,.,...,,?!?, te l’avevo detto te l’avevo detto te l’avevo detto ecco che cosa succede a maneggiare l’immaneggiabile ora non potrai più raccontarlo ah ah ah ah ah .,:,.!.!.!; farai la fine del topo nel cassetto la relazione matematica che in nepero contraddistingue una scala a chiocciola booleana la conosci bene è sempre la stessa e tu stai al centro dell’immane dardo come in una folle tromba d’aria che gela l’anima ..,,;.,,,,..,, ecco spiegato il perché del comune itinere della serie siamo tutti dentro ad un enorme cavallo di troia amico e tu hai visto amico che fine ha fatto anita e tutti quelli come lei il filmato era eloquente non trovi ma quanto meno lei ci ha messo la faccia ,.,!.;..?,,, è il concetto della montagna che si estende fino alla radice fino alle estreme conseguenze fallo tu allora fallo se ne sei capace invece di nasconderti dietro idoli di rame come fece bebo eri tu quello della foto vero sembrava tutto facile prendere senza dare ma l’esperienza non è gratis non è mai gratis anche quando tutto il resto sembra gratis dovresti averlo imparato ,.!,,:,,?!.;,, le immagini si confondono ora tutto ronza e si mescola fragile come bava di tornitura raschiante e in ombra segui allora i tuoi piedi loro sanno dove andare oh sì eccome se lo sanno prendi bebo per esempio se solo sapessi chi è questo dannato bebo in cima ad ogni classifica c’è lui bebo ed è come una grande spirale mistica che tutto avviluppa una immanente orgia di significato nel più classico dei deja vu ,.;,!,;;?,.:.,.,., strani pensieri si rincorrono arriverà :uovo un giorno la verità si rivelerà cruda così come è nuda senza veli senza mutande quasi svergognata ai nostri occhi sono cose che fanno male un duro colpo nella bocca dello stomaco che diventa allora bocca della verità ma muta mai mutevole vista la sudditanza e ci sarebbe da chiedersi se sarà rappresentabile in foto prima o poi similmente ad un sancta sanctorum modernizzato ,.,,!:,,,.,;..,.,., la patata è bollente specie entrando in un metacafè freddo e altezzoso l’hai visto quel video vero quel video in cui rebelde cavalcava nuda con la chioma rasata a zero uno spettacolo postimpressionista di cattivo gusto preferivo di gran lunga la mininova lei almeno tra tutte le donne aveva una testa pensante e gode di una stima notevole nell’ambiente dei wiki quello che può da e quello che può prendere lo prende non ha paura le donne lo sanno come la moglie di bebo ,.,,..,:.,.,..,.,,., spesso era ubriaca ma tra la botte la moglie ed i buoi si è sempre preferito il toro valenciano alla vacca non è certo applicabile la teoria della salama da sugo tutto questo geddes sciovinista da quattro soldi l’andamento che si prefigura è a dente di sega così drammaticamente variabile nei toni complessivi ricorda un gretto manico di scopa tutto fumo e niente arrosto quasi a dire che cambiare si può non si deve !,!.,,:..,.,.;,..:,.,;,., l’aveva detto anche parker del resto in tempi non sospetti prefigurando un’applicabilità pratica all’anticonsumismo dexteriano e qui eccone la nobilitazione a dogma pronta e servita su un piatto d’argento quello stesso piatto che bebo si rifiutò di vedere pensando forse erroneamente che la formula per calcolare un'area fosse differente dalla formula per il calcolo del perimetro ma qui la geometria dei quanti c’entra poco o niente ed è questo in ultimo il vero significato dell’esistenza !.,:.,,.;:!?,..,,.;,.,!:

chicotrapella - mercoledì, 24 ottobre 2007 | Permalink | commenti (15)
tags: cultura, letture, suggestioni, autori, sperimentazione, tecniche pratiche


42. Sto parlando di quarantadue TV-color letteralmente fran-tu-ma-ti. Distrutti, annichiliti, disintegrati. Per sempre.
Quando si dice un successo oltre ogni aspettativa.

 

Grazie.

Al genio di De Rimondi, ma soprattutto GRAZIE A VOI, una volta di più.


E' stata davvero una bella serata, da ricordare.
chicotrapella - mercoledì, 03 ottobre 2007 | Permalink | commenti (8)
tags: cultura, appuntamenti, servizio, collaborazioni, sperimentazione
Quello che sto per annunciare farà la gioia di molti di voi, lo so bene. In tanti ce lo avevate chiesto, davvero a gran voce, davvero con appassionata insistenza, ed eccoci qui: il popolo chiede, la Fucina risponde.
Mi scuso per l’assenza più prolungata del previsto, ma abbiamo letteralmente fatto i salti mortali per organizzare questo evento, che come sempre non sarebbe stato possibile se non grazie alla preziosa ed insostituibile collaborazione di Azeglio Cacciot e il suo staff del Mercuriale. Grazie di cuore ragazzi, grazie per la passione che ci mettete ogni giorno! E grazie anche ad Edizioni Cassiopea, che continua a credere in noi e che ha deciso una volta di più di accompagnarci per mano nel nostro cammino di sperimentazione e ricerca.
Ma basta con i preamboli, ora, e veniamo al dunque! Non è senza emozione che, ancora una volta, sto per darvi appuntamento al Centro Civico Serroni, in via del Pratello a Bologna, Sabato 29 Settembre alle 21:00 per
 
L’INGANNO DEGLI INGANNI
un monologo di C. Simon
riadattato, rivisto ed interpretato da
Giulio De Rimondi
 
Ecco: il post potrebbe tranquillamente essere chiuso qui.
Qualsiasi discorso rischierebbe di risultare superfluo, in casi come questo, eppure due parole vorrei spenderle ugualmente a favore del grande, irreprensibile Giulio. In qualche modo glielo si deve, per onestà intellettuale ma non solo: glielo si deve per gratitudine, verrebbe da dire, perché il lavoro di questi anni ha arricchito ognuno di noi di una forza nuova, sorprendente, costruita con dedizione ed audacia per mezzo della costante e delicata manovra operata da Giulio nel reinventarsi, giorno dopo giorno, di parola in parola, nel rimettere in discussione tutto attraverso se stesso, che nella sua personalissima visione del reale equivale a mettere in gioco in primo luogo se stesso, attraverso il tutto. E capite bene quanto si tratti di una logica tutt’altro che comoda, tutt’altro che semplicistica.
Il Giulio De Rimondi scrittore lo conoscete. Probabilmente meno nota ai più è la straordinaria attitudine teatrale del De Rimondi, la sua propensione scenica, l’irresistibile e prostetnico carisma comunicativo unito ad una raffinatezza di pensiero non comune, doti che indiscutibilmente hanno fatto e fanno di lui un artista completo, a tutto tondo.
De Rimondi non è nuovo ad estroflessioni di questo genere. Così come fece nel 2001 con la fortunata trilogia (sempre di Simon) del Bambino Cresciuto, che tanto successo riscosse nelle banlieu parigine, egli ha voluto curare personalmente ogni singolo aspetto della rappresentazione, trasformando il già articolato monologo di Simon in uno spettacolo pirotecnico all’interno del quale il pubblico gioca un ruolo chiave. Del resto, come sappiamo, De Rimondi ha fatto della sua vocazione alla polemica, alla provocazione, alla denuncia non solo un segno distintivo, ma una vera e propria misson sociologica.
Ecco che allora quella che dapprima potrebbe sembrare una abbozzata introflessione onirica si va schiudendo poco a poco, lambendo stralci di visceralità assoluta, fino alla vertigine; da qui la folle, disperata discesa che inevitabilmente dovrà condurre il singolo ad una comune presa di coscienza, abbandonando ogni cieca logica manichea a favore di un più consapevole agnosticismo sociale, che per sua stessa definizione non potrà mai piegarsi alle logiche consumistiche e opprimenti dettate del sistema (inteso come controllo preordinato delle menti).
E’ chiaro che una denuncia di questo tipo diventa allora molto pesante. De Rimondi se ne assume piena responsabilità, tanto da indicare con inaudita lucidità il mezzo principe di questa drammatica opera di anestetizzazione collettiva: la televisione. E’ il topos della rappresentazione. De Rimondi, con un cinismo critico senza precedenti, scardina uno ad uno i plasticei pilastri che costituiscono, in maniera così ingannevole, la sovrastruttura massmediatica, facendoli letteralmente saltare come birilli, con una nonchalance quasi imbarazzante. E’ un’azione veramente impietosa. Non sazio di una seppur così profonda demolizione concettuale, De Rimondi intraprende una demolizione materiale che travalica la mera provocazione per assumere i contorni ben delineati della catarsi. Una catarsi collettiva. Sarà il pubblico stesso, infatti, ad offrire in olocausto il proprio televisore, immolando con esso la propria condizione di prigionia. E quando il maglio (non più figurato ora, ma che al contrario ha preso corpo, sostanza e vigore) di De Rimondi si abbatterà con violenza su ogni tubo catodico, su ogni singolo cristallo liquido, e questi esploderanno devastati in mille pezzi, o si accartocceranno tragicamente in un fragore assordante davanti agli occhi luccicanti del pubblico, in una sorta di trance distruttiva purificatrice, ecco che allora sì l’inganno degli inganni non sarà solamente svelato, ma superato. Insieme. E chissà che forse, per la prima volta, non potremo tutti tornare a casa più liberi e più leggeri, o quanto meno diversi.
 
P.S. Come consuetudine, per chi vorrà, seguirà dibattito informale a caldo con Azeglio Cacciot del Gruppo Mercuriale. Non mancate.
Diciamolo pure apertamente: a noi della Fucina le smancerie non piacciono e non sono mai piaciute. Non ci piacciono i romanzotti adolescenziali, non ci piacciono le storielle zuccherose, patinate, glitterate, smielazzate, non ci piacciono i Moccia, per dirla tutta.
E questo per onestà intellettuale.
Fatta questa doverosa quanto banale premessa (a proposito: se putacaso – sfiga – ti piacesse davvero Moccia – ma non credo, dai – sei gentilmente pregato/a di dirigere il tuo grazioso puntatore verso altri lidi virtuali, e piuttosto celermente anche: te ne saremmo davvero tutti molto grati; poi semmai fai così, fatti un regalo và: vatti a comprare, che so, Rui Mong, leggitelo due o tre volte e poi – forse – possiamo riparlarne – forse – ), fatta questa piccola importante premessa dicevo, il brano di oggi è quello che si può definire un vero e proprio concentrato di carica emozionale. Tratto dal “Dandy Ribelle” di Pietro Zuler, edito nel 2002 da Cassiopea, il brano è quanto mai funzionale per comprendere come anche i sentimenti e l’affettività possano essere trattati in un certo modo, mi verrebbe da dire di gran lunga più consono ed edificante, ma non è mia intenzione sbilanciarmi. Preferirei davvero lasciare spazio anche alle vostre sensazioni, pertanto, ancora una volta, buona lettura.
 
P.S. E’ un testo davvero particolare ed intrigante, una vera chicca per voi amici lettori. Mi auguro che con questo possiate perdonare la mia prolungata assenza dalla pagine della Fucina.
 
[…] E non era forse quella la soluzione? Rinnovare un sentimento senza implicazioni di sorta, lacerandosi esteriormente, certo, eppure mai nel nucleo. Quello - a differenza del mondo decadente e satrapo che lo circondava da qualche tempo - sarebbe rimasto puro, integro, vergine nella sostanza. Se c’era una cosa da imparare adesso era proprio l’arte del rugginofago. Suggere le altrui lucide forze per nutrimento, senza preconcetti fatti di molli scrupoli, alimentandosi di quella gelida, metallica brillantezza che in ogni caso sarebbe andata perduta, e per sempre, per il fatto stesso di essere inanimata.
Ma attingere a quella fonte pareva essere più complicato del previsto, specie per lui, eterno molosso dell’emotività karmica.
La stessa storia si ripeteva identica ogni giorno, indifferente alle mutazioni cellulari, ai microcosmi, all’aria ed ai pulviscoli, come se fosse immune ad ogni allergia, quasi che il vento stesso avesse iniettato in lui uno spiraglio di vera eucatastrofe, unico efficace antidoto alla perdizione più nera. Ma per quanto ancora avrebbe potuto sopportarlo?
Camminando per strada se lo chiedeva, sguardo vacuo e sinapsi rabberciate.
Qual era il significato di tutto questo? Il significato della parola amore, intesa come malattia? Il significato della parola cura, intesa come amore? E ancora il significato della parola disprezzo, intesa come sintomo?
Era tutto troppo, troppo complicato.
Le donne, ne era certo, vivevano idealmente su di un’altra terra, così irraggiungibile da poter essere toccata, così vicina da non essere scorta ad occhio nudo.
E lei non era diversa dalle altre, in fin dei conti. Come quella volta, quella volta a Parigi…
'Oh, Paris! Paris! Tu me manque, Paris!'
Lo gridava forte ad ogni vicolo, disperatamente, furiosamente, consapevole che certe volte un paio di mocassini gialli, purtroppo, non basta… No, non basta, non basta affatto.
Era tutto troppo complicato.
Spesso la realtà è fin troppo prevedibilmente difforme rispetto all’immaginario umano, così come accade che la verità non si presenti nuda, talvolta, a determinate latitudini, cosicché la ribellione resta soltanto un ricordo sbiadito di un’epoca passata. Della gioventù, forse, ammesso che sia mai esistita. Lo diceva sempre anche il vecchio Cedric: ‘non c’è nulla di più fantasmatico della realtà, a questo mondo…’
Dannato Cedric, vecchia canaglia, avevi proprio ragione tu. Avevi ragione su tutto! Su tua moglie – quella sgualdrina, pace all’anima sua – sui soldi, sulle donne, sulla vita. Giocavi d’azzardo coi sentimenti, amavi il rischio, ma non hai perduto una sola partita. ‘La donna è la più profumata delle illusioni’, dicevi, non senza un fremito di vivida angoscia. Adoravo il tuo ragionare senza veli, il tuo esporti senza censura, sempre e comunque, anche quando le porte parevano chiudersi impietose in faccia.
Di quelle nove porte hai saputo rimuovere tutto tranne l’ombra, così tragicamente indelebile nel nostro animo.
Non è facile predicare e praticare la trasparenza. Me lo hai insegnato tu, vecchia carogna putrefatta! E ora so che bisogna andare avanti senza leccare i piedi di nessuno, con coraggio e determinazione, cavalcando a pelo, per godere e suggere, suggere e godere, proprio come il rugginofago.
Del resto lo scrisse anche Yarni:’ il vuoto è noioso, rigido e freddo come una palla di vetro: se la fai rimbalzare va in mille pezzi…’
Dio mio quanto è vero. Non lo è mai stato così tanto.
Se ripenso a Parigi, adesso, sotto questa luce, nulla mi sembra come prima.
Le porte si schiudono, ecco, le ombre si assottigliano. Mentre fuori sta per nascere un fiore […]
chicotrapella - giovedì, 12 luglio 2007 | Permalink | commenti (6)
tags: cultura, riflessioni, letture, autori, sperimentazione

(a cura di Nevio Scannabucci)

Di lieve farfalla
 
su algide lame
 
permane l’aroma.
 
Geloso lo serbo
 
sublime retaggio
 
d’un mantecare d’anime.
nevios - mercoledì, 13 giugno 2007 | Permalink | commenti (14)
tags: suggestioni, collaborazioni, arte visiva, sperimentazione, metapoetica
E’ interessante, davvero molto interessante lo studio realizzato dal professore tedesco Alexander Khermes in merito all’intelligibilità visiva preliminare, sviluppato in collaborazione del Dipartimento di Scienze Filologiche Sperimentali dell’Università di Hannover.
Profondo conoscitore della letteratura sassone nonché stimato semiologo internazionale, dopo aver tenuto per oltre dieci anni la cattedra di storia comunicativa medioevale al prestigioso Rineal Dext Institute di Amburgo, l’esimio professore ha seguito diversi progetti di carattere formativo e sociologico a livello europeo, finalizzati a promuovere una nuova cultura dialogica basata sullo scambio de-contestuale, che valorizzasse cioè le dissimilitudini – come lui stesso ama definirle – tra i diversi popoli, usi e costumi, attingendo dal grande serbatoio della storia quei valori che, se e solo se conformi alla carta deontologica stipulata dall’Associazione Interculturale Middeleuropea, potessero rilanciare fattivamente quel meccanismo di produttività linguistica da tempo sopito (per lo meno in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia).
Ed è proprio in seno a questa delicata attività che si è sviluppata nella sensibilità del professore un’ulteriore esigenza educativa, per molti versi così essenziale, indissolubilmente legata al discorso dell’ermeneutica intesa come valore aggiunto di una moderna società civile; parlo naturalmente dello studio della IVP (intelligibilità visiva preliminare), che è un po’ da considerarsi come la naturale continuazione del costante percorso di ricerca intrapreso dall'intellettuale tedesco.
Nata inizialmente come materia sperimentale, l’IVP ha raccolto nell’ultimo biennio un’infinità di consensi, ed oggi sta dispensando, e a piene mani, i primi succosi frutti.
Tutto ciò è ampiamente trattato all’interno del fascicolo ALKH07, redatto dal professore insieme ai ragazzi di Hannover, fascicolo che aiuta a capire – in un linguaggio estremamente semplice, comprensibilissimo, adatto anche ai non addetti ai lavori – quanto l’IVP giochi un ruolo cruciale nell’ambito dei nostri modelli comportamentali rapportati alla sfera del sociale.
Ma quali sono le sostanziali novità introdotte dallo studio? Beh, sono davvero un’enormità.
Senza dubbio va citata l’ampia dissertazione in merito ai prolassi consequenziali di significato, che prende spunto dalla progressiva erosione di senso già trattata in passato da Alley e Stevenson, con riferimenti incredibilmente coerenti alla realtà che tutti noi viviamo ogni giorno (corredati da una serie di slides esplicative davvero ben fatte). Pregevole ed illuminante anche la demolizione del concetto di ibridazione dialogica, un vero scacco matto in tre mosse (per certi versi davvero cinico e spietato) che non lascia possibilità d’appello ai suoi demiurghi, Montagna in primis. Mi sento tuttavia di affermare che il nocciolo dello studio, dell’intero studio probabilmente, sia racchiuso nel capitolo 19, intitolato in maniera del tutto provocatoria dumm-derjenige-der-lesenstrasse (letteralmente scemochilegge: un chiaro riferimento, anche giocoso, al più classico dei paradossi linguistici di ogni tempo).
E’ qui che, non prima di una prefazio storica dettagliatissima, che aiuta a comprendere le origini più antiche di un vero fenomeno di costume, ci si addentra nel vivo del discorso.
Come mai – si chiede il professore – come mai ci troviamo sempre più spesso di fronte ad un deterioramento così radicato della tensione cognitiva? Come si spiega il disinteresse, il volontario quanto sconsiderato digiuno da parte dei giovani, ma anche dei meno giovani, riguardo alla produzione letteraria di livello per così dire “alto”? Esiste una sorta di rigetto? Di apatia? Di svuotamento?
Le risposte – va detto – non sono affatto confortanti.
Dati alla mano, quello che emerge è un drammatico allontanamento dal modello di Hexagon dovuto principalmente a motivi quali vita frenetica, immaturità, mancanza di valori, superficialità. Il problema è che non si ha più tempo, non si ha più tempo per leggere, assimilare, ragionare, capire, crescere.
Tutto ciò è molto grave.
L’esempio riportato nel capitolo 19 è davvero illuminante in propostito, oltre che terribilmente reale. La gente non ha tempo, i giovani non hanno tempo, i lettori non hanno tempo. Ad un palmo dal proprio naso ecco un testo di autentico spessore ma niente, niente da fare, non c’è tempo, non c’è tempo per leggerlo, non c’è tempo per interiorizzarlo. E che cosa fa allora il nostro simpatico lettore moderno? Semplice: sorvola, svicola, non approfondisce, giudica in maniera superficiale. Dà un’occhiata alle prime righe, a qualche grassetto magari, certo, e pensa di aver capito già tutto, il furbone. Quante volte sarà capitato anche qui tra le pagine di Fucina Trapella! Ahime, quante volte!
E’ uno studio di una concretezza impressionante.
Sostiene il professor Khermes che di fronte ad un testo impegnato soltanto una persona su 10 decide di mettere in discussione il proprio tempo, dedicandolo all’assimilazione dei contenuti (operazione talvolta impegnativa, senza dubbio, ma allo stesso tempo così indispensabile). Gli altri nove no. Gli altri nove si ritengono più scaltri, probabilmente. Superiori. Più fichi. A loro basta qualche dannata riga e qualche fottuto grassetto per decidere che il tal argomento non è degno di interesse. Se poi i grassetti si diradano allora ciao, si passa ad altro, si corre subito via, via, a giocare alla Playstation o a guardar la De Filippi. Khermes si scaglia duramente contro questo malcostume diffuso e nel paragrafo tecniche pratiche di sub-assimilazione concettuale la sua posizione viene esplicitata senza mezzi termini.
Un testo di tipo A – afferma il professore – potrebbe finanche contenere i peggiori epiteti del mondo, magari rivolti allo stesso lettore (ricordate il titolo del capitolo 19?), e questi con grande probabilità potrebbe assimilarli involontariamente, subliminalmente per così dire, rendendoli effettivi proprio a causa del suo stesso modo di fare sconsiderato, colpevolmente superficiale. E’ possibile che all’interno di questo ipotetico testo siano presenti – è solo un esempio, intendiamoci – parole come faccia del tuo cazzo, coglione, rimbambito, rintronato, scellerato, mentecatto, bagaglio, bagiano, zavaglio, testa di pube, glande raffermo, vulva rinsecchita, pezzo di melma, bestia con la parola, cesso vivente, rottame ambulante, feccia della società, puss del mondo, gran pezzo di sterco di capra andato a male, uomo-merda, poveretto, pover’uomo, cazzone avariato e via di questo passo, soloper citarne alcune. Niente di più facile. E’ incredibile come questi termini potrebbero essere presenti, ovunque, sparsi qua e là all’interno dell’ipotetico testo, e il lettore medio neanche se ne accorgerebbe (nove volte su dieci). Perché tanto ci sarà sempre un rassicurante grassetto al quale aggrapparsi, come folle baluardo d’approssimazione mentale dal quale risulterà fin troppo facile librarsi in aria per sorvolare a volo d’uccello l’intero testo, bellamente, spensieratamente, mettendo così a tacere la propria coscienza critica.
E’ triste, lo so. Eppure pare proprio che sia così, almeno secondo lo studio condotto dal professore.
Mi chiedo a questo punto se veramente anche qui alla Fucina Trapella questo fenomeno sia accaduto o possa accadere, e con quale frequenza. Spero francamente il meno possibile (e lo spero più che altro per voi lettori).
Tuttavia sono convinto che il nostro sia per la maggioranza un pubblico attento e preparato, che non si lascia certo intimidire da un testo apparentemente più lungo dela media, magari condito da qualche parolina difficile.
Io lo so che siete così, lo sento. So che non fate parte di quei nove. Datemene testimonianza, vi prego.
Altrimenti, beh, è anche inutile che ve lo dica.
Perchè in fondo – ed è proprio questo il bello del paradosso Khermesiano – ve lo sareste già detto voi stessi, in autonomia.
chicotrapella - mercoledì, 30 maggio 2007 | Permalink | commenti (13)
tags: cultura, riflessioni, generale, autori, britney spears, mutande, dibattiti, sperimentazione
A seguito delle roventi polemiche scatenate dal precedente post, polemiche senza dubbio costruttive, certo, ma in parte anche contaminate, spiacevolmente contaminate devo dire da dosi massicce di astiosità, illazioni gratuite e malafede, sento il bisogno di precisare un paio di cose importanti. Molto importanti. Ne va dell’intera credibilità del progetto-Fucina.
Premetto che non mi esprimerò ulteriormente sulla questione Grande Magnete, non per ora almeno. Gli animi sono ancora fin troppo infuocati ed io non sarò così sciacallo da cavalcare questa onda emotiva per un mio tornaconto personale a livello di visibilità, no davvero.
Tuttavia vorrei fosse chiaro, una volta per tutte, ciò che deve aspettarsi o non aspettarsi il lettore da questo nostro blog, e cosa noi dobbiamo al lettore in termini di servizio, al fine di evitare sgradevoli fraintendimenti futuri.
 
E allora per prima cosa, con estrema serenità, a nome della Fucina tutta desidero dirti questo, carissimo lettore-avventore: che se sei in cerca di informazione spicciola, disimpegnata, da bar sport, questo non è il posto che fa per te. Sono desolato. Non ti deprimere però, mi raccomando, non arrenderti così facilmente caro avventore un po’ superficialotto. Che di bar sport il mondo è pieno, pullula; guarda: ce n’è uno proprio lì all’angolo. Quindi vai, accomodati pure. E fatti una bella sorsata di tragico niente alla mia salute.
Però dopo, per cortesia, evita di presentarti qui, sbronzo, a pisciarmi le tue mediocri sentenze sulla moquette del salotto.
Caro avventore, sei per caso in cerca di facile pubblicità per il tuo imperdibile, fantasmagorico blog? Okay, in fondo non c’è niente di male, lo capisco, è più che legittimo il desiderio di condividere con gli altri le proprie idee e la propria interiorità. Del resto a chi non interesserebbe sapere dettagliatamente che ieri, subito dopo che avevi litigato così furiosamente con la tua fidanzata perché ti eri dimenticato di videoregistrarle l’ultima puntata di Uomini e Donne hai deciso di prenderti finalmente del tempo per te stesso e hai fatto quella rilassantissima passeggiata al mercato rionale dove tra l’altro sei riuscito finalmente a reperire quella rarissima statuetta del presepe proprio quella del pastore albino che pensavi di non trovare mai ma proprio mai mai mai più? Certo io non me la sento di escludere a priori l’esistenza di un qualche squilibrato che desideri veramente sapere tutto questo.
Però ti prego, se puoi, almeno, cerca di non venire qui a chiedermi di votarti al tal-concorso del tal-tizio del tal-sito, spudoratamente, senza alcun ritegno. Altrimenti fallo, fallo pure. Ma sappi che la cosa migliore, la più bella che ti potrà accadere è che io non ti voterò. Tutto il resto (leggi: il modo più efficace per fartela pagare frantumandoti quel briciolo di reputazione che ti è rimasto) lo valuteremo, e attentamente, di volta in volta.
Caro il mio avventore birichino nonché porcellone, sei forse tu in cerca di una frizzante emozione virtuale, di un effimero squarcio di piacere che, per quanto fuggevole, ti aiuti ad emergere dalle grigie miserie della tua vita quotidiana? Bravo. Ma Fucina Trapella non è il sito che fa per te, fattene una ragione. Qui non troverai immagini di Paris Hilton nuda, né foto di Britney Spears senza mutande, né video di Paris Hilton e Britney Spears nude e senza mutande. E a dirla tutta temo che non le troverai nemmeno col cappotto. Così come non troverai quei filmati girati a scuola col telefonino, quelli tanto di moda al giorno d’oggi, quei video che stai cercando da giorni e giorni con copiosi rigagnoli di bava alla bocca – ma guarda come ti sei ridotto – , quelli in cui gli studenti del liceo se la fanno con l’insegnante che se la fa con la preside mentre altri studenti arrapati filmano la bidella che si tocca pensando a Britney Spears nuda insieme a Paris Hilton senza mutande. O era il contrario, non ricordo. Ma io dico: ci rendiamo conto a che punto siamo arrivati?
Ricapitolando: qui non troverai nessuna foto, immagine, video, filmino o filmato che dir si voglia che possa riguardare gente nuda o in atteggiamenti compromettenti e/o promiscui, deprecabili, fini a sé stessi. In altre parole se sei in cerca di materiale che abbia a che fare con il sesso inteso come pornografia, con la pornografia intesa come sesso, con Paris Hilton intesa come nuda o con Britney Spears intesa come senza mutande – era lei quella senza mutande mi sa – e tutto questo magari lo stai cercando gratis – eh beh certo, gratis, perché abbiamo pure il braccino corto – se stai cercando tutto questo dicevo, allora sappi che qui alla Fucina Trapella non lo troverai.
Non solo. Sarà lo stesso staff di Fucina Trapella a farsi carico personalmente e con discrezione del delicato compito di informare tua moglie, o chi per lei, a proposito delle tue scorribande proibite sul web.
Caro il mio bel avventore.
Già. Avrei tante altre cose da dirti, ma forse è il caso che mi fermi qui.
Anzi no.
Perché io lo so come sei fatto. Tu pensi di poter venire qui a criticare tutto, tutto quanto, tipo che so, ne dico una, il template. Sì, proprio quello che stai osservando in questo momento con quell’aria da infelice.
Ti fa vomitare, non è vero?
Beh, ci stiamo lavorando. Scusa tanto se non siamo dei perdigiorno come te, fannulloni che non fanno altro che stare al pc, a mettere insieme tag, a dispensare links, a testare tools. Il tuo template è più fico del nostro, e con ciò? Qui si bada ai contenuti. Non mi parlare di template, allora, non mi parlare di template di wordpress, che sono meglio dei template di bloggers, che sono peggio dei template di splinder, che assomigliano ai template di ‘sto cazzo, di ‘sto grande, grandissimo, beneamato cazzo. Non parlarmi di template. Non so neanche come si scrive la parola template, amico, se il plurale è template o templates, pensa un po’. E poi basta: ho detto non me ne parlare.
Chiedo scusa se ho alzato leggermente i toni, spero che nessuno se ne sia avuto a male. E’ che certe cose mi mandano al limitatore, sul serio, mi offuscano la ragione e purtroppo non so che farci; è più forte di me, chiedo venia. Come ad esempio quel brutto modo di fare che avete voi bloggers, o almeno alcuni di voi – i più meschini – di sfoggiare ad arte un campionario collaudato di trucchetti di una bassezza disarmante, pietosa, al fine di convogliare presso di voi i visitatori più sprovveduti, seminando qua e là manciate e manciate di parole-esca quasi foste vili bracconieri senza scrupoli, miserabili cacciatori di frodo dell’attenzione altrui, indebitamente carpita, impunemente sottratta.
No, non si fa così.
Fucina Trapella prende le distanze da questa folle giostra, da questo squallido teatrino, ed eccomi qui a ribadirlo a gran voce.
 
In ultima analisi, ecco perché il nostro amato lettore-avventore, esule e naufrago nello sconfinato quanto sconfortante oceano del nulla, sa di poter trovare in Fucina Trapella un approdo diverso, accogliente, costituito da solide fondamenta.
Egli sa che potrà bussare con fiducia alla nostra porta e ad accoglierlo sarà il bello, l’arte, la cultura. Ma anche e soprattutto la sperimentazione, la ricerca, l’approfondimento. Sentieri non battuti per giungere allo sviluppo, oserei dire alla esaltazione ultima della sensibilità collettiva ed individuale, con impegno, perché no, anche con fatica.
Perché questa rimane pur sempre una Fucina, non dimentichiamocelo: da focina, ovvero officina, ma allo stesso tempo anche da focus, focos, vale a dire un luogo dove si suda e si lavora, dove si produce, si plasma, si forgia, sospinti da un fuoco creativo che tutto infiamma e monda, monda e infiamma, vigoroso ed instancabile.
Ed è anche un avamposto. Posto-avanti. Sì, prima di tutto perché siamo ben consapevoli di quanto sia necessario anticipare i tempi, se non si vuole poi correre il rischio di rimanere impantanati nelle torbide paludi del vecchio. Ma soprattutto perché c’è una guerra in atto. Una guerra sommersa, probabilmente, ma non per questo meno drammatica. Il nemico è alle porte! Sveglia! Appiattimento culturale, omologazione del pensiero, povertà di contenuti, queste le sue infide armi. E noi siamo chiamati a resistere.
Ecco perché c’è bisogno di un avamposto. Ecco perché c’è bisogno di Fucina Trapella.
 
Bene. Dovrebbe essere tutto per ora.
Mi scuso per la lunghezza dell’intervento, d’altronde capite anche voi quanto fosse indispensabile. Spero di aver dissipato eventuali dubbi e perplessità. Non mi aspetto un unanime consenso popolare, sarebbe sciocco ed utopistico da parte mia, anzi, lungi da me. Quello che mi auguro, piuttosto, è di aver contribuito a creare un clima di interscambio formativo decisamente più mite e disteso, che ci consenta di continuare a camminare insieme nella maniera più proficua possibile.
Se sapremo lavorare in questo modo, con grande pacatezza e senso di responsabilità, sono sicuro che presto potremo permetterci di riaffrontare anche il discorso Grande Magnete.
 
C. Trapella
Se è vero che la realtà – come affermò una volta il grande Dave Wilcox – è lo specchio tridimensionale del tempo, e che il tempo non è altro che la traduzione non scritta della realtà, beh, la questione del “formale”, intesa proprio come percezione e riedizione degli umani accadimenti, non può che diventare prioritaria in un’ottica di fruttuosa evoluzione dialogica. Tutto ciò lo sperimentatore lo sa bene, l’ha sempre saputo bene, tanto da generare nel corso degli anni una varietà di filosofie d’approccio impressionante, a partire proprio da quel Jeremy Brown che nel 1944, insieme alla moglie, la talentuosa ricercatrice statunitense Lexi Sharpe, partorì il primo rivoluzionario metodo di fitting testuale a coordinate permanenti, conosciuto anche come il metodo images, o il metodo pattern.
Basato sull’identificazione a valle del tessuto nominale (e qui stava l’autentica rivoluzione), il metodo images ha annoverato proseliti un po’ in tutto il mondo, specialmente in Francia e nel Regno Unito, ma anche tanti feroci detrattori di stampo tradizionalista, Blanchottiani per lo più (i cosiddetti passatisti), i quali, autoproclamatisi sostanzialmente come guardiani dell’ortodossia, si opposero al metodo lanciandosi in una contro-campagna intellettuale serratissima (ai limiti del boicottaggio) che però, nel corso degli anni, si rivelò destinata ad una inesorabile, inappellabile, tragica sconfitta.
Tragica sconfitta che si consumò anche e soprattutto grazie all’attecchimento, profondo, di alcuni cardini Browniani nel vissuto di alcuni maestri europei di caratura superiore, persone che furono capaci di riacquisire il metodo pattern e di perfezionarlo, operando cambiamenti anche radicali, affinandolo con un durissimo lavoro di ricerca, migliorandolo sensibilmente in termini di stabilità e di accuratezza; in ultima analisi, consacrandolo.
Tra questi maestri va per forza di cose citato J. J. Apollinaire, ancora lui, il mito.
Il metodo apollineriano si sviluppa praticamente alla fine degli anni sessanta, in piena fase di ripudio sociale da parte dell’autore, e rimane in incubazione per almeno cinque anni, gli anni più difficili per il nostro, ma senz’ombra di dubbio anche i più proficui. Bastelli una volta disse addirittura che, senza quel quinquiennio, probabilmente la nostra cultura odierna, specialmente a livello di sinergie lessicali e di comunicatività sociale, risulterebbe impoverita di un buon 15%, e noi nemmeno lo sapremmo. Ipotesi che non posso che condividere, tra l’altro.
L’intuizione di Apollinaire, ancora una volta, fu acutissima. Perché continuare a figurarsi l’apparato nominale di un testo come un’entità rigida, immobile, e non invece un qualcosa di vivo ed adattabile al tempo, alle emozioni, ai sentimenti, alla storia? Ecco la vera novità! Ecco la vera svolta! L’attuazione concreta, ovviamente, aveva però bisogno di uno strumento figurato, retorico, strumento che egli stesso concepì e che in gergo prettamente tecnico è conosciuto come offset.
Facendo leva su questo concetto di adattabilità del tutto nuovo (e spiazzante), Apollinaire spiana dunque la strada ad un bestfitting testuale atipico ed allo stesso tempo incredibilmente rigoroso, mirato a sgrossare in maniera sempre più scrupolosa l’intera ossatura dello scritto, attraverso le tre famose “scansioni progressive” (basti pensare che lo stesso prof. Putrelli attinse al procedimento per sviluppare il suo fortunato modello entropico di significato). Operando in questo senso, vale a dire applicando alle scansioni parametri di cut-off di volta in volta più severi, il problema dei contenuti sinottici è brillantemente risolto proprio grazie alle proprietà caratterizzanti il filtraggio. Un escamotage a dir poco geniale. Come se non bastasse, introducendo appunto il concetto di offset per adattare la forma del testo a quella ideale, proiettata, frutto cioè dell’astrazione concepita dall’uomo in base alla sua esperienza e alla sua sensibilità artistica, ed applicandolo in coda ad ogni singola scansione (quando si parla di offset di piani dialettici va sempre inteso – almeno secondo il metodo apollineriano – sia l’offset di traslazione che quello di rotazione), la revisione ultima del lavoro si rivelerà oggettivamente di gran lunga più efficace rispetto al tradizionale metodo pattern (pur non rinnegandone i principi di base), soprattutto se consideriamo lo scostamento assoluto tra testo reale e testo ideale, veramente esiguo, in molti casi addirittura trascurabile.
Ora però non è mia intenzione dilungarmi eccessivamente, addentrandomi in disquisizioni tecnico-filosofiche che forse potrebbero risultare poco comprensibili (o addirittura noiose) per i non addetti ai lavori. Non mi aspetto nemmeno che qualcuno di voi, dall’oggi al domani, sia in grado di applicare alla lettera il metodo apollineriano, cosa praticamente impossibile vista la complessità dell’argomento, e l’esercizio che richiederebbe. Mi auguro solamente di aver contribuito, nel mio piccolo, a dare voce ad un tema così misconosciuto ma allo stesso tempo così delicato ed importante; di aver alimentato, per quanto lievemente, la fiamma del sapere e della conoscenza che risiede in ognuno di noi, nessuno escluso, nel profondo. Una fiamma che non chiede altro che questo.
Spazio.
Spazio per divampare incontrastata, spazio per riscaldare i cuori, per illuminare le menti; spazio per avvolgerci in un unico grande abbraccio salvifico e purificatore, esattamente come i nostri grandi maestri – Apollinaire in primis – ci hanno insegnato.
chicotrapella - mercoledì, 04 aprile 2007 | Permalink | commenti (11)
tags: cultura, autori, sperimentazione, tecniche pratiche
Brano intenso, intensissimo, quello che ho intenzione di proporre oggi. Brano duro, lucido, asciutto, di rottura. Brano tratto da “La guerra di Roscoe”, il tagliente saggio-denuncia del poliedrico e mai scontato Giulio De Rimondi (tanto acclamato dai nostri lettori), il quale anche in questa occasione non esita a prendere posizioni nette, talvolta scomode o impopolari, ma certamente sempre intellettualmente oneste, oltre che assai articolate e mirate. Le critiche mosse dall’amico Giulio alla società e ai suoi modelli distorti sono sferzanti e dirette, ed invadono con forza inaudita anche le coscienze del singolo, scrollandole perentoriamente dall’atavico torpore a cui troppo spesso, troppo spesso, tutti noi purtroppo siamo soggetti. Parole pesanti come macigni dunque, parole che mai come ora chiedono spazio ad una attenta, ponderata riflessione.
Ancora una volta, buona lettura.
 
“…Riconquistare il vero, con l’impetuoso coraggio della passione, sovvertendo e soverchiando, riappropriandosene, ogni volta, e ancora, e ancora. Come se un prezioso giovenco d’onice fosse lì ad aspettarci, al centro del labirinto, incommensurabile compenso d’una campagna d’armi trionfale. Strategie d’attesa, tattiche di rivalsa, è tutto qui. Non c’è altro. Se non la vecchia storia, quella del lupo e della pecora. E di società malate.
Società che si nascondono, bieche, dietro asettiche maschere di keronite. Società miserabili e torve, artefatte, così manifestamente occulte, glitterate di fiele bruciante che acceca le menti. Assuefatti dall’odio le giustificheremo. Anestetizzati dai media persevereremo, scioccamente, nel raggiro di noi stessi. Annichiliti dal ricatto ci assopiremo insieme alle nostre coscienze.
Quanto ancora potremo resistere? Quanto ancora? E’ assurda e disumana, questa farsa in pompa magna! E noi no, noi non siamo nati per questo, diamine!
Il mondo intero dovrà saperlo: io non ci sto.
Non ci sto ora. Non ci starò mai. Mai. Mai. Mai!
E ancora mai.
Tenetevi allora i vostri setacci patinati, le vostre ridicole illusioni, i vostri giocattoli di cartapesta. Le vostre squallide smanie, la vostra spocchia del cazzo – sì, del cazzo, dico del cazzo! – con buona pace dei benpensanti. E ‘fanculo anche a loro. Se cercavate un complice, sappiatelo, avete fallito, fallito pesantemente.
La fitta nebbia di senso che ora ci avvolge offusca ogni cosa, ne svuota il nucleo, ne succhia il vigore, avvilendo anche i fervori più limpidi. Perduta gente del deserto freddo, basculiamo sordi nella nostra stessa ombra. Viandanti rapidi al passo, pieghiamo il capo dinnanzi al nulla. Ma non sarà così per sempre, no: chè la fenice non ingoia fiele in eterno, né di polvere si nutre, pur traendone sostanza per la gloriosa rinascita.
Allo stesso modo, se noi sapremo vedere oltre, e se sapremo resistere, unendo gli sforzi in una sola grande, fattiva biomassa, allora sì, forse, avremo una speranza. Una. Quella di cui abbiamo più bisogno.
Per vedere la luce in fondo al labirinto. E far sì che quel magnifico giovenco, un giorno, possa ssere nostro…”
chicotrapella - martedì, 27 marzo 2007 | Permalink | commenti (14)
tags: cultura, riflessioni, letture, autori, sperimentazione